Elenco date significative

Elenco delle date più significative di Longarone

550 d.C. – le prime citazioni della Torre della Gardona di Castellavazzo

1511 – (primo incontro lapalissiano) gli zattieri di Belluno e Codissago bruciano a Vas, 30 zattere mandate a portare rifornimenti al gen. La Palisse, che voleva assediare Treviso

9-11 dicembre 1511 – la battaglia della Gardona

1736-1741 – costruzione di Palazzo Mazzolà

1791 – Caterino Tommaso Mazzolà lavora con Mozart e scrive il libretto de La Clemenza di Tito

14 marzo 1797 – la battaglia di Pian de le Forche, nella quale i Francesi sbaragliano un esercito di 3000 Austriaci in ritirata e il gen. Lusignan viene catturato il giorno dopo a Longarone

1799 – costituzione della parrocchia di Longarone

1800 – Pietro Gonzaga è alla Corte di Caterina II di Russia

1806 – Longarone diventa Comune staccandosi da Castellavazzo

1827-1830 – costruzione della strada d’Alemagna

1848 – moti rivoluzionari

1849 – Jacopo Tasso viene fucilato dagli austriaci

1862 – Gaetano Tallachini diventa luogotenente di Giuseppe Garibaldi ad Aspromonte

1878 – i longaronesi fondano il paese di Urussanga; costruzione del Teatro di Longarone

1882 – alluvione che danneggia pesantemente il territorio longaronese; la Regina Margherita d’Italia, con il principe di Napoli (futuro Vittorio Emanuele III), viene ospitata nella villa Tallachini a Faè

1896 – arriva a Longarone la corrente elettrica

1900 – fondazione del Cartonificio

1911 – viene fondato il Corpo dei Pompieri Volontari di Longarone per volontà di Arduino Polla

1912 – inaugurazione della ferrovia fino a Longarone e fondazione del cementificio (Castellavazzo)

1913 – apertura della strada del Vajont tra Longarone ed Erto

9-10 novembre 1917 – battaglia di Longarone

5 maggio 1918 – Arduino Polla è insignito della medaglia d’oro per le azioni di guerra sulla zona di Vidor, Monfenera e monte Asolone

1936 – viene inaugurata la Faesite, ospite d’onore il duce Benito Mussolini

Maggio 1945 – don Bortolo Larese salva Longarone dalla distruzione dei Tedeschi in ritirata

1948 – iniziano i lavori del progetto “grande Vajont”

Agosto 1958 – inizia la costruzione della diga del Vajont

Settembre 1960 – si concludono i lavori di costruzione della diga del Vajont

Novembre 1960 – 800 mila m3 si staccano dal monte Toc e precipitano nel lago

1° ottobre 1963 – si avvia lo svaso del lago riportandolo a quota di circa 700 m

Ore 22.39 del 9 ottobre 1963 – disastro del Vajont – 1910 vittime

Ottobre 1963 – inizia la costruzione del cimitero Monumentale delle Vittime del Vajont a Loc. Fortogna – Longarone

4 novembre 1966 – ondata alluvionale che rompe gli argini del torrente Maè, tra le vittime il medico condotto di Longarone il Dott. Gianfranco Trevisan

1975 – inizia la costruzione della Chiesa Monumentale di Longarone

1983 – consacrazione della Chiesa Monumentale di Longarone

12 luglio 1987 – il Santo Padre Giovanni Paolo II visita il Cimitero Monumentale delle Vittime del Vajont

1991 – gemellaggio tra Longarone e Urussanga (Brasile)

1997 – orazione civile di Marco Paolini

1998 – 35° anniversario del disastro del Vajont, il sindaco Gioachino Bratti volle evidenziare lo slancio di solidarietà e il corale impegno nella ricostruzione e in particolare da parte dei soccorritori

2 ottobre 2003 – Cimitero delle Vittime del Vajont diventa Monumento Nazionale

2003 – 40° anniversario del disastro del Vajont, visita del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi al Cimitero Monumentale delle Vittime del Vajont

2013 – 50° anniversario del disastro del Vajont, visita del Presidente del Senato Pietro Grasso

2014 – fusione dei Comuni preesistenti di Longarone e Castellavazzo

2018 – 55° anniversario del disastro del Vajont, visita del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella

26-30 ottobre 2018 – la tempesta Vaia che colpisce gravemente i territori montani del Veneto, delle province autonome di Trento e Bolzano, devasta parte del territorio longaronese con ingenti danni ai boschi e agli edifici


Novecento

Novecento

Longarone e Castellavazzo vissero duramente le due guerre, con l’invasione tedesca e “l’anno della fame” del 1917 (preceduta dalla celebre battaglia di Longarone del 9-10 novembre 1917, in cui brillò il genio militare dell’allora giovane tenente Johannes Erwin Eugen Rommel) e l’occupazione tedesca del 1943-45.

Erwin Rommel, la futura “Volpe del deserto”, nel suo diario con data 9 novembre 1917 descrive le zone di Longarone, Dogna, Rivalta, Villanova, Pirago, il torrente Maè e la tenuta di Faè (Villa Tallachini prima, Villa Protti poi), come i luoghi dove egli riuscì a realizzare la sua azione di blocco della ritirata delle truppe italiane dalle Dolomiti e dal Friuli nord occidentale. Questa azione gli valse l’assegnazione della sua massima onorificenza militare “Pour le Merite”.

Numerosi, nei due Comuni, i caduti nella Grande Guerra, cui sono dedicate lapidi commemorative in ogni borgata del territorio; nel secondo conflitto Longarone e Castellavazzo ebbero una parte non secondaria nella Resistenza, nella quale persero la vita, fucilati o impiccati dai tedeschi, tredici partigiani. Questi ultimi sono ricordati nel capoluogo con una piazza intitolata ai “Martiri della Libertà”.

La costruzione della diga del Vajont

Le prime investiture per l’uso delle acque del torrente Vajont risalgono al 1394 e 1406, autorizzazioni concesse dal vescovo di Belluno, ma solo alla fine dell’Ottocento si iniziò a ipotizzare un utilizzo impegnativo, dal punto di vista tