Storia del Vajont

STORIA DEL VAJONT

IL LUOGO

Nel 1940 il geologo Giorgio Dal Piaz, morto il 20 aprile 1962, consulente della SADE e autore delle principali relazioni geologiche che accompagnano i progetti della diga, fornisce una descrizione del luogo sul quale sarà edificata l’opera:
“Fra gli abitanti della provincia di Belluno ed in generale fra i turisti della regione, la parte inferiore della vallata del Vajont, che confluisce nel Piave di fronte a Longarone, viene citata come esempio classico e suggestivo di profondissima gola che s’interna nei monti a guisa di gigantesca spaccatura […].
In questo punto la gola è così angusta e profonda da richiamare alla mente i classici canyon degli Stati Uniti. Anche qui, come nei canyon dell’America settentrionale, il fiume scorre in una profondissima fessura a forma di tortuoso corridoio, i cui fianchi si ergono a pareti verticali per considerevoli altezze”.

Sempre il professor Dal Piaz, in una sua relazione geologica asserisce che: “…se vi è una località la quale colpisce l’osservatore per le peculiari sue caratteristiche morfologiche particolarmente adatte per opere di sbarramento in generale, questa è appunto la valle del Vajont. […] A cominciare dal ponte di Casso fino quasi allo sbocco della valle del Vajont in quella del Piave per un tratto di circa 3 chilometri, si può dire che vi sono innumerevoli sezioni in cui la gola si presta per la costruzione di una diga di sbarramento. […]
La valle del Vajont, per quanto a prima vista faccia l’impressione di una gigantesca fessura generata inizialmente da una spaccatura della roccia, non ha nulla a che fare con tale genere di fenomeni. Essa è una vera e propria gola di erosione, un autentico solco inciso nella massa rocciosa, quasi che una gigantesca sega, in cui lo smeriglio è rappresentato dai ciottoli alluvionali messi in azione dalla corrente nei periodi di piena, abbia tagliato profondamente la serie stratigrafica continua e regolare che forma il fianco sinistro della valle del Piave. Per tale circostanza i fianchi della valle del Vajont sono fra loro strettamente legati di continuità per mezzo della roccia tuttora esistente al di sotto dell’alveo”.

I PRIMI PROGETTI

Le acque del Vajont sono sempre state viste sotto l’ottica di un loro sfruttamento. Al 10 gennaio del 1900 risale la prima richiesta ufficiale per l’utilizzazione delle acque del torrente Vajont ad opera di Gustavo Protti, proprietario della cartiera omonima situata a Codissago, nel comune di Castellavazzo; l’uso richiesto era “forza motrice”. L’anno successivo venne così approntato il progetto di una diga alta appena 8 metri, ma sufficiente, attraverso un canale a condotta forzata di portata pari a 700 litri al minuto secondo, a produrre l’energia richiesta.
Una ventina di anni dopo, precisamente nel 1925, fu considerata la possibilità di sfruttare in modo sistematico l’acqua, con conseguente produzione idroelettrica.
Sulla base di studi preliminari compiuti con la consulenza di J. Hug, noto geologo svizzero, il progettista del “Grande Vajont”, l’ing. Carlo Semenza, stilò, nel 1929, un primo progetto organico di sfruttamento delle acque del Vajont e di insediamento di una grande diga. L’elaborato venne presentato a nome e per conto della Società Idroelettrica Veneta. La diga ad arco avrebbe dovuto raggiungere un’altezza di 130 metri e contenere un invaso di 33 milioni di metri cubi. Nel 1934 la SADE assorbiva la Società Idroelettrica Veneta, rilevandone tutte le posizioni, e nel 1937 venne redatto il progetto esecutivo della diga, sempre a firma dell’ing. C. Semenza. Si notano comunque importanti variazioni: la diga viene infatti prolungata in altezza fino a 190 metri con un invaso stimato di 46 milioni di metri cubi e viene ubicata nei pressi del ponte del Colombèr, su indicazioni del geologo Dal Piaz; inizialmente era prevista all’altezza del ponte di Casso.
Nel 1939 C. Semenza, per conto della Società idroelettrica Dolomiti, anche essa in seguito assorbita dalla SADE, presentò un progetto che prevedeva l’utilizzazione delle acque del torrente Boite e del Piave, sul tipo di quello del Vajont.
Un anno dopo nasceva il progetto “Derivazione dai fiumi Boite – Piave – Vajont: fusione e coordinamento di precedenti domande”, avanzato dalla SADE. Questa società era diventata ormai monopolista assoluta nel contesto di un piano di sfruttamento delle forme energetiche dovuto alla guerra mondiale da poco iniziata.
Nel 1948 il progetto del Vajont venne integrato in quello “Boite – Piave – Maè – Vajont – Val Gallina” e solo successivamente, nel 1957, assunse il nome del “Grande Vajont”.

- 1940 - il progetto "Boite - Piave - Vajont"

Ponte Colomber (foto Zanfron)

Ponte Therenton (foto Zanfron)

Il 22 giugno 1940 la SADE presentò al Ministero dei Lavori Pubblici, attraverso l’ufficio del Genio Civile di Belluno, una domanda di “Derivazione dai fiumi Boite – Piave – Vajont: fusione e coordinamento di precedenti domande”. Il progetto prevedeva lo sbarramento del Piave in corrispondenza del ponte Rauza, presso Pieve di Cadore, e la creazione di un serbatoio nel quale sarebbero confluite le acque del Boite presso Vodo, scaricandole vicino Sottocastello. Qui sarebbe nata una centrale per l’utilizzazione del dislivello relativo. Dal serbatoio del Piave le acque
sarebbero state convogliate, in galleria, al serbatoio del Vajont e da qui alla grande centrale di Soverzene.
La fusione integrale di vari progetti precedenti era diretta ad ottenere la concessione per la maggiore potenza utilizzabile, sfruttando inoltre anche alcuni affluenti di sinistra del Piave, le cui portate sarebbero state immesse direttamente nel Vajont. Le centrali avrebbero avuto le seguenti caratteristiche:

  • Sottocastello: portata media mc/sec 6.90 – salto medio metri 173.50 – Potenza nominale media HP. 15.692
  • Soverzene: portata media mc/sec 36.10 – salto medio metri 255.65 – Potenza nominale media HP. 123.053
  • Il serbatoio di Ponte Rauza, sul Piave, avrebbe avuto una capacità di circa 49 milioni di mc, mentre quello del Colomber, sul Vajont, di circa 59 milioni.

Per tutti i serbatoi progettati la SADE chiese anche l’esonero del canone per la derivazione, salvo la quota spettante agli enti locali, la facoltà di sottoporre a contributo i fondi irrigabili, contributi governativi per la spesa e l’esecuzione dell’opera e naturalmente i benefici fiscali per le imposte indirette.
Il 15 ottobre 1943 il Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici espresse voto favorevole al progetto, previa visione dello stesso, delle opposizioni del Genio Civile di Belluno e delle controdeduzioni della SADE. Negli anni seguenti (1945 – 1946) il voto fu confermato ed integrato.

- 1948 - il progetto "Boite - Piave - Maè - Vajont - Val Gallina"

Passerella (foto Zanfron)

Il progetto esecutivo fu presentato il 18 maggio 1948, con varianti e modifiche al progetto di massima e ai dati di concessione, con lo scopo di migliorare l’utilizzazione delle acque. In particolare si chiedeva lo spostamento della presa da Vodo a Valle di Cadore, con la modifica della portata e del salto della centrale di Sottocastello; un piccolo spostamento a monte dei rigurgiti provocati sia dalla diga di Pieve che da quella del Colombèr; una derivazione della Val Gallina, nuova, con creazione di un serbatoio ed utilizzazione del relativo bacino.
Naturalmente la domanda includeva ancora una nuova richiesta delle sovvenzioni ed agevolazioni previste dal Testo Unico 11 dicembre 1933, ritenute indispensabili per coprire parzialmente il disavanzo economico dell’impresa. Veniva altresì puntualizzato che la produzione annua di oltre 750 milioni di KWh avrebbe contribuito in modo cospicuo alla ripresa economica nazionale. Nella nuova relazione geologica Dal Piaz distingueva la valle del Vajont in due settori vallivi con caratteri morfologici completamente diversi; confermava per la parte inferiore della vallata la possibilità di impiantare una diga di sbarramento di altezza considerevole anche se la parte superiore era caratterizzata “dalla presenza di vastissimi rivestimenti di materiali detritici di natura morenica e specialmente franosa che rivestono i fianchi del bacino”. Secondo Dal Piaz una frana, staccatasi
dalle pendici del monte Borgà, si era accumulata in epoca antica sul fondo valle, risalendo in parte la sponda opposta. Successivamente le acque del Vajont avevano inciso la massa nel suo punto inferiore. Ma la frase della relazione che doveva forse allarmare era relativa ad una zona, il Pian di Pineda che, secondo il luminare “non mancherà di dar luogo, specialmente in conseguenza a fenomeni di svaso, a distacchi e smottamenti più o meno notevoli”. In generale un po’ tutta la relazione geologica iniziava a mettere in dubbio le perfette condizioni morfologiche della vallata, ma si rimandava a successivi studi che avrebbero chiarito in via definitiva l’entità del problema, se problema doveva essere…

Tre Ponti (foto Zanfron)

- 1957 - il progetto "Grande Vajont"

Strada per Erto (foto Zanfron)

Passerella (foto Zanfron)

Venne presentato il 31 gennaio 1957, come variante al precedente, ma praticamente riguardava il solo Vajont, essendo gli altri impianti già da tempo in attività. Ragioni geologiche avevano imposto di spostare leggermente l’ubicazione della diga, per aumentarne l’altezza di altri 64 metri e portare il livello massimo di invaso da quota 677 a quota 722,50. La capacità di massimo invaso passava da 58,2 a ben 150 milioni di metri cubi, con una producibilità annua di 150 milioni di KWh. Per utilizzare una parte del salto creatosi dal maggior invaso veniva creata una nuova centrale, detta di Colombèr. Nella relazione geologica il Dal Piaz si riteneva favorevole all’innalzamento dell’invaso e riproponeva quanto già detto nella precedente analisi del 1948. Certamente erano da prendere in considerazione dei provvedimenti cautelativi relativi all’attestamento delle fiancate della diga e alle opere di impermeabilizzazione, che si sarebbero dovute estendere in profondità per via della maggior pressione statica e di penetrazione.
Da una lettera indirizzata dal prof. Dal Piaz all’ing. Semenza si legge “Ho tentato di stendere la dichiarazione per l’alto Vajont, ma le confesso sinceramente che non m’è riuscita bene, e non mi soddisfa. Abbia la cortesia di mandarmi il testo di quella ch’Ella mi ha esposto a voce, che mi pareva molto felice. La prego inoltre di dirmi se devo mettere l’intestazione dell’Ente al quale deve essere indirizzata, e se devo mettere la data d’ora o arretrata. Appena avrò la sua edizione la farò dattilografare e Le farò l’immediato invio……….”. E pensare che nel 1948 il prof. Dal Piaz, sempre in una lettera al Semenza, dichiarava, riguardo alla possibile elevazione della diga: “Le confesso che i nuovi problemi prospettati mi fanno tremare le vene e i polsi”. Ma ormai l’indagine seria e responsabile pareva stesse lasciando il posto alla decisione di realizzare in ogni caso il progetto. “Il tempo corre ancora più forte dei nostri pensieri” così scriveva l’ing. Semenza al prof. Dal Piaz, sottolineando l’urgenza di presentare nuovi elaborati al fine di attuare quanto prima l’opera.
Il governo infatti aveva imposto un’accelerazione ai progetti riguardanti la produzione di energia elettrica, che servivano a coprire il fabbisogno nazionale, ed aveva pensato a delle penalizzazioni per le società che ritardavano l’esecuzione delle opere.
Alla fine, dunque, in un convulso intreccio di elaborati, venne presentato il progetto ed il quadro definitivo della costruzione: la diga avrebbe dovuto presentare le seguenti caratteristiche:

  • quota di fondazione: 463,90 m
  • quota di coronamento: 725,50 m
  • quota di massimo invaso: 722,50 m
  • altezza massima: 261,60 m
  • lunghezza del coronamento: 190,50 m
  • spessore alla base: 21,11 m
  • spessore alla sommità: 3,40 m
  • volume di calcestruzzo: 353.000 mc
  • corda dell’arco medio di testa: 169,00 m

I MOTIVI DEL PROGETTO

E’ nell’ottica di un grandioso programma stilato dalla SADE nel giugno 1940, che prende corpo il progetto Vajont.
La società, in quel periodo, dichiarava: “Negli ultimi anni il solo consumo di energia di Venezia e del porto industriale di Marghera ha sorpassato il mezzo miliardo di KWh, vale a dire oltre un terzo di tutta l’energia prodotta nella regione veneta considerata, con tendenza ad ulteriori rapidissimi incrementi, in conseguenza della richiesta delle industrie ivi installate.
Pertanto i circa 340 milioni di KWh producibili dagli impianti in oggetto troveranno immediato impiego servendo a coprire l’immancabile ulteriore fabbisogno che si verificherà nei prossimi anni”
Gli impianti previsti erano gli insediamenti dei seguenti serbatoi:
Vodo di Cadore – 700.000 mc
Pieve di Cadore – 500.000.000 mc
Vajont – 500.000.000 mc
Ma è soprattutto nel 1953, quando il Conte Vittorio Cini, nuovo presidente della SADE, in una sua visita restò affascinato dell’ambiente e dell’idea del progetto, che la speranza di vedere realizzata la diga più alta al mondo si concretizza in via ufficiale. Il “sogno della mia vita”, per citare le parole del progettista l’ing. Carlo Semenza, covato ormai da qualche decennio, si stava trasformando, malauguratamente, in realtà.

L'APPROVAZIONE DEL PROGETTO

La SADE non attese le autorizzazioni dovute: già dal settembre 1956 iniziò i lavori di scavo che crearono i primi problemi. Il Genio Civile di Belluno si fece sentire e le lamentele giunsero distinte al direttore generale della SADE, l’ing. Antonello. Così, in data 5 aprile 1957, l’Ufficio del Genio Civile di Belluno depositò il progetto esecutivo della diga presso la IV Sezione del Consiglio Superiore dei LL. PP. per ottenerne l’approvazione. Ma la Presidenza generale del Consiglio Superiore aveva accolto la proposta del Presidente della IV Sezione di far esaminare il progetto dall’Assemblea Generale: una procedura alquanto discutibile, ma il fatto che la diga andasse a completare uno dei più recenti e più grandi impianti idroelettrici italiani era più importante di qualsiasi prassi legale. L’esame del progetto fu affidato ad una Commissione incaricata di relazionare al Consiglio superiore. Il progetto venne esaminato anche dal Servizio dighe, in una relazione dettagliata che analizzava i suoi criteri generali, le caratteristiche morfologiche e geologiche della zona, la massima piena, la portata delle opere di scarico, il tempo di vuotatura, le opere di scarico e presa, le opere di derivazione provvisoria ed altro ancora, fino ai materiali da costruzione.

Il progetto doveva essere completato da una relazione geologica del prof. Dal Piaz, da una relazione del prof. Oberti previa prova su un modello della diga in corso all’Ismes di Bergamo e da una verifica del calcolo della struttura, affidato all’Istituto Nazionale per le applicazioni del calcolo. Lapidaria la conclusione: “…la grandiosa diga del Vajont trova sicure possibilità tecniche di realizzazione date le naturali caratteristiche della valle del Vajont, determinate dal concorso di eccezionali favorevoli caratteristiche morfologiche e geognostiche”.

Il 6 luglio 1957 fu comunicato il voto favorevole per il “Grande Vajont”, ed il 15 luglio la IV Sezione del Consiglio Superiore autorizzò l’inizio dei lavori in via provvisoria, giustificando l’atto con la motivazione che l’esecuzione dell’opera rendeva possibile l’assunzione di manodopera locale.

GLI ESPROPRI

Vista sulla valle (foto Zanfron)

Villaggio I Mulini (foto Zanfron)

Il primo progetto esecutivo che fu depositato presso i comuni interessati dall’opera porta la data dell’11 maggio 1949. L’11 luglio di quell’anno il Genio Civile di Belluno effettuò un sopralluogo al fine di accertare eventuali riserve ed opposizioni da parte delle amministrazioni locali, che furono veramente tante e si riferivano essenzialmente alla tutela dei diritti acquisiti e degli interessi di Consorzi, alle esigenze igieniche, turistiche, panoramiche e alla tutela del patrimonio ittico. Fu richiesto il riconoscimento di un rimborso a favore dei Comuni rivieraschi, la conservazione delle comunicazioni e le necessarie opere di difesa lungo il perimetro dei serbatoi.

Il 30 luglio 1949 venne presentata, dal Sindaco di Longarone, un’opposizione: in conseguenza della soppressione del corso del torrente Vajont, temeva che il Piave, non ricevendolo più come affluente di sinistra, potesse deviare il suo corso verso sinistra, provocando erosione e danni nei terreni di proprietà delle frazioni di Dogna e Provagna. In data 1 agosto 1949 il Sindaco di Erto Casso lamentò il fatto che con il maggior invaso molti terreni, tra i più fertili e redditizi del Comune, sarebbero stati sommersi e con essi molte abitazioni. Il numero di queste ultime era veramente rilevante: ben 170, con 3.000 ettari di terreno del più produttivo. La località Pineda sarebbe altresì rimasta isolata e le comunicazioni restanti dopo l’invaso sarebbero state rese più difficili. In breve venne richiesta, oltre al giusto e dovuto risarcimento ai proprietari, anche la tempestiva segnalazione di nuove varianti interessanti il progetto ed una accurata ricostruzione delle infrastrutture, soprattutto stradali; che venissero infine riconosciuti, al Comune stesso, dei benefici dovuti agli espropri e alla utenza delle acque.

Nonostante tutte queste proteste, più che giustificate (ma che non toccavano stranamente l’aspetto dell’incolumità delle persone!), la SADE procedette agli espropri: al Comune di Erto Casso restavano ormai solo 2.222 ettari: boschi, prati e pascoli e seminativi dei più fertili erano destinati a scomparire per sempre, un vero genocidio ambientale. In seguito la tutela dei diritti della popolazione di Erto e Casso venne assunta dal Comitato per la difesa del Comune di Erto e, successivamente, dal Consorzio Civile per la rinascita della Val Ertana, costituitosi a Erto il 3 maggio 1959, alla presenza di 126 persone, un notaio e diversi testimoni.

- L'opposizione del Comune di Longarone

L’opposizione del Comune di Longarone fu formalizzata attraverso una lettera del Sindaco Giuseppe Celso, di cui si riporta il testo:

Comune di Longarone
A S.E. il Ministro dei Lavori Pubblici, Roma
per tramite l’On.le Uff. del Genio Civile. Belluno
Oggetto: Utilizzazione idroelettrica
Piave – Vajont
Opposizione

Vista l’ordinanza 11 maggio 1949 n.5273 dell’Ufficio Genio Civile di Belluno relativa alla variante da apportare agli impianti secondo il progetto esecutivo SADE 11.5.1948 a firma dell’ing. Carlo Semenza;
visto il T.U. 11.12.1933 n.1775 sulle acque e sugli impianti elettrici;
Ritenuto che la costruzione della diga sul Vajont accordata in base al Decreto 24.3.1948 n.723 provocherà l’assorbimento delle acque del torrente stesso;
Che l’elevazione della diga proposta con la variante al progetto esecutivo e di cui all’ordinanza dell’Ufficio del Genio Civile di Belluno dd. 11.5.1949, viene ancor più ad aggravare la situazione;
Avendo ragione di ritenere che la soppressione del torrente affluente del Piave provocherà uno spostamento del corso del Piave stesso che non trovando più alcun ostacolo sarà portato a deviare verso la sponda sinistra provocando erosione e danni.
Che le frazioni del Comune Dogna e Provagna che sorgono sulla riva sinistra del fiume Piave subito dopo la confluenza del Vajont-Piave potranno subirne un danno diretto.
Il Sindaco sottoscritto a nome e nell’interesse degli abitanti delle due Frazioni presenta formale opposizione e chiede che vengano costruiti i necessari argini e repellenti ed in genere tutte quelle opere che saranno ritenute necessarie dal punto di vista tecnico a salvaguardare i terreni delle Frazioni stesse – impregiudicati tutti i diritti dei proprietari che venissero lesi in seguito all’esecuzione del progetto di cui sopra.

Longarone, 30 luglio 1949
Il Sindaco
Celso Giuseppe

Longarone (foto Zanfron)

Zona di Longarone (foto Zanfron)

- L'opposizione del Comune di Erto e Casso

Ecco quanto scrisse al Ministro dei LL. PP. il Comune di Erto e Casso.

A Sua E. il Ministro dei Lavori Pubblici, Roma
tramite l’On. Ufficio del Genio Civile di Belluno
Oggetto: utilizzazione idroelettrica del torrente “Vajont”.

[…] Ritenuto:
1) Che la vitale importanza degli interessi economici comunali e privati seriamente compromessi; che la crescente preoccupazione economica, rappresentano gli assillanti problemi che la costruzione del locale bacino idroelettrico “Vajont” prospetta, come un incubo nel vasto quadro panoramico delle attività e necessità vitali odierne di questa popolazione, e che richiedono un immediato esame ed una più rapida ed adeguata soluzione;
2) La popolazione complessiva del Comune ascende a 2.270 abitanti, di condizione preminentemente agricola. La superficie del territorio è divisa longitudinalmente, per oltre sette km. dal torrente “Vajont”. Lungo il pendio dei due versanti e fino ad una discreta altitudine si stendono i terreni più fertili del nostro complesso agricolo, che rappresentano all’incirca i 2/3 della produzione agricola e zootecnica locale. Sul versante opposto sono ubicate le borgate: Spianada, Ceva, Prada e Liron, e quella più popolata denominata Pineda e numerosi casolari, sparsi lungo le verdeggianti pendici del M. Toc, congiunti rispettivamente al Capoluogo (Erto) da quattro mulattiere principali e tre ponti sul torrente suddetto, di notevole valore costruttivo e di capitale importanza per il transito delle persone, dei bovini, e per il trasporto dei prodotti. Sul versante di sinistra, si trova la ridente borgata Molini e dintorni.
Tranne la Pineda le restanti borgate, e relativi terreni sottostanti ed adiacenti saranno letteralmente occupati dalle acque, compresi i ponti e le strade. Numero 170 case di abitazione complessivamente espropriate significano altrettante famiglie messe inesorabilmente sul lastrico e con incerta prospettiva di sistemazione. La sottrazione poi alla nostra economia di circa Ht. 3.000 del terreno più fertile e produttivo riservati alle acque del bacino significa l’annientamento della nostra economia agricola e zootecnica.
Nè basta: la popolosa borgata Pineda ed i casolari sparsi lungo l’opposto versante comprendenti una popolazione di circa 200 abitanti risparmiati per buona ventura dall’espropriazione, saranno in balia di se stessi, preclusa ogni possibile comunicazione regolare con il Capoluogo.
Analoghe difficoltà ed impossibilità di comunicazione son riservate alla grande maggioranza della popolazione del Capoluogo (Erto) ed a tutta la Frazione di Casso che possiede beni, fabbricati ed interessi sull’altro versante, ove è costretta recarsi a vivere gran parte dell’anno per attendere alle proprie occupazioni.
Pur riconoscendo che l’utilizzazione industriale delle acque riveste carattere di interesse nazionale, al quale deve essere subordinato l’interesse del singolo; al Sottoscritto Sindaco del Comune di Erto e Casso in rappresentanza della rispettiva Amministrazione, è commesso il gravoso compito, di tutelare gli interessi, di curare e migliorare le possibilità economiche degli amministrati, di appoggiare le loro giuste rivendicazioni.
E come tale rappresentante ho rilevato e segnalo per i necessari provvedimenti i problemi essenziali che dovranno essere affrontati e risolti nell’interesse della popolazione di questo Comune.
Pertanto chiedo:
che i danneggiati siano integralmente risarciti, che gli espropriati di ogni loro avere, siano ricompensati ed aiutati nella difficile fase del loro riassestamento economico; che vengano ricostruite le strade di comunicazione per dar modo ai proprietari di accedere regolarmente alle loro proprietà; che le Amministrazioni Comunali di Erto – Longarone, interessate, vengano interpellate prima di provvedere alla costruzione della strada che allaccia i due Capoluoghi.
In via principale chiedo, come tutti gli altri comuni interessati, che la legislazione sulle acque sia modificata secondo giustizia al fine di assicurare ai Comuni stessi tutti quegli eventuali benefici ed agevolazioni che derivano dallo sfruttamento delle loro proprietà.
1) L’assegnazione gratuita di un quantitativo di energia corrispondente al 6% della produzione ricavata con la portata minima anche se regolata.
2) L’assegnazione a prezzo di costo di un eguale quantitativo di energia (richieste che corrispondono a quanto già accordato alla Regone Trentino – Alto Adige.
3) La consegna di tali quantitativi di energia nelle officine di produzione, oppure sulla linea di trasporto ad alta tensione che attraversa la zona: ciò a scelta dei comuni interessati.
4) L’applicazione in favore dei Comuni rivieraschi di un canone particolare di L. 0,10 per KWh di energia trasportata fuori dal loro territorio, canone non suscettibile di variazione del potere di acquisto della moneta.
5) L’abolizione di ogni restrizione sul modo di consumo dell’energia fornita.
6) Il diritto di prelevare in qualsiasi momento senza prescrizione di tempo e di pagamento l’energia a prezzo di costo del quantitativo effettivamente consumato.
Fiducioso nella benevola accoglienza del presente esposto.

Ossequio.
Il Sindaco, Barzan
1 agosto 1949

Casa a Casso (foto Zanfron)

Gente (foto Zanfron)

- Comitato per la difesa del Comune di Erto

La lettera più importante del Comitato per la difesa del Comune di Erto risale al 19 agosto 1959.
Il testo è il seguente:

Alla Società Adriatica di Elettricità, Venezia
e, per conoscenza,
alla Prefettura di Udine
al Genio Civile di Udine
al Genio Civile di Belluno
al Ministero del Lavori Pubblici – Roma
all’Amministrazione comunale di Erto
ai parlamentari della circoscrizione.

Si sono iniziati in questi giorni i lavori finali dell’innalzamento della diga del Vajont, costruita dalla SADE.
La popolazione di Erto si accorge con allarmata preoccupazione che ancora nulla sembra sia stato deciso per assicurare facilità e rapidità di transito dal paese alle frazioni Pineda, Prada, Ceva, Seveda e Liron, dove è situato quanto di più fertile è rimasto dopo gli espropri.
Ancora poco tempo, forse meno di un anno, e poi le acque del lago interromperanno senza rimedio le attuali vie di accesso.
E’ assurdo pensare che la strada attorno al lago possa sopperire alla mancanza di sentieri, essendo essa esageratamente lunga e soprattutto pericolosa durante l’inverno a causa di frane e slavine che ne battono il tratto sotto i declivi e i precipizi di Monte Certen.
Chi manderebbe più i ragazzi a scuola nelle giornate di maltempo? Chi provvederebbe al trasporto rapido di un ammalato grave? Chi umanamente darebbe possibilità ai vecchi di frequentare il loro paese, di recarsi alla messa, di trascorrere un’ora di svago in un locale pubblico? E naturalmente si pongono in primo piano le gravissime conseguenze arrecate al lavoro e all’economia dell’intera popolazione.
Sono decine di famiglie tagliate fuori dalla vita pubblica del paese; e numerose altre che, pur vivendo sulla sponda sinistra, si vedrebbero nella pratica impossibilità, o grave difficoltà di recarsi a lavorare i loro terreni alla parte opposta del lago.
E’ pertanto indispensabile e urgente che l’azienda costruttrice del bacino assicuri fin d’ora, secondo quanto stabilito dalla legge, la costruzione di una passerella di libero transito e ne inizi al più presto i lavori, ad evitare l’allarme e la protesta della popolazione.
Fin troppo gravi sono i danni finora subiti a seguito degli espropri perché la gente di Erto possa accettarne ancora altri di irrimediabili senza reagire.
Questo Comitato, interprete della volontà degli ertani, è fiducioso di una pronta e rassicurante risposta; ma è anche deciso, in caso contrario, ad intraprendere la più tenace e risoluta azione di difesa.
La migliore risposta sarà considerata quella dell’arrivo sul posto di un incaricato della SADE, il quale prenda contatto con il Comitato e con l’Amministrazione comunale per esaminare di persona la gravità della situazione che l’immissione delle acque nell’invaso del Vajont provocherà per il paese se non fosse costruita la passerella.

Distinti saluti.
Il Comitato per la difesa del Comune di Erto.

Panorama (foto Zanfron)

Panorama Lago (foto Zanfron)

- Consorzio Civile per la rinascita della Val Ertana

Tutti i cittadini che possedevano beni immobili, case o terreni nella zona del bacino idroelettrico potevano far parte di questo Consorzio i cui scopi, come si può leggere dal suo statuto, erano così suddivisi:
1) rappresentare i consorziati nei confronti della SADE e nella tutela dei loro interessi contro la detta Società in dipendenza delle opere che questa eseguirà, per i danni che a causa dei medesimi andranno a subire le loro proprietà immobiliari lungo le sponde del nuovo bacino, nonché per tutti quegli altri danni che potranno comunque derivare alla economia silvo-agraria-turistica della zona;
2) adottare tutti quei provvedimenti che si renderanno necessari per tutelare e difendere nel migliore dei modi i diritti e gli interessi loro nei riguardi delle opere di cui è cenno in premessa, d’intesa ed eventualmente contro la società promotrice delle opere stesse;
3) chiedere la costruzione di buone vie di comunicazione tra le due sponde con le opportune difese per eventuali franamenti o slavine e con la costruzione di ponti e di altri manufatti che consentano l’accesso a tutte le aree coltivate o comunque coltivabili;
4) chiedere la attuazione di tutte quelle opere e quei manufatti che si renderanno necessari per la protezione e la difesa delle costruzioni e dei terreni;
5) avvalersi dell’opera di tecnici, periti e legali per approntare tutti quegli studi e quelle pratiche che si renderanno necessari ed utili per tutelare il più efficacemente possibile i diritti e gli interessi comunque configurabili per i quali viene costituito il Consorzio;
6) adire le vie giudiziarie avanti a qualsiasi Organo della Giustizia ordinaria ed amministrativa ed in qualunque grado di giurisdizione, per la tutela dei diritti e degli interessi dei consorziati, ove e qualora non sia possibile addivenire ad accordi ed intese bonari;
7) affiancare l’opera dell’Amministrazione Comunale, nonchè di tutti quegli altri Enti ed Organismi che dovessero o volessero interessarsi dei vari problemi che andranno a sorgere con i lavori più sopra e più volte menzionati;
8) Nominare Commissioni e Comitati fra i consorziati chiamando a farne parte anche estranei, quali tecnici, legali o persone che per capacità. esperienza e posizione, diano affidamento di ben rappresentare e tutelare i consorziati nei loro rapporti con la SADE, sempre in relazione alla costruzione del nuovo bacino idroelettrico, come pure per lo studio e l’esame del problema in generale e di quelli particolari ad esso connessi e da essi derivanti;
9) promuovere, appoggiare e sorvegliare tutte quelle azioni che riterranno di attuare e compiere, perché i diritti delle popolazioni rivierasche sanciti da norme di legge vigenti ed emanande, trovino piena, efficace e tempestiva applicazione in ogni loro parte;
10) promuovere e stimolare iniziative rivolte al potenziamento ed allo sviluppo dell’economia locale in senso industriale, artigiano, agricolo e turistico con il ricorso alle leggi dello Stato per l’erogazione di contributi e la concessione di mutui nonchè per la migliore utilizzazione dei sovracanoni dovuti dalla concessionarie di acque pubbliche;
11) fare e compiere in breve quanto sarà ritenuto necessario od anche solo utile dai consorziati per la migliore difesa e tutela dei loro diritti e dei loro interessi nei confronti della Società Adriatica di Elettricità in relazione alle opere che questa va attuando lungo il torrente Vajont.

Panorama (foto Zanfron)

Casso (foto Zanfron)

LA PROTESTA DEI CITTADINI

Nel periodo interessato alla costruzione della diga numerose furono le manifestazioni a carattere popolare, che coinvolsero anche alcuni parlamentari. In una di esse, avvenuta ad Erto, intervennero direttamente le famiglie interessate alla difesa dei propri beni, insieme ad alcuni parlamentari dell’opposizione. La gente, toccata sul vivo, iniziava a prendere coscienza della situazione. La SADE procedeva spesso agli espropri senza avvertire i legittimi proprietari, che si vedevano il proprio terreno invaso da tecnici e periti senza regolare autorizzazione; nessun decreto, ma nemmeno una trattativa interveniva tra le parti.
Una famiglia, fatta sloggiare con la forza dalla sua casa natale, dovette trovare ricovero presso una vicina stalla, perché si dovevano far brillare le mine per consentire il passaggio della strada. L’esasperazione era al punto di rottura: un’anziana donna del luogo disse: “Se un ladro viene a portare via la mia roba, a sparare le mine sotto la mia casa, allora io posso ben prendere il fucile e difendermi”.
Un uomo dichiarò: “Ho avuto la casa bruciata dai tedeschi e lo Stato non mi ha dato ancora niente per i danni di guerra. I miei figli hanno dovuto andare a lavorare all’estero. Ora mi toglieranno di prepotenza anche il campo. Io non sono italiano per il governo. Sono solo me stesso e da solo ora mi difenderò”.
Nel frattempo anche il parroco esortava la popolazione, durante la messa domenicale, a recarsi a firmare per la costituzione del nuovo Consorzio.
Quando, dopo un sopralluogo, i tecnici della SADE (chiamati dai locali “pezzi grossi”) se ne andavano senza dire niente venivano apostrofati con frasi del tipo: “…non vogliono rispondere alle domande. S’interessano solo del loro lago, di noi non importa loro proprio niente”. Il malumore percorse tutti quegli anni, fino agli ultimi tragici giorni che precedettero la tragedia, e la protesta, che in un primo momento dipendeva essenzialmente da motivi legati ai beni immobili, al lavoro e quindi all’economia di una vallata stravolta, pian piano si spostava sulle possibilità di rischio dell’incolumità personale. La frana del 4 novembre 1960 avvenuta proprio sul bacino del Vajont e la frana di Pontesei erano stati gli avvertimenti che avevano scosso le popolazioni rivierasche.

Avviso del Comune (foto Zanfron)

Donna che piange (foto Zanfron)


Elenco Morti Vajont

Elenco dei Morti

INDICE

ABCDEFGLMNOPQRSTUVZ

Elenco dei feriti

–A–

Accamilesi Luigi (1963)
Adami Egidio (1928)
Adolfo Riccardo (1952)
Adolfo Roberta (1951)
Aldrigo Ada (1935)
Alessi Fortunata (1937)
Allegrezza Dario (1927)
Allegrezza Meri (1955)
Allegrezza Oriana (1959)
Ampezzan Aldo (1955)
Ampezzan Elena (1962)
Ampezzan Silvio (1927)
Angelini Maria (1913)
Angeloni Maria Pia (1945)
Anterni Luigi (1932)
Anzolut Antonio (1931)
Anzolut Emilio (1928)
Anzolut Eugenio (1937)
Anzolut Gianmarco (1963)
Anzolut Giovanna (1940)
Anzolut Giovanna (1940)
Anzolut Mario (1928)
Arduini Cesare (1884)
Arduini Cesare (1943)
Arduini Flora (1926)
Argenton Giuditta (1955)
Argenton Maria Teresa (1942)
Arlant Franca (1939)
Arnoldo Anna (1956)
Arnoldo Giovanni (1891)
Arnoldo Giovanni (1956)
Arnoldo Maria Silvia (1950)
Arnoldo Paola (1959)
Arnoldo Pietro (1917)
Aste Graziano (1956)
Aste Stefano (1963)
Austoni Elvira (1888)
Austoni Teresa (1878)

–B–

Baccichetto Gianfranco (1932)
Baglivo Aniello (1923)
Baglivo Carmela (1951)
Balbinot Giovanni (1943)
Baldan Anna (1913)
Baldassarra Alessandro (1961)
Baldassarra Antonio (1929)
Barel Antonio (1931)
Barel Aurelio (1936)
Barel Bruna (1955)
Barel Bruno (1943)
Barel Carolina (1948)
Barel Claudio (1951)
Barel Dino (1955)
Barel Elena (1947)
Barel Emilio (1913)
Barel Ennio (1960)
Barel Erminia (1923)
Barel Fabio (1962)
Barel Ferruccio (1960)
Barel Franco (1943)
Barel Fulvia (1959)
Barel Guerrino (1918)
Barel Guerrino (1942)
Barel Loretta (1957)
Barel Luciana (1958)
Barel Mario (1928)
Barel Olga (1947)
Barel Renzo (1946)
Barel Sergio (1945)
Barel Silvia (1956)
Barel Vanna (1954)
Baron Toaldo Bianca (1916)
Baron Toaldo Ugo (1952)
Basso Bianca (1922)
Basso Costante (1884)
Bearzi Leandro (1914)
Beccati Angelo (1911)
Beccati Carmelino (1925)
Beccati Danlela (1955)
Beccati Emilio (1958)
Beccati Gilberto (1948)
Beccati Giorgio (1961)
Beccatl Glullana (1946)
Beccati Giuliano (1940)
Beccati Ilario (1930)
Beccati Mirka (1952)
Beccati Renata (1961)
Beccati Santina (1951)
Benedetti Ida (1894)
Bentivoglio Amedeo (1937)
Bentivoglio Rodolfo (1905)
Bergamasco Fiorentina (1920)
Bergamasco Francesca (1897)
Bergamasco Giovanni (1908)
Bernardi Gianna (1943)
Bertin Armida (1920)
Bertin Battista (1927)
Bertin Mauro (1959)
Bertin Paola (1955)
Berto Antonio (1890)
Berto Ornella (1959)
Bertoia Angela (1959)
Bertoia Bruna (1919)
Bertoia Elisabetta (1958)
Bertoia Giuseppe (1888)
Bertoia Giuseppe (1956)
Bertoia Marino (1928)
Bertoia Paola (1915)
Bertotti Armando (1916)
Bessega Adamo (1924)
Bessega Claudio (1955)
Bettiol Giuseppina (1892)
Bettiol Luisa (1947)
Bevilacqua Antonietta (1926)
Bez Agostino (1951)
Bez Angela (1921)
Bez Anna Maria (1925)
Bez Antonio (1923)
Bez Apollonia (1878)
Bez Arcangelo (1925)
Bez Arcangelo (1930)
Bez Carla (1951)
Bez Danlla (1954)
Bez Francesca (1925)
Bez Francesca (1926)
Bez Giacoma (1892)
Bez Gianmario (1960)
Bez Gianni (1954)
Bez Gioachina (1923)
Bez Giobattista (1886)
Bez Giulio (1889)
Bez Giuseppe (1898)
Bez Giuseppe (1898)
Bez Jole (1923)
Bez Lea (1910)
Bez Livia (1935)
Bez Luciana (1947)
Bez Luigino (1940)
Bez Marco (1905)
Bez Maria Luigia (1930)
Bez Maria Luisa (1947)
Bez Maria Rosa (1935)
Bez Maria Teresa (1906)
Bez Modesta Maria (1909)
Bez Osvaldo (1919)
Bez Piera (1944)
Bez Piera (1902)
Bez Vanna (1955)
Bez Vincenza (1921)
Biamonte Saverio (1932)
Bianchin Maria (1905)
Bianchin Pierina (1932)
Bianchin Teresa (1911)
Biscaldi Alessandra (1934)
Bogo Secondo (1928)
Bolamperti Franca (1924)
Bolzan Antonia (1923)
Bolzan Antonio (1931)
Bolzan Elena (1929)
Bolzan Ermenegilda (1917)
Bolzan Giuseppe (1959)
Bolzan Mario (1934)
Bolzan Pietro (1959)
Bolzan Virginia (1927)
Bon Claudio (1962)
Bon Fausto (1952)
Bon Luigi (1921)
Bona Siro (1942)
Bonarini Gina Luisa (1933)
Bonifacio Letizia (1935)
Bonora Amelia (1946)
Bonora Carmina (1949)
Bonora Marcello (1918)
Bontempo Antonietta (1902)
Bordignon Antonella (1960)
Bordignon Massimo (1950)
Boria Maria Dolores (1933)
Borillo Lidia (1917)
Borsoi Antonio (1955)
Borsoi Emilia (1910)
Borsoi Guido (1957)
Borsoi Lorenzo (1927)
Bortolazzo Dario (1959)
Bortolazzo Fabrizio (1954)
Bortolazzo Maria (1955)
Bortolazzo Moreno (1952)
Bortolazzo Olindo (1926)
Bortolazzo Sonia (1962)
Bortolin Erminio (1911)
Bortolin Maria (1926)
Bortolomei Maria (1909)
Bortoluzzi Giulio (1892)
Bortoluzzi Giuseppina (1925)
Bortoluzzi M. Maddalena (1923)
Bortot Caterina (1907)
Bortot Maria (1923)
Bortot Oliva (1896)
Boschetto Giovanna (1916)
Bozzato Maria (1906)
Bratti Albino (1940)
Bratti Alessandra (1949)
Bratti Anna Maria (1940)
Bratti Antonio (1893)
Bratti Antonio (1909)
Bratti Assunta (1913)
Bratti Attilio (1907)
Bratti Carla (1949)
Bratti Cesare (1961)
Bratti Domenica (1893)
Bratti Fernanda (1953)
Bratti Francesca (1899)
Bratti Franco (1951)
Bratti Giorgio (1945)
Bratti Lino (1913)
Bratti Luciano (1948)
Bratti Luigi (1918)
Bratti Luigia (1881)
Bratti Luigia (1912)
Bratti Luigia (1939)
Bratti Maria (1919)
Bratti Maria (1946)
Brattl Pier Antonio (1941)
Bratti Pierina (1897)
Bratti Silvana (1942)
Bratti Umberto (1957)
Bristot Domenico (1913)
Bristot Dora (1935)
Bristot Romano (1935)
Brun Maria (1886)
Burello Ettore (1898)
Burigo Ornella (1904)
Burigo Vincenza (1900)

–C–

Calani Aristeo (1923)
Caldart Silvana (1929)
Caldonazzi Maria (1916)
Callegari Almerino (1927)
Callegari Marinella (1953)
Cambi Dante (1921)
Cambi Giovanni (1954)
Cambi Maurizio (1955)
Cambi Vanna (1961)
Campo Dall’Orto Marisa (1922)
Campo Dall’Orto Silvio (1913)
Campus Giovannina (1926)
Candiago M. Antonietta (1912)
Canzonieri Maria Pia (1962)
Canzonieri Paolo (1933)
Cappeller Carla (1938)
Cappeller Grazia (1949)
Cappeller Mario (1912)
Capraro Cesarino (1930)
Capraro Diego (1960)
Capraro Gianni (1958)
Capraro Narciso (1925)
Capraro Nori (1954)
Capraro Rino (1955)
Capraro Rosa Maria (1922)
Caracchini Alvaro (1959)
Caracchini Carmen (1954)
Caracchini Gio. Batta (1924)
Caracchini Morena (1956)
Cardin Maria Aurelia (1888)
Cardin Ver Deon (1915)
Carlesso Ida (1925)
Carlesso Irma (1925)
Carlon Teresa (1890)
Carnelutto Francesca (1926)
Carnelutto Vincenzo (1892)
Carrara Antonio (1902)
Carrara Eugenia (1963)
Carrara Lucia (1935)
Carrara Orazio (1936)
Carrara Sabina (1892)
Carrer Rosina (1932)
Cartini Maria (1894)
Casagrande Bruno (1915)
Casal Olga (1908)
Casanova Filomena (1899)
Casanova Stua Pierina (1896)
Casarin Mirelia (1921)
Casol Federico (1923)
Casol Vittorio (1954)
Castagner Enrico (1907)
Castagner Giulietta (1949)
Castellan Giuseppe (1908)
Cattozzo Elio (1933)
Cazzetta Amatore (1946)
Cazzetta Fabio (1957)
Cazzetta Gigliola (1962)
Cazzetta Gio. Battista (1922)
Cazzetta Maria (1953)
Cazzetta Noemi (1925)
Cazzetta Piero (1952)
Cazzetta Remo (1923)
Cazzetta Silvano (1950)
Cecchinel Maria (1901)
Cellot Elisa (1932)
Celso Giuseppe Gugliel (1922)
Celso Mario (1890)
Celso Roberto (1962)
Centore Angelo (1922)
Cerentin Domenico (1946)
Cerentin Giordano (1939)
Cesari Pina (1908)
Ceschelli Ida (1936)
Cesco Bolla Giovanna (1931)
Cesco Bolla M. Stella (1925)
Cescon Danila (1927)
Chiamulera Giulio Silvio (1900)
Chiarusi Dora (1961)
Chiarusi Pierluigi (1937)
Chicco Cesare (1954)
Chicco Livio (1918)
Chicco Marina (1957)
Cian Bruno (1915)
Ciocci Antonlo (1936)
Ciocci Pierpaolo (1944)
Ciocci Riccardo (1898)
Cioci Elena (1930)
Ciotti Battistina (1925)
Ciotti Carlo (1929)
Coletti Alessandro (1931)
Coletti Amalia (1922)
Coletti Anita (1896)
Coletti Antonella (1961)
Coletti Antonio (1912)
Coletti Antonio (1933)
Coletti Bruna (1949)
Coletti Enrico (1921)
Coletti Fabio (1963)
Coletti Florindo (1957)
Coletti G. Battista (1961)
Coletti Giacomo (1906)
Coletti Giorgio Livio (1928)
Coletti Giovanni Luigi (1910)
Coletti Lelia (1949)
Coletti Luigi (1930)
Coletti Maria Grazia (1960)
Coletti Mario (1936)
Coletti Primo (1927)
Coletti Sergio (1920)
Coletti Silvia (1958)
Colla Maria (1936)
Colle Carlotta (1894)
Colle Wincler Gemma (1902)
Colotto Ema (1912)
Colotto Giovanna (1888)
Colotto Italo (1917)
Colotto Lelia (1922)
Comacchio Donatella (1957)
Comacchio Lauro (1927)
Comacchio Paolo (1960)
Comina Caterina (1917)
Comina Enrico (1921)
Comis Ada (1938)
Conego Maria (1899)
Conego Roberto (1962)
Corbanese Caterina (1935)
Cornaviera Andrea (1948)
Cornaviera Attilio (1942)
Cornaviera Barbara (1952)
Cornaviera Fioravante (1910)
Cornaviera Gianni (1945)
Cornaviera Lidia (1941)
Cornaviera Massimo (1917)
Corona Adriana (1940)
Corona Angelica (1871)
Corona Antonio Giuseppe (1960)
Corona Antonio Lino (1919)
Corona Armanda (1956)
Corona Bortolo (1948)
Corona Domenica (1939)
Corona Eugenio (1896)
Corona Fabiano (1953)
Corona Felice (1925)
Corona Felice Pietro (1901)
Corona Gioacchino (1957)
Corona Giuseppina (1929)
Corona Giuseppina (1932)
Corona Lidia (1941)
Corona Lucia (1950)
Corona Luigia M. (1904)
Corona Marchi Amalia (1909)
Corona Margherita (1890)
Corona Margherita R. (1911)
Corona Oliva (1954)
Corona Osvalda (1884)
Corona Pietro (1960)
Corona Pietro Aldo (1938)
Corona Rosa (1885)
Corona Sabina (1911)
Corona Sabina (1907)
Corona Santo Antonio (1900)
Corona Sara Maria (1936)
Corona Silvano (1888)
Corona Teresa (1927)
Corona Valentino (1898)
Corsini Giuseppina (1928)
Cosma Giuliana (1942)
Cosma Mario (1906)
Cosma Renzo (1946)
Costa Dino (1914)
Costa Valentina (1941)
Costantin Emilio (1912)
Costantin Eugenio (1881)
Costantini Adriana (1960)
Costantini Giancarlo (1956)
Costantini Giovanna (1957)
Costantini Giovanni (1913)
Costantini Lucia (1918)
Costantini Luciana (1936)
Costantini Marisa (1948)
Costantini Pietro (1912)
Costantini Renzo (1940)
Costantini Rodolfo (1910)
Costantini Romana (1935)
Curti Giacoma (1893)

–D–

D’Alberto Gino (1926)
D’Alberto Giuliana (1962)
D’Angora Anna (1948)
D’Incà Angela (1900)
D’Incà Annarella (1947)
D’Incà Attilio (1921)
D’Incà Giovanni (1910)
D’Incà Maria Teresa (1950)
D’Incà Maria (1902)
D’Isep Luigi (1931)
D’Olif Emilia (1897)
Da Boit Caterina (1895)
Da Boit Elvira (1904)
Da Cas Angelina (1947)
Da Cas Arcangela (1908)
Da Cas Christian (1959)
Da Cas Erina (1903)
Da Cas Lucia (1922)
Da Cas Luigi (1926)
Da Cas Luigia (1932)
Da Cas Marcellino (1905)
Da Cas Maria (1903)
Da Cas Modesta (1945)
Da Cas Renata (1942)
Da Cas Rosanna (1951)
Da Cas Vincenzo (1955)
Da Col Luigia (1883)
Da Cortà Corinna (1909)
Da Forno Anna (1935)
Da Re Maria (1920)
Da Re Vanda (1930)
Da Rin De Rosa Giovan (1922)
Da Rin Zanco Paolo (1916)
Da Riz Neomi (1908)
Da Rold Gelinda (1910)
Da Ronch Lidia (1920)
Da Ronch Maria Grazia (1935)
Da Ros Veronica (1930)
Dai Pra Anna Maria (1941)
Dai Pra Giovanni (1897)
Dai Pra Giuseppe (1929)
Dal Borgo Primo (1912)
Dal Canale Carla (1940)
Dal Checco Ernesto (1925)
Dal Checco Nora (1953)
Dal Checco Ondina (1951)
Dal Cin Mario (1933)
Dal Col Luigi Angelo (1905)
Dal Col Silvana (1943)
Dal Fabbro Enrico (1948)
Dal Fabbro Francesco (1921)
Dal Farra Fiore (1906)
Dal Farra Pietro (1906)
Dal Farra Virgilio (1947)
Dal Molin Antonia (1898)
Dal Molin Giacomo (1897)
Dal Molin Gigetta (1929)
Dal Molin Giorgio (1942)
Dal Molin Guido (1946)
Dal Molin Marco (1912)
Dal Molin Pierluigi (1939)
Dal Molin Romeo (1904)
Dal Molin Rosetta (1926)
Dal Pian Gilda (1911)
Dal Pian Gino Luigi (1914)
Dal Pian Paolo (1946)
Dal Pont Rosa (1892)
Dal Zot Italia (1941)
Dalla Betta Antonio (1935)
Dalla Betta Carlo (1903)
Dalla Betta Italia (1930)
Dalla Betta Manuela (1962)
Dalla Betta Mario (1933)
Dalla Porta Elma (1915)
Dalle Ceste Mosè (1898)
Damian Agostino (1948)
Damian Corinna (1908)
Damian Francesca (1942)
Damian Gianna (1950)
Damian Gioconda (1906)
Damian Giovanni (1914)
Damian Lucia (1937)
Damian Luigia (1886)
Damian Pietro (1906)
David Bruno (1938)
David Olimpia (1938)
De Bona Maria (1891)
De Barba Giovanni (1903)
De Bastiani Mario (1920)
De Battista Anna (1888)
De Biasi Luigia (1932)
De Biasi Rosa (1901)
De Biasio Ada (1905)
De Biasio Giovanni (1909)
De Biasio Giuliana (1944)
De Biasio Giuseppe (1904)
De Biasio Gloria (1952)
De Biasio Lucia (1916)
De Biasio Manuela (1951)
De Biasio Maria Luisa (1948)
De Biasio Norma (1906)
De Bon Agnese (1921)
De Bon Pasquale (1920)
De Bona Alberta (1953)
De Bona Angela (1951)
De Bona Angela (1891)
De Bona Anna (1948)
De Bona Anna Maria (1913)
De Bona Anna Maria (1948)
De Bona Antonia (1947)
De Bona Antonio (1946)
De Bona Armando (1947)
De Bona Attilio (1911)
De Bona Battistina (1896)
De Bona Bernardo (1921)
De Bona Caterina (1924)
De Bona Dina (1953)
De Bona Dolcino (1921)
De Bona Dosolina (1889)
De Bona Elide (1947)
De Bona Elio (1919)
De Bona Elisabetta (1910)
De Bona Emilia (1899)
De Bona Ennio (1943)
De Bona Fides (1963)
De Bona Flavio (1941)
De Bona Gasperina (1947)
De Bona Gemma (1918)
De Bona Giacomo (1925)
De Bona Giacomo (1920)
De Bona Gioconda (1905)
De Bona Giovanna (1908)
De Bona Giovanna (1913)
De Bona Giovanni (1898)
De Bona Giovanni (1952)
De Bona Grazia Maria (1941)
De Bona Lamberto (1947)
De Bona Luca (1943)
De Bona Lucia (1929)
De Bona Luciano (1949)
De Bona Luigia (1893)
De Bona Luigia (1914)
De Bona Maria (1957)
De Bona Mariano (1935)
De Bona Mario (1954)
De Bona Marisa (1948)
De Bona Paola (1960)
De Bona Paolino (1922)
De Bona Pasquale (1902)
De Bona Pierluigi (1948)
De Bona Pietro (1881)
De Bona Pietro (1910)
De Bona Pietro (1950)
De Bona Rita (1951)
De Bona Romeo (1925)
De Bona Rosetta (1931)
De Bona Stefano (1901)
De Bona Stafano (1957)
De Bona Umberto (1898)
De Bona Umberto (1938)
De Bona Velia (1955)
De Bona Walter (1952)
De Bona Wanda (1951)
De Bortoli Celsina (1929)
De Carli Carmen (1936)
De Castello Luigia (1919)
De Castello Vlttorina (1914)
De Cesero Agostina (1946)
De Cesero Antonio (1929)
De Cesero Domenica (1926)
De Cesero Dora (1925)
De Cesero Dorino (1943)
De Cesero Elisa (1897)
De Cesero Emilia (1950)
De Cesero Emilio (1933)
De Cesero Ennio (1961)
De Cesero Ernesto (1904)
De Cesero Ezio (1939)
De Cesero Ezio (1946)
De Cesero Francesca (1890)
De Cesero Franco (1934)
De Cesero Gianna (1959)
De Cesero Giorgio (1943)
De Cesero Giorgio (1945)
De Cesero Giovanna (1928)
De Cesero Giovanni (1907)
De Cesero Gluseppina (1946)
De Cesero Ivana (1947)
De Cesero Livio (1934)
De Cesero Loredana (1948)
De Cesero Lucia (1949)
De Cesero Luigi (1918)
De Cesero Luigi (1922)
De Cesero Luigi (1940)
De Cesero Luigia (1942)
De Cesero Marco (1952)
De Cesero Maria (1908)
De Cesero Maria (1942)
De Cesero Marino (1957)
De Cesero Michela (1963)
De Cesero Mirella (1939)
De Cesero Noemi (1932)
De Cesero Pierfelice (1947)
De Cesero Pierino (1936)
De Cesero Renato (1958)
De Cesero Romano (1935)
De Cesero Rossanna (1962)
De Cesero Sincero (1914)
De Cesero Valentino (1912)
De Cesero Vittorina (1932)
De Cesero Viviana (1958)
De Col Ada (1925)
De Col Antonia (1896)
De Col Daniela (1950)
De Col Ettore (1925)
De Col Giuseppe (1899)
De Col Luigi (1916)
De Col Maria (1926)
De Col Mauro (1958)
De Col Rosa (1938)
De Col Ugo (1942)
De Dea Luciano (1941)
De Dea Luigia (1896)
De Dea Norita (1952)
De Dea Virginia Renata (1954)
De Filippo Giuseppe (1910)
De Filippo Olivo (1940)
De Filippo Roberto (1953)
De Filippo Rosa (1963)
De Fina Bruna (1946)
De Florian Mario (1931)
De Francesch Giovanni (1921)
De Francesch Ilusca (1961)
De Francesch Nelide (1955)
De Giovanni Mario (1908)
De Lazzero Domenico (1900)
De Lazzero Fioravante (1901)
De Lazzero Giulio (1898)
De Lazzero Liana (1933)
De Lazzero Maria Teresa (1903)
De Lazzero Marianna (1901)
De Lazzero Paolina (1891)
De Lazzero Teresa (1906)
De Lorenzi Ada (1946)
De Lorenzi Agostino (1914)
De Lorenzi Alfeo (1956)
De Lorenzi Antonio (1948)
De Lorenzi Bernardino (1938)
De Lorenzi Caterina (1946)
De Lorenzi Celestina (1899)
De Lorenzi Dina (1944)
De Lorenzi Ettore (1932)
De Lorenzi Felice (1915)
De Lorenzi Fulvio (1908)
De Lorenzi G. Battista (1954)
De Lorenzi Gaetano (1901)
De Lorenzi Giacomina (1920)
De Lorenzi Giovannina (1949)
De Lorenzi Maria (1905)
De Lorenzi Maria (1919)
De Lorenzi Mario (1962)
De Lorenzi Osvaldo (1956)
De Lorenzi Remira (1941)
De Lorenzi Renza (1950)
De Lorenzi Romano (1958)
De Lorenzi Tranquilla (1952)
De Lorenzi Vinicio (1958)
De Lorenzo Angela (1948)
De Lorenzo Battista (1940)
De Lorenzo Costantino (1939)
De Lorenzo Ermenegildo (1909)
De Lorenzo Teresa (1895)
De Luca Elvira (1935)
De Luca Franco (1962)
De Luca Giorgio (1911)
De Luca Renzo (1948)
De March Livio (1963)
De March Umberto (1937)
De Marco Caterina (1916)
De Marco Giovanni (1924)
De Marco Luigia (1886)
De Marta Caterina (1894)
De Marta Clementina (1898)
De Mattia Elvira (1901)
De Mattia Fulgenzio (1954)
De Mattia Giovanni Batta (1927)
De Mattia Palmira (1923)
De Menech Chiara (1907)
De Menech Concetta (1929)
De Menech Daniele (1903)
De Menech Domenico (1947)
De Menech Elisabetta (1932)
De Menech Franco (1950)
De Menech Gianni (1945)
De Menech Ida (1942)
De Menech Ida (1920)
De Menech Luigi (1938)
De Menech Luisa (1958)
De Menech Maria (1917)
De Menech Mario (1909)
De Menech Mario (1912)
De Menech Mario (1940)
De Menech Pietro (1937)
De Menech Walter (1945)
De Menech Vittorio (1914)
De Min Edi (1952)
De Min Giuseppe (1920)
De Nardi Fernanda (1924)
De Nes Amelia (1914)
De Nes Claudio (1940)
De Nes Elena (1921)
De Nes Erasmo (1902)
De Nes Ida (1899)
De Nes Natalia (1923)
De Nes Rina (1906)
De Paris Eugenia (1932)
De Pasqual Enza (1938)
De Pellegrin Ada (1922)
De Pellegrin Alice (1910)
De Pellegrin Angelo (1914)
De Pellegrin Antonia (1905)
De Pellegrin Eugenio (1948)
De Pellegrin Norma (1945)
De Poi Angelica (1889)
De Pollo Teresa (1921)
De Pra Angelo (1913)
De Pra Cunegonda (1893)
De Pra Enza (1952)
De Pra Luciano (1904)
De Pra Maria (1905)
De Rossi Ermenegilda (1933)
De Rossi Meris (1928)
De Salvador Albina (1928)
De Salvador Giuseppe (1915)
De Silvestri Margherita (1918)
De Silvestri Maria (1941)
De Silvestri Milena (1949)
De Slivestri Silvio (1909)
De Silvestro Dorina (1946)
De Silvestro G. Battista (1935)
De Silvestro Roberto (1962)
De Silvestro Virgilio (1904)
De Toffol Dario (1928)
De Toffoli Bruno (1934)
De Toffoli Giorgio (1960)
De Toffoli Girolamo (1895)
De Toffoli Giuseppe (1924)
De Toffoli Manuela (1963)
De Valerio Angelo (1932)
De Valerio Antonia (1938)
De Valerio Carla (1933)
De Valerio Cristina (1922)
De Valerio Jole (1934)
De Valerio Lucia (1895)
De Vaierio Pierpaolo (1961)
De Valerio Pietro (1905)
De Vecchi Alessandro (1955)
De Vecchi Carlo (1886)
De Vecchi Carlo (1953)
De Vecchi Erina (1924)
De Vecchi Giacomo (1925)
De Vecchi Giuseppe (1889)
De Vecchi Luigi (1960)
De Vecchi Luigia (1934)
De Vecchi Maria Pia (1936)
De Vecchi Roberto (1963)
De Vido Caterina (1961)
De Vido Daniele (1960)
De Vido Giorgio (1921)
De Vido Giovanni (1929)
De Villa Teresa (1903)
De Zolt Antonietta (1909)
De Zolt Pietro (1879)
De Zolt Sandro (1940)
Del Vesco Gisella Maria (1891)
Del Vesco Alfredo (1922)
Del Vesco Anna (1963)
Del Vesco Antonio (1954)
Del Vesco Antonio (1957)
Del Vesco Bianca (1923)
Del Vesco Edi (1941)
Del Vesco Fabrizio (1962)
Del Vesco Flora (1901)
Del Vesco Prancesco (1954)
Del Vesco Fulvio (1963)
Del Vesco Giovanni (1958)
Del Vesco Giovanni (1960)
Del Vesco Lorella (1960)
Del Vesco Maria Teresa (1950)
Del Vesco Marzio (1949)
Del Vesco Pietro (1888)
Del Vesco Roberto (1927)
Del Vesco Veronica (1925)
Del Vesco Vincenzo (1913)
Dell’Agnola Matilde (1876)
Della Mora Livio (1949)
Della Mora Olga (1951)
Della Putta Antonio (1914)
Della Putta Antonio (1922)
Della Putta Assunta (1946)
Della Putta Bruna (1947)
Della Putta Claudio (1961)
Della Putta Costantino (1944)
Della Putta Costantino (1948)
Della Putta Delfina (1948)
Della Putta Domenico (1922)
Della Putta Enrica (1944)
Della Putta Gabriella (1956)
Della Putta Giacomo (1909)
Della Putta Giampietro (1961)
Della Putta Guerrino (1924)
Della Putta M. Luigia (1912)
Della Putta Maria (1923)
Della Putta Maria (1959)
Della Putta Maria Lucia (1905)
Della Putta Maria Luisa (1944)
Della Putta Maria Luisa (1955)
Della Putta Osvaldo (1956)
Della Putta Roberto (1948)
Della Putta Virgilio (1922)
Della Putta Wanda (1949)
Della Vedova Gianpaolo (1936)
Demovis Claudette (1941)
Di Giusto Elvira (1937)
Di Leo Maria Teresa (1957)
Dipol Renata (1932)
Dolce Guido (1910)
Donelli Ettore (1891)
Dotta Giovanni (1917)
Dotta Luciano (1949)
Dotta Luigina (1953)

–E–

Ederle Giuseppe (1899)
Egeo Emilia (1896)
Endrizzi Rosina (1944)

–F–

Fabbro Valentina (1943)
Facchinetti Giacomo (1949)
Facchinetti Ornella (1950)
Faganello Antonio (1912)
Faganello Daniela (1947)
Faganello Daniele (1949)
Faganello Maria Cristina (1954)
Faganello Orlando (1944)
Faganello Riccardo (1906)
Fagarazzi Berta (1950)
Fagarazzi Giacinta (1904)
Fagarazzi Giuseppe (1914)
Fagarazzi Luigia (1950)
Fagherazzi Gilda (1920)
Fain Antonio (1954)
Fain Lucia (1925)
Fain Maria (1915)
Fain Pierina (1894)
Fant Clorinda (1926)
Fattorel Pasqua (1930)
Fedon Ines (1910)
Feltrin Agnese (1924)
Feltrin Antonio (1930)
Feltrin Elettra (1954)
Feltrin Gianni (1946)
Feltrin Giuseppa (1905)
Feltrin Leonardo (1915)
Feltrin Lorenzo (1921)
Feltrin Teresa (1920)
Ferigo Antonia (1924)
Ferranti Gino (1922)
Ferranti Giorgio (1960)
Ferranti Maria Grazia (1956)
Ferrarese Rosa (1928)
Ferrari Liliana (1929)
Ferrazza Giovanna (1917)
Fiamberti Irma (1901)
Filippin Anastasia (1886)
Filippin Angelica (1906)
Filippin Angelica (1922)
Filippin Anna (1904)
Filippin Anna Maria (1946)
Filippin Antonia (1887)
Filippin Antonio (1907)
Filippin Bruna Giuseppin (1941)
Filippin Carlo Francesco (1930)
Filippin Caterina (1951)
Filippin Claudio (1945)
Filippin D. Fortunato (1899)
Filippin Daniele (1957)
Filippin Domenica (1917)
Filippin Domenica (1932)
Filippin Domenico (1889)
Filippin Domenico (1928)
Filippin Enzo (1944)
Filippin Felice Nino (1936)
Filippin Flora Maria (1948)
Filippin Fortunato (1910)
Filippin Francesco (1897)
Filippin Franco (1952)
Filippin Gabriella (1942)
Filippin Giacomina (1919)
Filippin Giovanni (1901)
Filippin Giuseppe (1895)
Filippin Giuseppe (1898)
Filippin Giuseppina (1913)
Filippin Jole (1926)
Filippin Marco Osvaldo (1962)
Filippin Margherita (1951)
Filippin Margherita (1963)
Filippin Margherita (1887)
Filippin Maria (1901)
Filippin Maria (1903)
Filippin Maria (1908)
Filippin Maria (1916)
Filippin Maria (1936)
Filippin Maria Italia (1927)
Filippin Pietro (1904)
Filippin Pietro (1932)
Filippin Pietro (1953)
Filippin Pietro Antonio (1949)
Filippin Pietro Benedetto (1895)
Filippin Pietro Giuseppe (1894)
Filippin Raffaello (1945)
Filippin Rosa (1949)
Filippin Sergio Giacomo (1934)
Filippin Silvia (1961)
Filippin Vittorio (1910)
Finotti Giuliana (1948)
Fiorin Antonio (1912)
Fiorin Bernardo (1892)
Fiorin Francesca (1880)
Fiorin Francesca (1942)
Fiorin Lelio (1938)
Fiorin Luigia (1914)
Fiorin Rosa Maria (1924)
Fiorin Sergio (1930)
Fistarol Gianfranco (1948)
Fistarol Giuseppe (1921)
Fistarol Mariateresa (1950)
Follis Maria (1903)
Fontanella Adriana (1940)
Fontanella Agostino (1921)
Fontanella Alberto (1953)
Fontanella Alfredo (1937)
Fontanella Amalia (1901)
Fontanella Ambrogio (1935)
Fontanella Angela (1901)
Fontanella Anna Maria (1927)
Fontanella Annibale (1946)
Fontanella Annita (1931)
Fontanella Antonella (1957)
Fontanella Antonietta (1921)
Fontanella Antonio (1913)
Fontanella Antonio (1919)
Fontanella Arturo (1903)
Fontanella Aurora (1958)
Fontanella Bernardo (1908)
Fontanella Bianca (1923)
Fontanella Bruno (1926)
Fontanella Carmen (1963)
Fontanella Corinna (1915)
Fontanella Emanuela (1954)
Fontanella Emilio (1911)
Fontanella Ernesto (1931)
Fontanella Francesco (1897)
Fontanella Fulvia (1955)
Fontanella Gabriele (1929)
Fontanella Germana (1960)
Fontanella Giacoma (1886)
Fontanella Giacomo (1911)
Fontanella Gianluigi (1956)
Fontanella Gianmarco (1959)
Fontanella Gianpietro (1950)
Fontanella Gigetto (1938)
Fontanella Gino (1956)
Fontanella Gioconda (1928)
Fontanella Giuseppe (1905)
Fontanella Ida (1892)
Fontanella Ines (1945)
Fontanella Ivana (1948)
Fontanella Lea (1922)
Fontanella Graziella (1943)
Fontanella Graziella (1947)
Fontanella Livio (1957)
Fontanella Loriana (1959)
Fontanella Luciana (1938)
Fontanella Luciano (1919)
Fontanella Luigi (1962)
Fontanella Luigi (1926)
Fontanella Luigia (1888)
Fontanella M. Dolores (1944)
Fontanella Margherita (1910)
Fontanella Maria (1925)
Fontanella Maria (1938)
Fontanella Maria (1942)
Fontanella Marianna (1911)
Fontanella Mariano (1944)
Fontanella Mario (1931)
Fontanella Mario (1957)
Fontanella Massimiliano (1904)
Fontanella Maurizia (1959)
Fontanella Nadia (1951)
Fontanella Natalina (1940)
Fontanella Nori (1956)
Fontanella Osvaldo (1916)
Fontanella Paolina (1902)
Fontanella Paolo (1927)
Fontanella Pietro (1953)
Fontanella Remo (1947)
Fontanella Remo (1952)
Fontanella Renata (1941)
Fontanella Rita (1947)
Fontanella Roberta (1960)
Fontanella Santa (1893)
Fontanella Sante Ottorino (1899)
Fontanella Sergio (1947)
Fontanella Trieste (1915)
Fontanella Umberto (1917)
Fontanella Vincenza (1930)
Fontanella Vincenzo (1926)
Fontanella Vincenzo (1944)
Fontanella Virgilio (1912)
Fop Francesco (1896)
Fop Gianni (1938)
Fop Maria Teresa (1930)
Fop Marfo (1959)
Forcellini Anna Maria (1948)
Forcellini Jole (1939)
Forzati Linda (1929)
Fotanella Bruno (1922)
Fraghì Edima (1934)
Fraghì Luigina (1938)
Franceschi Angelo (1963)
Franchini Delfina (1929)
Franchini Fabio (1952)
Franchini Giorgio (1956)
Franco Angela (1939)
Franzo Elena (1926)
Franzoso Maria (1927)
Fregona Corinna (1917)
Fruscalzo Gastone (1925)
Fumei Arturo (1939)
Furlan Giacomo (1905)
Furlan Giordano (1911)
Furlan Laura (1944)
Furlan Luigi (1940)
Furlan Maria (1886)
Furlan Maria (1898)

–G–

Gabrielli Libero (1905)
Gabrielli Luciano (1932)
Gabrielli Stefano (1960)
Gaio Giuseppina (1932)
Gaio Luigia (1948)
Gaio Rita (1951)
Galletto Alessandro (1953)
Galletto Federico (1950)
Galli Leo (1895)
Gamelli Chiara (1929)
Gandin Elisa (1935)
Garbo Adriana (1947)
Garbo Marino (1944)
Garbuio Alessandro (1959)
Garbuio Sergio (1928)
Gardi Giovanni (1943)
Garosi Learco (1937)
Gasparotto Luigia (1922)
Gatti Stefania (1961)
Gatti Tomaso (1959)
Gatto Attilio (1893)
Gatto Franco (1944)
Gennaro Elisa (1927)
Gentile Goffredo (1920)
Giacobazzi Angiolina (1909)
Giacomini Lucia (1937)
Giacomini Tiziano (1935)
Giacomini Virginia (1948)
Giannelli Gianni (1926)
Giordani Elisa (1914)
Girardi Aurora (1928)
Giusti Angelo (1932)
Giusti Arrigo (1961)
Giusti Francesco (1896)
Giusti Francesco (1963)
Gobitta Alfredo (1930)
Gordiani Marino (1907)
Granzotto Girolamo (1923)
Granzotto Susi (1959)
Grava Giovanna (1878)
Gregori Annita (1894)
Gregori Maria Marta (1933)
Gschnitz•er Carolina (1914)
Guerra Anna (1944)
Guerra Chiara (1936)
Guerra Franca (1939)
Guidi Maria Luisa (1917)
Gumina Vincenzo (1930)
Guolo Lucio (1961)
Guolo Mario (1934)

–L–

Larese Cighiriei Bortolo (1897)
Larese Filon Lorenzo (1936)
Lattarghe Vittorio (1896)
Lettarghe Delia (1949)
Libralesso Gianfranco (1961)
Libralesso Renato (1962)
Libralesso Salvatore (1934)
Ligabue Ennio (1926)
Logoz Lisa (1933)
Longoni Adriana (1961)
Longoni Paolo (1928)
Lorenzini Antonio (1915)
Lorenzini Luca (1949)
Lorenzini Maria Pia (1952)
Losego Anna (1962)
Losego Ettore (1953)
Losego Franco (1961)
Losego Lino (1929)
Loss Margherita (1961)
Loss Mirella (1955)
Losso Albino (1935)
Losso Aldo (1923)
Losso Alice (1920)
Losso Amedeo (1930)
Losso Angela (1946)
Losso Anna Maria (1948)
Losso Denis (1961)
Losso Ernesto (1910)
Losso Giovanna (1903)
Losso Giovanni (1908)
Losso Giulia (1921)
Losso Giuseppe (1944)
Losso Ivana (1942)
Losso Leo (1922)
Losso Leonora (1905)
Losso Lina (1912)
Losso Lina (1921)
Losso Lucia (1906)
Losso Luigia (1911)
Losso Marco (1952)
Losso Margherita (1892)
Losso Marisa (1937)
Losso Olindo (1912)
Losso Oliva (1923)
Losso Ornelia (1960)
Losso Palmira Giovanna (1899)
Losso Patrizia (1958)
Losso Pia Nelsa (1926)
Losso Pietro (1896)
Losso Solidea (1914)
Lunardi Alfredo (1923)
Lunardi Carlo (1962)
Lunardi Rosa (1958)

–M–

Maggioni Elena (1900)
Maggiora Enrica (1929)
Majer Giannella (1963)
Majer Giovanni (1928)
Majer Giuseppina (1960)
Malench Ida (1920)
Malinverni Angelo (1893)
Manari M. Antonietta (1925)
Manarin Anna Maria (1936)
Manarin Antonia Natalia (1917)
Manarin Antonio (1899)
Manarin Carlo (1904)
Manarin Carmela (1911)
Manarin Dante Giacomo (1913)
Manarin Donato (1898)
Manarin Emilia (1900)
Manarin Felice (1946)
Manarin Francesca (1920)
Manarin Francesca (1946)
Manarin Giosuè (1952)
Manarin Italo (1951)
Manarin Maddalena (1943)
Manarin Maria Letizia (1916)
Manarin Ruggero (1909)
Maraner Pia (1929)
Marcello Del Maino Anna (1933)
Marchesin Elena (1933)
Marcon Maria (1921)
Marcuzzo Antonietta (1942)
Marelli Giorgio (1960)
Marelli Luigi (1925)
Mares Maria (1906)
Marin Antonio (1873)
Marin Antonio (1958)
Marin Carolina (1914)
Marin Giovanni (1921)
Marin Guido (1954)
Marin Marianna (1917)
Marin Renato (1963)
Marinello Michele (1891)
Marinello Tarcisio (1943)
Mariot Alice (1907)
Mariot Erminia (1913)
Mariot Giacomo (1934)
Mariot Giovanni Maria (1885)
Mariot Lodovica (1924)
Mariot Lucia (1894)
Mariot Lucia (1951)
Mariot Paolo (1891)
Mariot Pietro (1934)
Mariot Pietro (1956)
Mariot Teresa (1900)
Martin Giuseppe (1950)
Martin Luigi (1922)
Martinelli Antonio B. (1937)
Martinelli Antonio G. (1939)
Martinelli Claudio (1963)
Martinelli Giacobbe (1887)
Martinelli Giacoma (1916)
Martinelli Giuseppe (1929)
Martinelli Maddalena (1923)
Martinelli Silvio (1963)
Martini Maria (1895)
Maso Bruna (1921)
Mattiazzi Erminia (1921)
Mattia•zzo Raffaele (1899)
Mazzali Rosa (1915)
Mazzocco Agostino (1919)
Mazzorana Ado (1923)
Mazzorana Angelo (1910)
Mazzorana Cristina (1959)
Mazzorana Denis (1954)
Mazzorana Emma (1906)
Mazzorana Fulvia (1952)
Mazzorana G. Efrem (1960)
Mazzorana Gaetano (1954)
Mazzorana Gaetano (1897)
Mazzorana Gemma (1954)
Mazzorana Giacomo (1923)
Mazzorana Giovanna (1912)
Mazzorana Laura (1961)
Mazzorana Lino (1927)
Mazzorana Maria (1902)
Mazzorana Mario (1926)
Mazzorana Pietro (1897)
Mazzorana Sergio (1955)
Mazzorana Valentino (1924)
Mazzucchelli Vittorio (1948)
Mazzucco Amabile (1896)
Mazzucco Amabile (1912)
Mazzucco Arduino (1935)
Mazzucco Carmela (1898)
Mazzucco Erminia (1891)
Mazzucco Gervasio (1905)
Mazzucco Giulio (1888)
Mazzucco Ivana (1943)
Mazzucco Lucia (1893)
Mazzucco Maria (1894)
Mazzucco Maria (1920)
Mecchia Renata (1935)
Melosso Angelina (1931)
Meneguz Ancilla (1946)
Micheletto Adele (1889)
Micheletto Annunziata (1895)
Michelin Giuseppe (1940)
Michelon Dina (1923)
Miglietta Carmelo (1940)
Migotti Enrico (1914)
Migotti Mario (1955)
Milano Caterina (1934)
Minello Ermenegilda (1908)
Minisini Alba (1921)
Miot Lorenzo (1930)
Mognol Aldo (1923)
Mognol Ettore (1899)
Mognol Mirto (1959)
Mognol Sanio (1953)
Mola Giovanni (1874)
Molin Pradel Ezio (1946)
Molin Pradel Giovanni (1953)
Monastier Carmela (1907)
Monego Emanuele (1914)
Monego Paola (1951)
Monego Rosina (1947)
Moro Caterina (1888)
Moro Dina Mirella (1943)
Moro Eugenio (1960)
Moro Giulia (1924)
Moro Liliana (1963)
Moro Narciso (1936)
Morossi Ida (1911)
Mosena Lorenzo (1891)
Mosena Maria Silvia (1954)
Mosena Maria Teresa (1953)
Mosena Viola (1930)
Mozzelin Giovanni (1934)
Munarin Annita (1924)
Munarin Marcella (1929)

–N–

Nadalin Loretta (1947)
Nardi Amedeo (1917)
Nardi Elvi (1953)
Nardi Giorgio (1959)
Nardi Rosa (1948)
Nazzaro Carmine (1957)
Nazzaro Manuela (1955)
Nazzaro Pasquale (1930)
Nciola Giacomo (1887)
Nebuloni Carlo (1896)
Nebuloni Carlo (1962)
Nebuloni Elisa (1930)
Nebuloni Giuseppe (1933)
Negretto Giovanni (1906)
Negretto Graziella (1943)
Negretto Pietro (1949)
Negretto Regina (1946)
Nessi Virginia (1927)
Nicola Antonietta (1904)
Nicola Bruna (1907)
Nicola Giacomo (1945)
Nicola Gianfranco (1939)
Nicola Giovanni Batta (1909)
Nicola Giorgio (1937)
Nicola Margherita (1915)
Nicola Maurizia (1946)
Nicola Nerina (1911)
Nicola Paolo (1952)
Nicola Silvio (1924)
Nicolai Mario (1946)
Nicoli Amerigo (1949)
Nicoli Fortunato (1922)
Nicoli Giuseppina (1953)
Nobis Alberto (1937)
Nora Teresa (1900)

–O–

Olivier Alberto (1911)
Olivier Aldo (1914)
Olivier Amalia (1923)
Olivier Angelo (1939)
Olivier Carlo (1902)
Olivier Cesira (1921)
Olivier Fosca (1903)
Olivier Ginevra (1902)
Olivier Giorgetta (1941)
Olivier Giovanni (1926)
Olivier Lucio (1947)
Olivier Luigia (1918)
Olivier Magda (1943)
Olivier Maria (1882)
Olivier Maria (1910)
Olivier Maria (1910)
Olivier Maria (1911)
Olivier Maria (1921)
Olivier Marianna (1937)
Olivier Marielisa (1945)
Olivier Ovidia (1930)
Olivier Pietro (1944)
Olivier Romeo (1911)
Olivier Rosanna (1957)
Olivier Valentina (1930)
Olivier Vincenzo (1894)
Olivier Vincenzo (1962)
Olivier Vittorio (1963)
Olivoni Tiziana (1934)
Olivotto Antonio (1928)
Olivotto Manlio (1908)
Osellin Aurelio (1912)
Osellin Giuseppe (1947)
Osellin Lauro (1953)
Osellin Libero (1915)
Osellin Rita (1938)

–P–

Pachner Rosa (1896)
Pagogna Enrico (1895)
Pagogna Giustina (1942)
Paiola Antonio (1885)
Paiola Giovanni (1956)
Paiola Maurizio (1957)
Paiola Raffaella (1943)
Paiola Roberto (1959)
Panciera Francesca (1925)
Panciera Giovanni (1954)
Panciera Giuseppe (1954)
Panciera Guglielmo (1925)
Panciera Lucia (1947)
Panciera Paolo (1962)
Panciera Pietro (1960)
Panciera Valentino (1923)
Pancont Amalia (1870)
Papa Rosalba (1948)
Papa Vito (1917)
Papparotto Palmira (1908)
Paris Carolina (1920)
Paris Giuseppe (1888)
Paris Luigia (1927)
Parise Maria (1917)
Parisotto Ida (1900)
Paschini Ines (1935)
Pase Flavia (1952)
Pase Gregorio (1923)
Pasini Angela (1899)
Pasquotti Leonilda (1931)
Passutti Gina (1939)
Pellizzari Antonio (1928)
Pellizzari Luciano (1959)
Pellizzari Luisa (1955)
Pellizzari Mario (1910)
Perin Pietro (1937)
Peron Elisabetta (1920)
Perotto Vittoria (1890)
Perrazza Adriano (1946)
Perrazza Antonella (1961)
Perrazza Bruno (1923)
Perrazza Dora (1950)
Personenni Annetta (1927)
Pertoldi Lucia (1891)
Pesavento Giuseppe (1917)
Pesce Maria Silvia (1935)
Petris Sergio (1939)
Pezzin Carlo (1889)
Pezzin Giuseppe (1916)
Pezzin Maria (1888)
Piaia Augusto (1920)
Piat Ennia (1926)
Piat Giacoma (1901)
Piat Giovanni (1892)
Piat Marianna (1891)
Piaz Giuseppe (1914)
Piazza Antonio (1914)
Piccin Lino (1921)
Piccin Teresa (1915)
Piccin Vittoria (1916)
Piccottini Giacoma (1886)
Pierobon Celestino (1916)
Pillon Angela (1906)
Pillon Angelo (1960)
Pillon Antonio (1916)
Pillon Clara (1910)
Pillon Dora (1947)
Pillon Ezio (1944)
Pillon Gino (1914)
Pillon Giselda (1908)
Pillon Guerrino (1930)
Pillon Ivana (1951)
Pillon Ivano (1961)
Pillon Margherita (1949)
Pillon Maria (1912)
Pillon Rino (1948)
Pillon Silvio (1912)
Pillon Tiziana (1959)
Pilotto Claudio (1912)
Pinazza Maria (1942)
Pioggia Maria (1911)
Pioggia T. Francesco (1913)
Pison Amabile (1907)
Pistollato Elvira (1911)
Pistollato Regina (1909)
Piucco Franco (1961)
Piucco Fulvio (1955)
Piucco Maria (1915)
Piucco Meri (1934)
Piucco Rosa (1949)
Piva Pietro (1940)
Piva Renato (1943)
Platner Elena (1952)
Plattner Adone (1899)
Plattner Fabrizio (1950)
Plattner Flora (1905)
Plattner Francesco (1896)
Plattner Giovanni (1944)
Plattner Maria Luisa (1927)
Plattner Patrizia (1952)
Plattner Roberto (1956)
Plattner Romana (1946)
Plattner Umberto (1933)
Polla Antonia (1928)
Polla Cesare (1900)
Polla Cinzia (1961)
Polla Duilio (1925)
Polla Ester (1891)
Polla Fulvia (1955)
Polla Germano (1932)
Polla Giuseppe (1888)
Polla Ines (1882)
Polla Margherita (1934)
Polla Maria (1895)
Polla Maria Giuditta (1926)
Polla Rita (1914)
Polla Santa (1937)
Pontone Cristina (1947)
Pontone Marina (1949)
Possamai Loris (1958)
Possamai Luciano (1933)
Possamai Paolo (1963)
Pozzan Anna (1894)
Pozzobon Alba (1948)
Pozzobon Olivo Luigi (1915)
Pozzobon Roberto (1946)
Pra Baldi Libero (1902)
Pra Floriani Fabio (1948)
Pradal Rosa Elena (1910)
Pradella Dante (1918)
Pradella Giampaolo (1944)
Pradella Remilio (1913)
Pradetto Vicare Maria (1924)
Prest Chiara (1909)
Pretto Florindo (1940)
Prezioso Renato (1947)
Protti Giovanni Battista (1879)
Protti Maria (1962)
Protti Maria Adelaide (1912)

–Q–

Quaglia Eva (1920)

–R–

Rapino Almo (1922)
Rapino Bruno (1946)
Ravà Estella (1895)
Rech Anna Maria (1932)
Refosco Dora (1914)
Refosco Ispana (1890)
Remor Maria (1946)
Remor Pietro (1913)
Reolon Maria (1922)
Revolfato Beniamino (1917)
Revolfato Gina (1946)
Revolfato Lucia (1949)
Revolfato Teresa (1949)
Rimini Luciana (1932)
Rimini Rodolfo (1892)
Rimini Tiziana (1959)
Rittmeyer Giancarlo (1933)
Rizzo Amatore (1938)
Rizzotto Enrico (1912)
Rizzotto Ines (1926)
Rognoni Ercole (1903)
Rombaldi Giuseppe (1907)
Ronci Jolanda (1911)
Rosada Liliana (1943)
Rosetti Albina (1887)
Rossa Ennio (1941)
Rossi Ines (1927)
Rossi Valentino (1922)

–S–

Sacchet Agostina (1923)
Sacchet Alberto (1924)
Sacchet Antonio (1906)
Sacchet Antonio (1921)
Sacchet Attilio (1908)
Sacchet Attilio (1902)
Sacchet Celestina (1908)
Sacchet Clotilde (1903)
Sacchet Cristina (1947)
Sacchet Domenica (1891)
Sacchet Giacoma (1910)
Sacchet Giacomo (1920)
Sacchet Giampaolo (1941)
Sacchet Gian Piero (1960)
Sacchet Gianna (1950)
Sacchet Giorgio (1923)
Sacchet Giuseppe (1899)
Sacchet Giuseppe (1938)
Sacchet Leonora (1919)
Sacchet Lidia (1930)
Sacchet Lucia (1923)
Sacchet Lucia (1932)
Sacchet Maria (1894)
Sacchet Maria (1920)
Sacchet Mariano (1879)
Sacchet Nicolò (1882)
Sacchet Norma (1940)
Sacchet Pasqua (1928)
Sacchet Pietro (1874)
Sacchet Pietro (1904)
Sacchet Renzo (1946)
Sacchet Rina (1915)
Sacchet Rita (1941)
Sacchet Sergio (1925)
Sacchet Silvestro (1945)
Sagui Angelo (1907)
Saguì Antonietta (1924)
Saguì Margherita (1921)
Sagui Maria (1877)
Salce Bianca (1928)
Salce Dino (1925)
Salce Lucio (1924)
Salvador Amedeo (1922)
Salvador Delcisa (1920)
Salvador Giacomo (1900)
Salvador Giuseppina (1908)
Salvador Guido Gino (1917)
Salvador Luigia (1880)
Salvador Maria (1895)
Salvador Maria (1906)
Salvador Nerina (1912)
Salvador Umberto (1940)
Salvador Virginia (1913)
Sandrin Carla (1958)
Sandrin Elena (1949)
Sandrin Giuseppe (1920)
Sandrin Laura (1954)
Sandrin Lino (1951)
Santarossa Maria (1924)
Sartor Beatrice (1911)
Sartor Ferruccia (1959)
Sartor Osvalda (1920)
Sartor Valentina (1909)
Scagnet Angela (1953)
Scagnet Giovanni (1929)
Scagnet Giuseppe (1927)
Schiavon Bruno (1936)
Schincariol Italo (1933)
Schiratti Attilio (1904)
Schutz Hilmar (1941)
Schwingshakel Floriano (1906)
Schwingshakel Gabriella (1941)
Schwingshakel Giuseppe (1919)
Schwingshakel Ilario (1945)
Schwingshakel M. Luisa (1939)
Scussel Livia (1914)
Secondo Giuseppe (1913)
Secondo Laura (1940)
Secondo Luigi (1947)
Secondo Luigia (1893)
Secondo Paolo (1959)
Serafini Antonella (1950)
Serafini Bruno (1913)
Serafini Lidia (1946)
Serafini Marilina (1952)
Signori Marcellina (1919)
Silletti Maria (1922)
Simonetta Giuseppe (1914)
Simonetti Raffaele (1923)
Simonetti Ugo (1956)
Sivieri Italo (1936)
Smaniotto Antonietta (1951)
Smaniotto Giuseppe (1901)
Smaniotto Ida (1912)
Smaniotto Lucia (1898)
Smaniotto M. Maddalen (1948)
Smaniotto Plinia (1946)
Smaniotto Tullio (1903)
Smillovich Stelvio (1934)
Sogne Augusta (1911)
Solagna Floriano (1902)
Solari Franca (1954)
Solari Giacomino (1918)
Solari Maria (1952)
Solari Silvana (1956)
Sommariva Arturo (1921)
Sommariva Battista (1931)
Sommariva Bruna (1932)
Sommariva Bruno (1950)
Sommariva Ezio (1961)
Sommariva Gabriella (1957)
Sommariva Giacomo (1947)
Sommariva Gioacchino (1923)
Sommariva Lucia (1959)
Sommariva Maria Teres (1960)
Sommariva Marisa (1958)
Sommariva Modesto (1920)
Sommariva Pasquale (1929)
Sommariva Renato (1926)
Sommariva Silvano (1947)
Sommariva Walter (1952)
Sommavilla Alda (1924)
Sommavilla Chiara (1949)
Sommavilla Fiori (1924)
Sommavilla Francesco (1887)
Sommavilla Gabriella (1958)
Sommavilla Giuseppe (1952)
Sommavílla Maria (1895)
Sommavilla Viviana (1960)
Sonnaggere Bortolina (1896)
Soppelsa Alberto (1944)
Soster Maria Luisa (1938)
Spadetto Armando (1925)
Spadetto Claudio (1955)
Spadetto Elda (1953)
Spadetto Elio (1961)
Spadetto Giannino (1923)
Spadetto Giuseppe (1959)
Spadetto Rosanna (1952)
Speretta Angela (1929)
Spinetti Antonella (1953)
Spinetti Antonio (1960)
Spinetti Dino (1924)
Spinetti Maria Grazia (1958)
Sponga Erminio (1923)
Stragà Eugenio (1904)
Stragà Pietro (1928)
Stragà Pietro (1909)
Strocchi Giuseppa (1899)

–T–

Tabacchi Pietro (1904)
Tabora Claudia (1927)
Tacconi Anna Maria (1909)
Talamini A. Vittorio (1912)
Talamini Ada (1934)
Talamini Antonietta (1924)
Talamini Antonio (1903)
Talamini Antonio (1951)
Talamini Augusto (1902)
Talamini Dino (1949)
Talamini Elena (1930)
Talamini Elena Maria (1940)
Talamini Franca (1947)
Talamini Giuseppina (1910)
Talamini M. Giovanna (1940)
Talamini Renato (1952)
Talamini Silvio (1953)
Tamburini Mea (1906)
Tardivel Teresa (1902)
Tasso Angela (1877)
Tasso Orsola (1881)
Tavoni Ena (1908)
Tessari Orazio (1892)
Tessaro Edi (1956)
Tesser Margherita (1931)
Teti Rosa (1931)
Teza Antonia (1911)
Teza Antonio (1913)
Teza Antonio (1920)
Teza Bruna (1920)
Teza Bruna (1934)
Teza Bruno (1947)
Teza Caterina (1884)
Teza Cinzia (1960)
Teza Claudio (1944)
Teza Daniela (1948)
Teza Enza (1948)
Teza Ettore (1921)
Teza Francesca (1950)
Teza Francesco (1922)
Teza Giacomina (1908)
Teza Giacomo (1941)
Teza Giampietro (1947)
Teza Gianvittorio (1947)
Teza Gino (1920)
Teza Giorgio (1945)
Teza Giorgio (1947)
Teza Giovanna (1902)
Teza Giovanna (1946)
Teza Giovanna (1947)
Teza Giovanni (1915)
Teza Giovanni (1922)
Teza Giovanni (1936)
Teza Giovanni (1956)
Teza Giuliano (1960)
Teza Gloria (1958)
Teza Imelda (1948)
Teza Italo (1934)
Teza Laura (1888)
Teza Lea (1913)
Teza Lodovico (1939)
Teza Lorena (1962)
Teza Luciano (1945)
Teza Ludovica (1949)
Teza Luigi (1953)
Teza Luigino (1916)
Teza Luisa (1946)
Teza Luisa (1951)
Teza Manuela (1962)
Teza Marcello (1945)
Teza Marco (1963)
Teza Maria (1882)
Teza Maria (1915)
Teza Maria Rosa (1949)
Teza Maria Rosa (1956)
Teza Mario (1915)
Teza Mario (1935)
Teza Mario (1944)
Teza Osvaldo (1924)
Teza Piera (1949)
Teza Renzo (1946)
Teza Roberta (1953)
Teza Roberto (1916)
Teza Romeo (1907)
Teza Rosina (1912)
Teza Ruggero (1908)
Teza Teresa (1904)
Teza Tullio (1949)
Teza Vittorio (1893)
Tiritelli Teresina (1933)
Tobler Gianni (1959)
Tobler Giulio Luigi (1952)
Tobler Guido (1963)
Tobler Luciano Antonio (1956)
Tobler Werner (1922)
Tomasi Lucia (1896)
Tomè Graziella (1943)
Tonellato Francesca (1893)
Tonon Silvano (1932)
Torre Dolores (1888)
Torre Lauretta (1891)
Tovanella Ada (1963)
Tovanella Alberto (1932)
Tovanella Carla (1939)
Tovanella Eugenia (1917)
Tovanella Fernanda (1944)
Tovanella Francesca (1893)
Tovanella Giacomo (1890)
Tovanella Giancarlo (1935)
Tovanella Ivana (1935)
Tovanella Marco (1941)
Tovanella Maria Grazia (1933)
Tovanella Osvaldo (1895)
Trevisan Maria Teresa (1937)
Trevisson Pasqualino (1942)
Trevisson Roberto (1944)
Triches Francesco (1909)
Troian Dolores (1943)
Troian Giuseppe (1945)
Trombin Maria (1900)
Turri Domenico (1897)
Turrin Giovanni (1930)
Turrin Manuela (1957)
Turrin Maurizio (1961)

–U–

Uberti Luigia (1896)
Uliana Giuseppina (1919)
Urriani Giovanni (1942)

–V–

Valle Palmira (1929)
Vanz Giovanna (1897)
Vanz Maddalena (1891)
Vascellari Beppina (1938)
Vascellari Maria Rosa (1936)
Vazza Angelo (1950)
Vazza Annalisa (1953)
Vazza Aurelio (1914)
Vazza Carla (1956)
Vazza Clelia (1910)
Vazza Costantino (1904)
Vazza Domenica (1905)
Vazza Eleonora (1912)
Vazza Gianna (1946)
Vazza Giuseppe (1948)
Vazza Lucia (1886)
Vazza Luisa (1946)
Vazza Paolo (1944)
Vazza Pietro (1955)
Vazza Teresa (1899)
Vazza Ugo (1920)
Versich Elda (1937)
Vidmar Silvana (1940)
Vido Giovanna (1909)
Viel Carmela (1909)
Vienna Elisa (1877)
Villa Marco (1963)
Villa Vinicio (1931)
Vincenzi Carla (1934)
Vittoria Maria (1925)

–Z–

Zabot Alba (1940)
Zabot Fiorella (1922)
Zabot Giuseppe (1891)
Zabot Rosetta (1935)
Zaccaria Stefano (1928)
Zaccheo Luciana (1925)
Zadra Antonia (1894)
Zadra Fulvia (1946)
Zadra Gianfrancesco (1944)
Zadra Romano (1898)
Zadra Vittorio (1943)
Zaetta Faustino (1893)
Zago Luigi (1929)
Zaia Costantino (1910)
Zambelli Gnocco Maria (1923)
Zanchetta Luciana (1953)
Zanchetta Rita (1947)
Zanchetta Stefano (1917)
Zandomenego Ada (1928)
Zandomenego Augusto (1910)
Zandomenego Leonora (1929)
Zandomenego Maria (1877)
Zandomenego Mario (1913)
Zandomenego Norma (1910)
Zandonella Dosolina (1885)
Zanelli Giovanni (1911)
Zanetti Lena (1916)
Zangrando Arcangela (1924)
Zangrando Ezio (1947)
Zangrando Giovanni Batta (1904)
Zangrando Ilario (1899)
Zangrando Lucia (1875)
Zangrando Marianna (1908)
Zangrando Tranquilla (1922)
Zanin Bortolo (1899)
Zanin Carolina (1897)
Zanin Fabrizio (1958)
Zanin Giovanni (1930)
Zanin Luigi (1891)
Zanin Luigina (1953)
Zanin Maria Pia (1942)
Zanin Natalino (1932)
Zanin Pietro (1924)
Zanna Cecilia (1888)
Zara Vanna (1945)
Zardo Franceschina (1891)
Zatta vittorio (1917)
Zattoni A. Paolo (1928)
Zecchin Irma (1901)
Zoldan Antonio (1916)
Zoldan Domenica (1922)
Zoldan Gabriele (1961)
Zoldan Giuseppe (1897)
Zoldan Livia (1919)
Zoldan Luigia (1902)
Zoldan Maurizio (1962)
Zuccolini Fiorenza (1896)
Zuliani Cesarina (1925)
Zulíani Giorgio (1946)
Zuliani Nives (1938)
Zuliani Novero (1895)
Zuliani Vittorio (1899)

Elenco Feriti

Accamillesi Germano
Alessi Santina
Anzolut Serafino
Anzolut Vincenzo
Arlant Lio
Baldissera Patrizia
Barzan Giacomo
Bez Domenico
Bez Maria
Bortot Dino
Bratti Antonietta
Bratti Elisabetta
Bristot Renzo
Canzian Angela
Carlesso Danila
Carniel Albina
Castellano Benito
Coletti Giancarlo
Coletti Matelda
Coletti Michela
Colotto Candida
Corona Angelica
Corona Angelica
Corona Antonio
Corona Caterina
Corona Clementina
Corona Clementina
Corona Giuliana
Corona Margherita
Corona Maria
Corona Maria
Corona Maria
Corona Maria in Corona
Corona Zan Domenica
Costa Dorina
Crapanzano Salvatore
D’Incà Arturo
D’Incà Bruno
D’Incà Dosolina
D’Incà Gloria
D’Incà Ornella
Da Ronch Giacomina
Da Ros Faustina
Dal Molin Maria
Dall’Armi Aldo
De Bona Giacomina
De Filippo Lazzera
De Lazzero Giacomo
De Lazzero Roberto
De Lorenzi Andrea
De Lorenzi Caterina
De Lorenzi Giannina Albertina
De Lorenzi Giovanni
De Lorenzi Giovanni
De Lorenzi Marcolina
De Lorenzo Emilia
De Lorenzo Gabriella
De Menech Ernesto
De Nes Giuseppina
De Villa Alba
Della Putta Anna Maria
Della Putta Carlo
Della Putta Giacomo
Della Putta Giuseppe
Della Putta Maria
Della Putta Olinda
Feltrin Luigi
Fiabane Teresa
Filippin Apollonia
Filippin Eleonora
Filippin Elio
Filippin Giacomina
Filippin Giovanni
Filippin Giovanni
Filippin Giuseppe Mauro
Filippin Manuela
Filippin Maria
Filippin Maria Candida
Filippin Morena
Filippin Natalina
Filippin Odorico
Filippin Renato
Filippin Vittoria
Fiorin Renato
Gabrielli Scilla
Galli Maria Teresa
Gentilin Ines
Lazzarin Genoveffa
Lorenzi Gemma
Losso Adele
Losso Antonio
Losso Arduino
Losso Aurora
Losso Paolo
Manarin Angelica
Manarin Domenica
Manarin Ferdinando
Manarin Gelindo
Manarin Giacomina
Manarin Maddalena
Mariot Angela
Martinelli Abramo
Martinelli Nadia
Mazzorana Gino
Mazzucco Agostino
Mazzucco Augusto
Mazzucco Maddalena
Mazzucco Maria
Migotti Renato
Munarin Letizia
Netto Maria
Olivier Arnaldo
Olivier Luigia
Olivier Ottorino
Olivotto Mario
Onisto Maria
Pagogna Ida
Passudetti Orazio
Perri Beatrice
Pillon Umberto
Polet Remo
Pollet Vito
Pra Florian Renzo
Rimini Germano
Roman Teonisto
Sacchet Fiorenzo
Sacchet Giulio
Sacchet Giuseppe
Sacchet Luigia
Sacchet Rosella
Salce Adriana
Sartor Giacomo
Sime Elisabetta in De Lazzero
Simonetti Ivan
Simonetti Raffaele
Specia Augusto
Talamini Giovanni
Teza Villa
Vazza Domenica
Vazza Onorino
Zambon Adelaide
Zara Ines
Zara Roberto
Zara Tullio
Zoldan Alfredo
Zoldan Giovanni


La Catastrofe

LA CATASTROFE

Campanile di Pirago (Foto Zanfron)

LA TRAGEDIA

Alle ore 22,39 del 9 ottobre 1963 si compie l’ultimo atto di una tragedia umana. Una frana gigantesca provoca un’onda che cancella, in pochi secondi, un territorio e quasi 2.000 vite umane. La morfologia delle valli del Vajont e del Piave viene sconvolta: i danni materiali incalcolabili. Di Longarone restano solo poche case; Erto viene graziato ma spariscono gran parte delle sue frazioni. Ma oltre alle vittime e alla distruzione territoriale la popolazione superstite subisce le conseguenze di indelebili danni morali, che sono quelli che hanno fatto soffrire e continuano a far soffrire persone singole e comunità.
La natura esce ancora una volta vincitrice nei confronti dell’uomo…

La Tragedia
Ennio d’Ambros

- La frana

Le dimensioni del corpo franoso erano enormi: due chilometri quadrati di superficie e circa 260 milioni di metri cubi di volume roccioso. Questa massa, da molto tempo instabile, precipitò nel sottostante bacino idroelettrico del Vajont ad una velocità stimata attorno ai 20-25 m/sec.
Il fronte compatto già era lambito dalle acque del lago ed aveva una lunghezza di 2000 metri, con un’altezza media di oltre 150 metri.
Il tremendo impatto con la sponda opposta portò la frana a risalire anche per più di centosessanta metri, sbarrando la valle e modificandola in maniera definitiva. Probabilmente le scaglie e i detriti generati della massa in movimento furono trascinate in avanti riempiendo la gola del Vajont, costituendo quindi uno strato plastico che ha agevolato l’appoggio e lo scorrimento della frana stessa.
Questo improvviso accrescimento del corpo franoso entro il bacino della diga permise la formazione dell’onda e determinò le caratteristiche dinamiche della stessa.

Tabella riassuntiva relativa al corpo franoso

Superficie

Volume

Lunghezza del fronte

Altezza media

Velocità

Risalita del fronte

2 Kmq

260.000.000 mc

2.000 m

150 m

72-90 Km/h

160 m

- L'Onda

L’effetto generato dalla caduta del grosso corpo franoso produsse, sul lago artificiale, risultati impressionanti. Esso attraversò la gola a velocità molto alta, scivolò sul pendio opposto risalendolo in parte. In una decina di secondi generò uno spostamento, in proiezione orizzontale, di circa 350-380 metri e lungo la superficie di scivolamento di 450-500 metri. La pressione di questa massa, per effetto della spinta idraulica, sollevò un’onda di circa 50 milioni di metri cubi. L’acqua, carica anche di materiale solido in sospensione, raggiunse quota 930 prima di riversarsi sul lago restante ed oltre la diga, verso la valle del Piave.
Circa la metà del volume d’acqua si riversò dunque nel Longaronese, percorrendo in pochi minuti quasi due chilometri. Il suo fronte, in corrispondenza della diga, era di circa 150 metri, mentre allo sbocco sul Piave era di 70 metri. Dalla diga allo sbocco della valle del Vajont il fronte dell’onda di piena impiegò 4 minuti per percorrere 1600 metri.

L’Onda (olio su tela)
Giovanni Bettolo

Nella piana del Piave l’acqua, non trovando ostacoli naturali, si appiattì e dopo aver investito Longarone e i centri limitrofi, rifluì verso sud, lungo il corso del fiume, generando un’enorme onda di piena. Dallo sbocco della valle del Vajont al ponte di Soverzene sul Piave questa percorse 7500 metri in 21 minuti, con una velocità media di propagazione di circa 6 m/sec.
A Belluno, venti chilometri più a sud, la portata era ancora valutabile attorno ai 5000 metri cubi/sec e l’altezza dell’acqua era di circa 12 metri.
La sua velocità di propagazione, nel tratto Belluno-Nervesa (quest’ultimo centro situato a circa 60 chilometri da Longarone) era dimezzato rispetto al tratto Soverzene-Belluno, con valori corrispondenti ad una normale onda di piena (2-2.5 m/sec).
Solo in corrispondenza della foce del Piave, sul mare Adriatico, le acque tornarono quiete.

Diga: il giorno dopo

- I Danni Materiali

La valle di Longarone, a causa delle interruzioni stradali e ferroviarie fu completamente isolata dal resto del paese. Anche le telecomunicazioni (telefono e telegrafo) furono troncate.
La linea ferroviaria della ferrovia Padova-Belluno-Calalzo, per un tratto di circa 2 chilometri, venne divelta e con essa la stazione con i suoi impianti e edifici.
Un tratto della statale n°51 di Alemagna che attraversava il centro di Longarone fu asportata per una complessiva lunghezza di circa 4 chilometri.

Longarone: ciò che resta

La frazione di Pirago

Il capoluogo di Longarone, con le località di Pirago e Rivalta, fu quasi completamente distrutto. Furono risparmiate solo 22 case di Longarone (tra cui il palazzo comunale) situate nella parte settentrionale del centro, sulle più elevate pendici del versante destro della vallata e, miracolosamente, il campanile della chiesetta di Pirago. Anche la frazione di Faè ed il nucleo di Villanova furono distrutte, mentre il centro di Codissago restò gravemente danneggiato. I paesi di Dogna e Provagna restarono senza collegamenti viari, per la scomparsa di strade e ponti.
Come le case anche gli edifici industriali subirono la stessa sorte: gli stabilimenti situati tutti sulla parte bassa della vallata non esistevano più e vaste aree agricole furono definitivamente perse. I danni si estesero, seppur limitatamente, ad altri comuni disposti lungo il corso del Piave.
La spinta dell’acqua trascinò sino al paese di Termine di Cadore, situato 4 chilometri più a nord di Longarone, grosse piante e qualche salma.
Ecco il quadro riassuntivo relativo al comune di Longarone:

Località

Longarone

Pirago-Rivalta

Villanova-Faè

Altre

Totale

Abitazioni esistenti prima del Vajont

372

159

59

635

1.225

Abitazioni distrutte dopo il 9 ottobre

361

159

32

0

552

Anche nella valle del Vajont le distruzioni materiali furono ingenti. Cinque frazioni scomparvero quasi totalmente: S. Martino, Frasèin, Col delle Spesse, Patata e il Cristo. Profondamente colpita fu anche la località di Pineda, mentre solo marginalmente lo fu il centro di Casso. Erto fortunatamente rimase indenne, in quanto l’onda fu interrotta da un frangiflutti naturale, lo sperone del Fortezza, che crea una gobba nel bacino.
Spingendosi fino contro Certen l’onda investì quindi Pineda, rimbalzando poi su S. Martino, sull’altro versante. L’effetto del risucchio dell’onda non fu meno distruttivo del suo impatto frontale. La massa d’urto dell’acqua giunse fino al collo terminale del bacino, verso Cimolais, raggiungendo per inerzia la località di Teign, distruggendo il ponte di Therentòn che collegava i due versanti. Ma la violenza maggiore fu sprigionata in località Spesse, dove una quindicina di case vennero rase al suolo con la morte di un’ottantina di persone. Si salvarono solo due case, le più alte. A Pineda una quindicina di case e quaranta persone furono spazzate via in un secondo: una porzione di terra da sempre generosa per i frutti che sapeva dare appariva come una landa desolatamente vuota.

L’onda arriva fino a Casso
(Foto Zanfron)

Poche case resistono…
(Foto Zanfron)

La strada che portava da Pineda alla diga del Vajont sparì a metà costone del Toc.
Anche il paese di Casso, situato 300 metri più in alto della diga, subì alcuni danni: le case più basse furono invase dalle acque ma resistettero. Una donna fu invece ritrovata a metà costone.
Così scrisse Giorgio Valussi nel libro La frana del Vajont e le sue conseguenze geografiche: “L’agricoltura ha perduto tutta l’area pastorale del M. Toc che era indispensabile, come si è visto, all’economia agraria di Casso, buona parte dei seminativi di Casso, che si sviluppavano a terrazzi sotto l’abitato, e parte dei seminativi di Erto e S. Martino: la superficie dei seminativi, già diminuita dell’invaso, è stata così ridotta a meno di un terzo e quella dei prati ha subito quasi un dimezzamento, mentre le già scarse risorse forestali sono state depauperate del bosco di Ortighe. Il patrimonio zootecnico ha perduto il 30% dei capi e le migliori disponibilità foraggiere. La devastazione delle strade ha isolato il centro di Casso, ormai raggiungibile solo attraverso impervie mulattiere o dall’elicottero, ed ha interrotto ogni comunicazione con la valle del Piave, essendo il loro ripristino subordinato, tra l’altro, alla ricostruzione dell’ardito ponte sul Vajont. In seguito alla paralisi delle comunicazioni anche la cava di marmo del M. Buscada ha dovuto sospendere ogni attività. Fra i danni irreparabili della sciagura vi è la distruzione dell’antica chiesa di S. Martino e delle vecchie case di quel villaggio, che costituivano un raro patrimonio architettonico”.

- La Morfologia

Longarone 1963-1863
(Marcello Accamilesi)

Gli effetti morfologici creati dall’onda furono impressionanti. L’acqua, alla pari di un potente abrasivo, asportò la vegetazione e parte delle coperture moreniche e detritiche, mettendo a nudo la viva roccia sottostante. Anche una buona parte del corpo franoso, investito dall’onda di ritorno, subì questo processo di asportazione. Le opere umane furono completamente distrutte, all’infuori della diga che perse la sua strada di coronamento: del cantiere non restò più traccia.

L’erosione maggiore si ebbe proprio in corrispondenza della diga dove vennero asportati grossi blocchi di roccia dalle strutture che sostenevano le gallerie della statale che congiungeva Longarone alla Val Cellina. Il bacino del Vajont restò diviso in tre parti: un lago di considerevoli dimensioni a monte della frana, conosciuto oggi come “lago di Erto”, un lago più piccolo a valle dal lato della diga, ed un terzo che scomparve in breve tempo, formatosi sul corpo stesso della frana, in corrispondenza del torrente Messalezza.Il lago di Erto ridusse la sua dimensione, ma il livello dell’acqua salì di circa 12 metri, arrivando a quota 712, con un volume maggiore di circa 20 milioni di metri cubi.

Allo sbocco della gola del Vajont, sul versante sinistro del Piave, l’onda scavò una fossa talmente profonda (circa 45 metri) che, per più di un mese, fu occupata da un laghetto. Terreno e detriti furono completamente asportati anche sul versante destro, sebbene l’acqua avesse ridotto la sua spinta.

- I Danni Morali

L’evento ha sicuramente sconvolto la vita sociale quotidiana, non solo producendo morti e distruzione tra le abitazioni e i beni della popolazione, ma disgregando la struttura sociale della comunità stessa. Il sistema culturale, rafforzato in secoli di storia, è stato in pochi secondi cancellato, inducendo nei superstiti elementi estranei alla loro personalità. Le funzioni sociali sono state bruscamente interrotte e con esse il fluire stesso della vita sociale. La drastica riduzione della capacità di riproduzione sociale, attraverso la scomparsa delle esperienze associative o anche il loro semplice ridimensionamento, ha comportato una mancanza di scopo e quindi è venuto a mancare il senso del loro esistere. Il sentimento di appartenenza territoriale, fortunatamente, ha favorito il fatto che l’area disastrata non venisse abbandonata del tutto, nonostante il degrado demografico dovuto all’isolamento dei pochi sopravvissuti.
La consistente perdita delle reti di parentela e di vicinato e la stessa distruzione dei nuclei familiari non era in grado di garantire quel benessere fisico, psicologico, sociale e spirituale che un’organizzazione sociale avrebbe dovuto sostenere. La distruzione dell’identità collettiva, legata anche al valore simbolico di edifici privati e pubblici, come ad esempio la chiesa arcipretale, è passata anche attraverso la scomparsa di eminenti educatori, quali sacerdoti, religiose, professori e maestri. Nel campo economico la distruzione della professionalità e dell’imprenditorialità non è passata solo attraverso la perdita delle aziende ma soprattutto per l’inevitabile immediata dipendenza dall’esterno attraverso un pianificato regime di sussistenza.

A livello politico sono stati sconvolti i modelli di autorità e di rappresentanza democratica. Con la perdita del sindaco e di molti consiglieri comunali il potere politico non venne più esercitato dal basso, secondo uno schema di autonomia amministrativa. Le principali decisioni vennero prese da gruppi esterni che introdussero azioni politiche distanti dalla concezione dei sopravvissuti, provocandone un disagio notevole.

LE VITTIME

L’enorme massa d’acqua, valutabile attorno ai 300 milioni di mc, che si sollevò a seguito dell’impatto della frana del monte Toc provocò, purtroppo, molte più vittime che feriti. Il loro numero superò, anche se di poco, le 1900 unità (1909 secondo fonti attendibili).
L’ 80% delle vittime si registrò lungo la valle del Piave, tra il centro di Longarone, capoluogo di Comune, praticamente distrutto, e le frazioni vicine di Rivalta, Pirago, Faè e Villanova (1450 morti). Un po’ più a monte, nel Comune di Castellavazzo, si registrarono 109 vittime; Codissago fu il paese più colpito.
Nella Valle del Vajont i due centri di Erto e Casso furono risparmiati dalla furia delle acque, ma non così le frazioni vicine (158 morti a Frasègn, Le Spesse, Cristo, Pineda, Ceva, Prada, Marzana e San Martino).
Il cantiere della diga, ancora operativo, e che sorgeva proprio a ridosso della costruzione, fu anch’esso travolto e con esso le 54 persone addette ai lavori.
A queste vittime vanno aggiunte circa 150 persone originarie di altri comuni.
Molti volontari, già dalle prime ore della tragedia, furono impegnati in una importante opera di assistenza nei riguardi dei familiari sopravvissuti. Furono attimi certamente indispensabili per il conforto profuso e perchè, proprio da questi contatti, prese corpo il quadro umano riassuntivo della tragedia ed il suo triste elenco delle vittime.

Longarone il giorno dopo
(Foto Zanfron)

Il cimitero delle vittime, a Fortogna
(Foto Zanfron)

“Oggi 1800 dei nostri cari non rispondono più all’appello. Non rispondono più: ma sono presenti. Essi sono in questo momento presenti col loro spirito che sopravvive allo sfacelo della morte. E ci parlano. Credo di non sbagliare interpretando la loro voce in questi termini:
“Longaronesi: per la nostra memoria, per i nostri sacrifici, per la nostra morte, Longarone dovete farla risorgere”
…e noi certo non tradiremo questa loro consegna”.
(dal “Saluto del nuovo Parroco ai Longaronesi” pronunciato il 4 novembre 1963 sulle rovine della Chiesa Parrocchiale).

- Elenco delle Vittime

“Abbiamo pregato perchè risplenda alle anime dei caduti la luce eterna e perchè il riflesso di quella luce rischiari anche la nostra vita presente.
Il ricordo dei defunti, che riposano in questo cimitero di Longarone, ci è d’insegnamento. Le loro spoglie ci parlano della fragilità e della precarietà del passaggio terreno, mentre la memoria delle loro persone, dei meriti, della bontà dimostrataci e il pensiero della loro anima immortale ci confermano quali sono i beni che noi nella vita quaggiù dobbiamo maggiormente apprezzare.”

Giovanni Paolo II, in visita al Cimitero delle Vittime del Vajont il 12 luglio 1987.

La disperazione di una madre
(Foto Zanfron)

Il Papa nel cimitero delle vittime
(Foto Zanfron)

Elenco completo delle vittime

IL TERRITORIO

Gli annali storici relativi a quest’area di montagna riportano spesso tragedie collegate ad eventi naturali. Piogge torrenziali che si trasformano in inondazioni, scosse sismiche che provocano danni ingenti alle abitazioni, crolli parziali o totali di pezzi di montagna.
Questi eventi, nel giro di poche ore, annientavano decenni di dura fatica e di cospicui investimenti, mandando rapidamente in fumo una ricchezza costruita con immani sacrifici dalle popolazioni alpigiane. La popolazione, con il solo apporto dei singoli, ha sempre saputo ricostruire i centri distrutti, gran parte dei quali edificati nelle vicinanze di corsi d’acqua, in prossimità quindi di un importante elemento naturale che se favoriva l’espandersi di una certa struttura produttiva, dall’altra, con le sue piene periodiche, provocava danni notevoli alla comunità.

L’inondazione del 1882 portò addirittura alla scomparsa definitiva di vari insediamenti, che non furono più ricostruiti sul vecchio sito. I precedenti storici relativi a questi avvenimenti sono molti, tanto da costituirne un pensiero costante nella vita di un popolo che, soprattutto nel passato, ha dovuto fare i conti con una natura non sempre prodiga.

Per quanto riguarda la tragedia del Vajont, le avvisaglie di quanto poteva succedere si erano avute dapprima con la frana di Pontesei, nella vicina valle di Zoldo, e poi con quella del 4 novembre 1960, che aveva interessato proprio il versante instabile del M. Toc. Sarebbe stato sufficiente cogliere il significato del toponimo della montagna suddetta (Toc = monte che va a pezzi, a tocchi), o delle montagne vicine, per evitare una delle più grandi tragedie del genere umano… ma ancora una volta altri interessi vennero considerati prioritari rispetto alla vita di migliaia di persone umane.

- I Precedenti Storici

La frana del M. Toc del 9 ottobre 1963 sicuramente può definirsi un avvenimento eccezionale viste le sue tragiche conseguenze, ma sicuramente non è stata l’unica nel panorama territoriale di natura montagnosa di questa zona.
Da un documento storico che risale a Catullo si deduce che dalle falde del M. Peron, nei pressi del paese di Mas situato alle porte dell’Agordino, si staccò un’enorme frana che sbarrò il passaggio sul fondovalle.
Il Taramelli riporta il resoconto di un’altra frana, di dimensioni ancor più grandi, al confine tra le province di Belluno e Treviso, in corrispondenza del Passo di Fadalto e di un’altra nei pressi di Belluno che provocò, a quanto sembra, anche il crollo del ponte sul Piave, che congiungeva Borgo Piave alla città.
Dal M. Antelao si ricordano diverse frane a rigoroso intervallo di tempo: 1347, 1737, 1814, 1868 con la scomparsa dei villaggi di Sala, Taolen, Marceana e con un inventario di danni impressionanti. Settanta abitazioni distrutte, trecento persone morte, quattrocento animali, centinaia di ettari di terreno coltivato sepolti per sempre…
Nella Conca Ampezzana, nel 1951, dal M. Faloria si staccò una frana con un fronte di circa 200 metri, che arrivò a ridosso del lago di Costalares.
Il lago di Alleghe si formò nel 1771 a seguito di una frana caduta dal M. Spiz e che causò anche la sepoltura di tre villaggi: Ariete, Fucine e Merin, sessanta vittime e la morte di un centinaio di bovini.
Nella valle di S. Lucano prima nel 1748 e poi nel 1908 e nel 1925 si verificarono delle grosse frane che investirono e distrussero parte dei centri di Prà e Lagunaz, con 28 morti ed una decina di feriti.

- Pontesei

Lo sfruttamento del bene pubblico acqua è una costante nel territorio di montagna ed in particolare nel Bellunese. Le centrali idroelettriche sono disseminate un po’ ovunque e il loro funzionamento, sebbene favorisca un miglioramento della condizione umana, porta un prezzo alto da pagare: l’inevitabile scompenso al patrimonio naturale.
Nel bacino idroelettrico di Pontesei, costruito sul torrente Maè nella Val Zoldana, nel 1959 si era consumata una tragedia che poteva risultare ben più grave di quanto avvenuto e che doveva essere di monito al Vajont. Le caratteristiche tecniche della frana in questione la fanno assomigliare in modo evidente alla frana del M. Toc. Pontesei era collegato a monte con il serbatoio di Vodo di Cadore e a valle con il bacino stesso della diga del Vajont. Una condotta a sifone alimentava il suo serbatoio, essendo il bacino imbrifero del Vajont insufficiente per questa mansione.
Secondo alcune testimonianze diverse fessure erano comparse sulla sponda sinistra del vallone, fatto che costrinse l’ing. Linari ad avvertire la popolazione di un pericolo concreto. Fu preso anche il provvedimento di interrompere il traffico sulla strada in sponda sinistra, dirottandolo sulla sponda destra. Nelle ore che precedettero l’evento il terreno si muoveva a vista d’occhio ed una fessura di 50 cm si era prodotta lungo la sede stradale. Alle ore 7 del 22 marzo 1959 una frana, staccatasi dalle falde del M. Castellin e dello Spiz San Pietro, con un fronte di circa 500 metri ed un volume di circa 3 milioni di metri cubi, precipitò nel lago artificiale di Pontesei.
Il movimento, avvenuto circa 500 metri a monte dello sbarramento, fu rapidissimo; avvenne in un tempo massimo di due-tre minuti, e provocò un’onda stimata di circa 20 metri di altezza. Il livello del lago, in quel momento, era all’incirca di 13 metri sotto il livello della cresta della diga che fu scavalcata di parecchi metri dall’onda. L’evento provocò un morto, la distruzione di un ponte del peso di settanta tonnellate, ed aveva posto in pericolo di morte gli occupanti di una corriera che fu investita comunque dall’onda e che si salvarono solo grazie alla pronta inversione di marcia dell’autista. Inoltre, dal punto di vista morfologico, la frana portò alla formazione di una penisola in mezzo al bacino che ne ridusse considerevolmente il volume d’invaso.
Anche qui, nonostante i movimenti franosi fossero conosciuti da tempo e tenuti sotto controllo, non si riuscì, o non si volle, prevedere l’evento. Quest’ultima ipotesi sarebbe anche confermata dal fatto che all’incidente non venne dato particolare risalto, anzi fu cautelativamente occultato per non creare allarmismi che potessero compromettere la realizzazione del progetto Vajont. I periti che successivamente si occuparono delle cause della frana determinarono che si trattava del franamento di una falda superficiale di materiale detritico di uno spessore notevole, che raggiungeva in alcuni punti anche i 20 metri.
A Pontesei quindi l’acqua aveva dimostrato la sua potenza distruttiva, sotto la spinta di una frana di modeste dimensioni, paragonabile ad un centesimo di quella del Vajont…

- Montagne

Il monte Toc è situato in una vallata che sicuramente non ha fatto dormire sonni tranquilli, nei secoli, ai suoi abitanti. La tragedia non era dunque del tutto inaspettata.
Il Taramelli, in un resoconto del passato, dichiarava: “un enorme scoscendimento nella valle del torrente Vajont, tra il meschino paese di Erto e quello ancor più povero che viene dopo (trattasi evidentemente di Casso – N.d.R.). La massa calcare franò dall’altezza di 1200 metri dai fianchi del M. Borgà e la ferita negli strati giuresi e liassici par fatta ieri”.
Giulio Cesare Carloni e Renzo Mazzanti nel libro Aspetti geomorfologici della frana del Vajont descrivono: “una prima frana di dimensioni oggi non calcolabili con precisione, ma senza dubbio non paragonabile a quelle della frana dell’ottobre 1963, si è staccata presumibilmente in epoca preistorica, dal fianco sinistro lungo la parete di incisione torrentizia per finire sul fianco opposto”.
Anche nel XVIII° secolo una frana, staccatasi sempre dalle pendici del M: Borgà, per poco non travolse il paesino di Casso, e anche successivamente la montagna ha sempre scaricato qualche masso.

- 4 novembre 1960

Neanche due anni dopo la frana di Pontesei, nel Vajont si ebbero le prime avvisaglie della tragedia. Una massa di circa 800.000 metri cubi di materiale, a 600 metri a monte della diga in località Piano della Pozza, precipita nel bacino, dando luogo ad un’onda di 2 metri che, all’impatto con la superficie della diga si solleva fino ad un’altezza di 10 metri. Non si registrano danni, ma il fatto era un monito fin troppo evidente.
Il livello del lago, in quel momento in corso di invaso, era a quota 650. Da circa due mesi, cioè da quando il livello dell’acqua aveva raggiunto quota 630, si erano registrate delle forti accelerazioni nelle velocità degli spostamenti ai capisaldi controllati (circa 4 cm al giorno).

Il movimento franoso si poteva già considerare parte integrante di quello futuro, in quanto comparve anche la lunga fessura perimetrale della frana del 1963. Questa, apparsa sulle pendici settentrionali del M. Toc, assunse l’aspetto di una gigantesca M che si sviluppò per più di 2500 metri. Iniziava presso la strada, a quota 1.030, risaliva fino a quota 1.360, discendeva a 930 metri nel bacino Messalezza risalendo nuovamente a 1200 metri; si attestava infine a quota 800. A seguito di questo evento venne imposto il provvedimento di svaso, che consentì anche di osservare la base del Colle Isolato, dove l’acqua aveva eroso l’humus vegetale. Questa superficie, ammasso di roccia fratturata, appoggiava su ghiaie di fiume stratificate.

Si intensificarono anche gli studi e le ricerche per arrivare a diagnosi più precise e fu scavata, sul fianco destro della valle, una galleria di sorpasso con lo scopo di prevenire l’eventualità che l’acqua del lago, nel caso la frana lo dividesse in due, non potesse più venir convogliata nella galleria di derivazione. Tutti questi apparivano quasi dei tentativi di esorcizzare una tragedia che aveva, anche fisicamente, definito i suoi ineluttabili contorni.

La giornalista Tina Merlin scrive in quei giorni: “Si era dunque nel giusto quando, raccogliendo le preoccupazioni della popolazione, si denunciava l’esistenza di un sicuro pericolo costituito dalla formazione del lago. E il pericolo diventa sempre più incombente. Sul luogo della frana il terreno continua a cedere, si sente un impressionante rumore di terra e sassi che continuano a precipitare. E le larghe fenditure sul terreno che abbracciano una superficie di interi chilometri non possono rendere certo tranquilli”.

Il pendio da cui è scesa la frana
(Foto di E. Semenza)

Tratto della fessura perimetrale
(Foto di E. Semenza)

LA DINAMICA

Nonostante i fatti e le circostanze dimostrassero come il disastro fosse prevedibile ed evitabile, il progetto del completamento della diga andò avanti. Sulla possibile natura, sulla dinamica e sulla evoluzione della frana, le ipotesi formulate dai ricercatori furono molto distanti da quanto sarebbe in realtà successo. Solo studi successivi, sviluppati sempre nel campo delle pure supposizioni, portarono a conoscere meglio le possibili motivazioni del fenomeno. Il settore di ricerca interessò tecnici italiani ed internazionali.
Molte Università diedero il loro contributo ad analizzare con perizia minuziosa campioni e provini di ogni tipo. Nel contesto di questo lavoro i risultati dei professori Hendron e Patton sembrano aver individuato l’ipotesi esplicativa più plausibile delle cause dell’accaduto.

Diagrammi comparati tra i livelli del lago, i livelli dei piezometri,
le velocità dei movimenti della frana e le precipitazioni, dal 1960 al 1963
(Hendron e Patton, 1985, in base ai dati di Muller, 1964)

- Motivazione del Fenomeno

Sicuramente una delle cause principali che portarono al collasso della frana lo si deve alla presenza di argille situate lungo il piano di faglia che agirono da cuscinetto per la massa soprastante. Le scarse qualità meccaniche di questo materiale, come denotano i risultati ottenuti in diversi laboratori universitari americani e nel dipartimento di Scienza e Tecnica delle costruzioni del Politecnico di Milano, agevolarono il rapido distacco. L’angolo di attrito era valutabile dai 30 ai 40 gradi in condizioni normali ma la realtà era sicuramente peggiore. Le argille erano sicuramente imbevute di acqua (anche a seguito delle piogge continue di quell’anno) per via delle caratteristiche carsiche e di natura glaciale del terreno che lasciano infiltrare con maggior facilità l’acqua piovana al proprio interno, fino al limite della falda di scorrimento. Quest’ultima, a causa della sua profondità, non poté essere analizzata in sede di indagine geologica e quindi non esisteva la possibilità di riscontrare una vera e propria falda freatica, con l’acqua che scorreva all’interno della superficie di scivolamento.

Profilo geologico NS dal M. Toc alla zona di Casso
(da Riva et al. 1990)

Parte centrorientale della parete Nord della paleofrana
(Foto Manarin)

Tutto ciò determinò una diminuzione della coesione in corrispondenza del piano di attrito. Oltre alle piogge sopraccitate vanno anche ricordati i continui svasi ed invasi, che in un primo momento si ritenevano importanti per regolare il comportamento della frana. In effetti i risultati periodici relativi ad operazioni di svaso-invaso erano soddisfacenti in quanto riportavano una diminuzione del movimento franoso. L’opinione generale fu dunque che un aumento costante del livello dell’invaso potesse consolidare la montagna al punto da rendere indifferente il movimento franoso. In realtà
una possibilità, dopo quella di abbandonare il progetto, poteva essere costituita dalla realizzazione di una serie di drenaggi che potessero limitare la presenza dell’acqua nel corpo franoso anche se rimedi simili non potevano certo rappresentare la soluzione ottimale: la diminuzione del peso avrebbe difficilmente stabilizzato la frana.
La velocità della frana fu notevole e spiegabile solo con la generazione di calore per frizione durante il movimento, in quantità tale da aumentare la pressione nei pori lungo il piano di rottura, con conseguente diminuzione delle tensioni efficaci. La stima effettuata dimostrò che le velocità calcolate potevano essere state raggiunte attraverso questo meccanismo, prodottosi solo dopo un certo tempo dall’inizio del movimento.
Una serie di concause, dunque, può aver provocato il franamento improvviso, non ultimo quello del cedimento degli ultimi vincoli di tipo roccioso che fino a quel momento avevano imposto alla massa un movimento lento.

- Hendron e Patton

Negli anni seguenti molti studiosi hanno cercato di trovare una spiegazione al fenomeno, ma sicuramente lo studio più interessante, che ha comportato anche un passo in avanti nella soluzione del problema, lo si deve a Hendron e Patton. I loro risultati, pubblicati nel 1985, hanno confermato:
1) l’esistenza di una paleofrana;
2) la scoperta in più luoghi lungo la superficie di rottura, e anche al di fuori della zona di frana, di livelli di argilla montmorillonitica, fino a 10 cm di spessore, che portano i valori di angolo d’attrito residuo a 8°-10°;
3) la conseguente probabile esistenza, nel versante, di due acquiferi separati dal livello argilloso suddetto, fatto confermato dall’esame delle misure effettuate nei tre piezometri in funzione.

Profilo geologico 2, prima del 9 ottobre 1963
(D. Rossi – E. Semenza)

Profilo geologico 2, dopo il 9 ottobre 1963
(D. Rossi – E. Semenza)

Profilo geologico 5, prima del 9 ottobre 1963
(D. Rossi – E. Semenza)

Profilo geologico 5, dopo il 9 ottobre 1963
(D. Rossi – E. Semenza)

Questo risultato portò i due autori a riesaminare la struttura idrogeologica dell’intera zona. Attraverso l’uso dei piezometri si venne a conoscenza di un diverso valore tra la falda acquifera superiore e quella inferiore. Questo perché il livello della falda superiore, corrispondente alla massa della paleofrana, fortemente fratturata ed estremamente permeabile, era influenzata dal livello del lago mentre la falda inferiore, contenuta nel Calcare del Vajont, scarsamente fratturato ma reso moderatamente permeabile dai fenomeni carsici discretamente sviluppati, era alimentata sia dal lago sia dalle precipitazioni che cadevano in tutta la montagna ed il suo livello era dunque collegato alle piogge e ai tempi piuttosto lunghi di ricarica dell’acquifero. Inoltre i valori della permeabilità, la forma dei due acquiferi e il loro tempo di ricarica erano molto diversi così come i relativi livelli piezometrici con valori di pressione talmente differenti da determinare la presenza di pressioni neutre tali da diminuire la resistenza al taglio lungo la superficie di rottura favorendo l’instabilità della massa. In base a queste considerazioni Hendron e Patton hanno ipotizzato una legge di correlazione tra i livelli del lago, le precipitazioni cumulate nella falda inferiore e i movimenti.
Una successiva analisi, di tipo tridimensionale, che teneva dunque conto della componente di immersione verso Est degli strati e della presenza della faglia che delimita la frana (sempre verso Est), mostrò che circa il 40% delle resistenze totali della massa allo scivolamento era sostenuto dalla faglia orientale, alla quale era stato attribuito un angolo di attrito di 36°, e che i valori del fattore di sicurezza, calcolati per i diversi momenti della storia della frana, risultavano congruenti con gli eventi reali. Questo portò a ritenere che l’elevata velocità raggiunta dalla massa il 9 ottobre 1963, stimata in 20-25 m/sec, fosse da attribuire ad una diminuzione della resistenza di attrito, provocata dalla generazione di calore per frizione lungo la superficie di scivolamento, con una diminuzione dell’ordine del 66% dopo un percorso di 19 metri.

SOCCORSI E SOCCORRITORI

La mobilitazione a soccorso dei sopravvissuti fu generale e richiamò sul luogo, già dopo le prime ore dall’accaduto, migliaia di persone dalle più diverse estrazioni sociali. A loro va riconosciuto il merito di aver compiuto un’opera umana incalcolabile nei confronti dei sopravvissuti e sarebbe quasi retorico continuare nella elencazione delle virtù profuse.

In primo luogo il btg. “Cadore” del 7° Alpini, in distaccamento a Pieve di Cadore dalla sede reggimentale di Belluno.
Distante 24 chilometri da Longarone, il btg., ricevuto l’allarme poco dopo le ore 23, fu sul posto alle ore 0,15. L’opera svolta interessò dapprima la zona settentrionale del paese, dove v’erano ancora vivi da salvare e sopravvissuti da assistere e rincuorare. Neanche due ore dopo, da Belluno, giunse una colonna del Btg. “Belluno”, anch’essa del 7° Alpini, che si aggiungerà al lavoro dei primi soccorritori. Vennero avvisati anche il IV e V Corpo d’Armata, il Comando Truppe Carnia e il C.do della S.E.T.A.F. di Vicenza, con l’intervento di mezzi meccanici quali anfibi, apripista, pale meccaniche escavatrici, materiali da ponte, trattori automezzi speciali, gruppi elettrogeni, fotoelettriche, autocarri, autoambulanze, materiali sanitari, autobotti, cucine da campo, tende, viveri, generi di conforto. Il comando delle operazioni venne assunto dal Comandante del IV Corpo d’Armata, Gen. Carlo Ciglieri. Gli interventi si protrassero fino al 21 dicembre. In tutto, tra ufficiali, sottufficiali e militari di truppa il personale ammontò ad oltre 10.000 unità.
Anche i Vigili del Fuoco diedero un contributo importante. Oltre 850 unità, dotati di 3 elicotteri e 271 mezzi meccanici (tra cui barche, autogrù e pale meccaniche), intervennero portando soccorso ed assistenza, riattivando opere ed impianti, rimuovendo pericoli incombenti come ad esempio il recupero quasi totale di cianuro di potassio e sodio disperso lungo l’alveo del Piave. Rilevante fu anche il salvataggio di 73 persone ed il recupero di 1.243 salme.
A stretto contatto con le truppe alpine operarono anche i Carabinieri, con l’impiego di tutti gli automotomezzi disponibili, che oltre a svolgere compiti di soccorso ed assistenza, prestarono anche servizi di carattere istituzionale, vigilando sulle operazioni di recupero delle salme, e di ogni oggetto e valore che potesse essere sottratto da elementi estranei all’opera di soccorso. L’inventario relativo a denaro liquido, assegni, casseforti, titoli e preziosi, è stato ingente. Importante fu anche il segnalamento fotografico delle vittime, che ha portato al riconoscimento di più della metà dei 1.572 morti recuperati.
La Polizia Stradale mobilitò tutta la forza disponibile (circa 50 persone su un totale effettivo di 70), disponendo posti di viabilità e blocchi stradali nei punti necessari per consentire il libero afflusso dei mezzi di soccorso, organizzando anche squadre di soccorso per portare aiuto ai pochi superstiti.
La Sanità Provinciale mise in stato di allarme gli ospedali di Belluno, Feltre, Agordo, le Case di Cura di Auronzo e Pieve di Cadore. I medici furono chiamati in servizio e gli ospedali erano già pronti ad accogliere i feriti.

Il mare dei soccorritori
(Foto Zanfron)

Il recupero di una salma
(Foto Zanfron)

Altri Enti ed Associazioni che contribuirono con significativi interventi, successivi alla data del 9 ottobre 1963 furono la Croce Rossa Italiana, con una costante opera di soccorso, ristoro e conforto; il Servizio Veterinario Italiano, con un resoconto dettagliato della situazione zootecnica; mons. Gioacchino Muccin, vescovo delle zone colpite, le visitò per pregare in suffragio delle vittime e per portare soccorso ai superstiti di persona e attraverso la Pontificia Opera di Assistenza, espressione della carità del Papa; la Parrocchia di Longarone, benché fosse stata una delle istituzioni più danneggiate con la perdita dei due sacerdoti; il Genio Civile di Belluno che si occupò delle provvisorie opere stradali, igieniche ed idrauliche, nonché del coordinamento dello sgombero delle macerie.
L’intervento di soccorso più urgente, dopo il salvataggio dei pochi rimasti in vita, fu riservato proprio al recupero delle salme, che vennero composte nei cimiteri della zona da Pieve di Cadore a Belluno e oltre, lungo il Piave. Giovedì 10 ottobre 1963 si decise la realizzazione del cimitero delle vittime; il giorno dopo venne individuata l’area tra i campi di granoturco davanti al piccolo cimitero di Fortogna nel comune di Longarone; il sabato 12, alle ore 18, fu benedetto lo spazio sacro e la domenica 13 iniziarono le inumazioni. Le salme arrivavano dai vari camposanti, composte nelle bare. Il lento corteo degli automezzi, anche pesanti, che le trasportavano formava una fila interminabile. Prima della sepoltura erano disposte in ordine sul terreno per una pulizia dei corpi esangui, molti dei quali erano mutilati, e per quel trattamento legale, che garantisse una conservazione più lunga possibile per consentire a parenti e superstiti il riconoscimento. Intanto si scavavano delle enormi fosse dove venivano poi allineate le bare, dopo che un sacerdote le aveva benedette una ad una. Ogni vittima riceveva quindi il suo funerale religioso, anche quelle che non avevano ancora un nome. Un quarto delle vittime non ha avuto la sepoltura nel cimitero di Fortogna, perché molte salme non sono mai state ritrovate oppure perché i parenti hanno disposto di trasportare i corpi dei loro cari, dopo averli riconosciuti, in un altro camposanto.
Tutti questi interventi non furono certamente gli unici, anche perché negli anni, gli sforzi dediti alla ricostruzione delle aree colpite, fu intensificato e vi parteciparono più o meno tutti gli Enti e le Associazioni presenti sul territorio.
Certamente la gratitudine da parte delle popolazioni colpite dall’immane sciagura è rivolta proprio a costoro e a quanti profusero sforzi immani, senza chiedere nulla in cambio, i cui nomi non vennero neanche citati, coperti dalla discrezione tipica delle nostre genti di montagna.

DOCUMENTAZIONE STORICA

La raccolta delle testimonianze che riguardano fatti più o meno importanti accaduti nel passato è stata, nel caso del Vajont, massiccia e variegata.
Le cronache del tempo riportano editoriali ed articoli di inviati speciali del telegiornale o delle maggiori testate nazionali che si limitavano a qualche sparuto commento che per di più riguardava l’aspetto umano e, sotto un certo punto di vista, “retorico” della vicenda. Gli approfondimenti relativi alla responsabilità oggettive, tranne alcune eccezioni, erano trascurati a favore dell’imprevedibilità dell’accaduto.
Per fortuna questo vuoto è stato colmato, successivamente, da una vasta letteratura che aspetta ancora di essere dettagliatamente catalogata.
Centinaia di libri scritti da gente locale, storici, studiosi del fenomeno, tecnici italiani ed internazionali hanno dato vita ad una vasta gamma di argomenti raccolti, attualmente, in centinaia di volumi, che non si basano solo sulla raccolta di avvenimenti che hanno preceduto e preannunciato la tragedia e sulle crude testimonianze delle ore drammatiche, ma sono andati a scandagliare in profondità all’accaduto, svelando i retroscena e i fatti relativi alle inchieste, alle responsabilità, ai processi, senza venir meno all’indagine sociale, culturale ed economica del comprensorio colpito. A tal riguardo occorre ricordare l’ingente lavoro editoriale svolto dal Comune di Longarone.
Non mancano, tra questi volumi, esempi di semplici composizioni poetiche, per lo più composte dalla gente locale, che debbono essere, di diritto, incluse in questa sezione.

Accanto al fiume di libri pubblicato esiste anche una sezione fotografica particolarmente sostanziosa, raccolta in più occasioni in interessanti pubblicazioni che contengono le più importanti testimonianze visive fissate da un modesto, ma impagabile, strumento a scatto.
Si sono tenute anche delle rappresentazioni teatrali di successo anche se è ancora presto per parlare di consolidata tradizione. Certamente la possibilità che è stata concessa di trasmettere in diretta, attraverso i canali televisivi, il lavoro dell’artista teatrale Paolini ha suscitato un eco non indifferente, riportando alla ribalta nazionale un avvenimento che troppo presto era stato archiviato.
Sicuramente un ulteriore contributo al ricordo della tragedia verrà dato da un Museo che sarà presto allestito dalla Amministrazione comunale, un progetto, forse l’ultimo, che sarà di esempio e di testimonianza perenne ai nati del prossimo millennio e renderà il dovuto omaggio a quanti, innocentemente, hanno trovato la morte.

- Cronache del tempo

Tra i primi ad accorrere sul luogo ci furono gli inviati RAI, per la televisione e la radio, e molti giornalisti della carta stampata, ma le prime documentazioni sono andate perdute; si trattava infatti di collegamenti diretti o telefonici.
I resoconti filmati dunque si fermarono alla trasmissione di qualche notiziario RAI del telegiornale.
Al tempo non esisteva alcuna fonte critica, due soli canali televisivi trasmettevano qualche programma senza la possibilità di fuoriuscire da uno schema tradizionale. Nei primi giorni la notizia tenne banco sui notiziari del pomeriggio e della sera, ma nessun accenno alle possibili responsabilità.
Stessa sorte toccò alla stampa; gli scritti della giornalista bellunese Tina Merlin non facevano altro che alimentare accuse e denunce nei suoi confronti, ancor prima del disastro. Anche il giornalista del Gazzettino di Venezia, Armando Gervasoni, aveva analizzato, il giorno dopo la catastrofe, gli eventi che precedettero la sciagura, riportando fedelmente i retroscena che avevano portato all’avanzamento dei lavori del bacino: da quel giorno non pose più la sua firma su quell’argomento.
Il pietismo, di cui la cronaca di quei giorni era piena, dopo una quindicina di giorni lasciò il posto ad un vuoto assoluto. Assodata la responsabilità alla natura “maligna”, delle quasi duemila vittime e dei sopravvissuti non venne più data menzione. Solo in occasione del processo finale il giornalismo italiano si rimise in moto, senza mai però prendersi la briga di fare indagini approfondite, accontentandosi di riportare la notizia “tra le righe”, come di un normale fatto di cronaca.

- Composizioni Poetiche

“Mancava un libro di poesie alla vasta fioritura di testimonianze, studi e ricerche intese a scandagliare, in questi trentacinque anni, quella che è stata l’immane tragedia del Vajont.
Una valle lacerata, un tessuto umano, sociale e culturale irrimediabilmente compromessi. Ci si può chiedere, come già hanno fatto insigni pensatori e poeti, come sia possibile scrivere poesia dopo certi orrori della Storia, e se non sia il silenzio la risposta più adeguata di fronte ad un evento innominabile e intraducibile che paralizza ed inaridisce la parola. Dubbio senz’altro legittimo quando l’uomo si sente impotente ad assumere su di se il male di un dramma collettivo la cui portata trascende l’orizzonte della quotidianità.
E la parola, in effetti, può essere insufficiente a tradurre l’intensità della sofferenza, la forza dei sentimenti e delle emozioni come pure a districare le nebbie dei tortuosi sentieri della memoria.
Ecco allora che, più di ogni altra forma di comunicazione, proprio l’espressione poetica nella sua nuda essenzialità, nella sua pietrosa tensione sa avvicinarsi all’inesprimibile, sporgersi sull’abisso del dolore, di inquietudini e angosce, non già per dare delle risposte o per consolare, ma per far emergere dalle radici dell’essere quei bagliori di speranza che sono l’essenza stessa della vita. […] Poeti, gente comune, testimoni, insegnanti, persone coinvolte nei frequenti gesti di solidarietà accomunati nella consapevolezza che ogni sentimento, l’amore, la rabbia, il dolore sono espressioni preziose e incancellabili dello spirito”.
Viviana Capraro (Assessore alla Cultura del Comune di Longarone)
Presentazione del libro – VAJONT, il respiro della memoria

Ecco di seguito due poesie, anonime e brevi, tratte dalla raccolta:

NEL SONNO
Io ero il bambino
più piccolo della valle.
Dormivo l’altra notte
fra il mio papà e la mia mamma.
Così sono andato con loro nel fiume.
Ma non è stato triste.
Ora siamo tutti insieme
su un prato verde
in un grande amore.

IL NASTRINO ROSA
La mamma mi pettinava
i capelli
e mi metteva un nastrino rosa.
Ho ancora il mio nastrino rosa
nel mio sacco di cellofan
ma si è un poco sporcato di fango.

- Rappresentazioni Teatrali

Nel 1993, In occasione del trentennale del disastro del Vajont, a distanza di pochi giorno l’uno dall’altro, sono andate in scena due rappresentazioni teatrali (Drammi).
La prima intitolata “Vajont, il senso della memoria”, Dramma in un atto di Roberto Innocente, tratta da un progetto di Sandro Buzzatti, si tenne presso il Palazzetto dello Sport di Longarone, il giorno 29 ottobre 1993, e fu interpretato dalla Associazione Professionisti dello spettacolo per il Nord-Est – Bel Teatro. Fu un tentativo ottimamente riuscito di ricreare un percorso personale “alla memoria” che passasse attraverso una serie di quadri che recitavano le parole dette dai protagonisti della vicenda, dai testimoni, ma anche attraverso parole inventate, giochi teatrali fatti di contrasti, immagini vere e coreografie astratte. Il tutto, scenicamente, guidato da un regista, che rivolgendosi direttamente al pubblico rendeva questo il vero protagonista dell’opera.
La seconda rappresentazione intitolata “Vajont” si tenne invece presso il Teatro Comunale di Belluno, il 5 novembre 1993. Il Dramma, di Maurizio Donadoni (vincitore del premio Riccione di Drammaturgia 1991), fu articolato in quattro atti. I primi due atti comprendevano tutte le vicende storiche che, dal 1937, epoca dei primi progetti della diga, portarono al 9 ottobre 1963, momento del disastro; i rimanenti due atti invece furono dedicati al dopo Vajont e al processo di Cassazione (marzo 1971).
Il testo del Dramma è stato raccolto in un libro intitolato: “Memorie di classe” – Franco Di Mauro Editore.
Una fonte più recente ma altrettanto autorevole la dobbiamo attribuire a Marco Paolini, eclettico artista satirico di origine veneta, che da un palco innalzato nelle vicinanze della diga, ha intrattenuto a viva voce non solo le centinaia di persone accorse per l’evento, ma anche milioni di telespettatori che lo hanno potuto seguire in diretta, sui canali televisivi. La vicenda del Vajont era stata dapprima raccontata nelle case di amici, poi nelle piazze, nei circoli culturali, nelle scuole, negli ospedali, nei centri sociali, nelle fabbriche, alla radio, quindi nei teatri e nei festival. Tutto il materiale prodotto è stato recentemente raccolto in un libro – Il racconto del Vajont – che, per quanto difficile, mantiene abbastanza le caratteristiche della narrazione orale, nata non solo da un approfondito lavoro di documentazione ma soprattutto dall’incontro con migliaia di persone che hanno vissuto in prima linea le fasi della tragedia.
Oltre alle opere sopracitate va ricordato anche un lungometraggio cinematografico.
In questo periodo v’è’ in cantiere un film sul Vajont (regista: Renzo Martinelli), che dovrebbe ripercorrere tutte le vicende storiche che hanno portato alla realizzazione della diga fino al disastro finale. La sceneggiatura definitiva (Pietro Calderoni – Renzo Martinelli) è già pronta e forse, già dal prossimo anno, dovrebbero iniziare le riprese.

- Sezione Fotografica

Quasi interamente la documentazione fotografica la si deve a Bepi Zanfron, conosciuto ed apprezzato fotoreporter di Belluno, accorso già durante le prime ore della tragedia, ma accanto a lui altre foto tratte da imponenti archivi fotografici delle innumerevoli riviste italiane e straniere, hanno contribuito a far conoscere al mondo il dramma di un paese, molto più di uno scritto.
Le foto coprono praticamente tutti gli aspetti relativi al disastro, dagli aspetti più drammatici a quelli della ricostruzione, delle ricorrenze, dell’iter giudiziario. Immagini di morte, di vita, e soprattutto di una speranza che l’ignominia umana non possa più essere così documentata.
Oggi le foto più significative sono raccolte in diversi libri, due dei principali possono considerarsi:
– F. ZANGRANDO – B. ZANFRON, Memoria per il Vajont, Associazione Pro Loco di Longarone e Comune di Longarone, Arti Grafiche Tamari, Bologna, 1973
– B. ZANFRON, Vajont, 9 ottobre 1963. Cronaca di una catastrofe, Ed. Agenzia fotografica Zanfron, Belluno, 1998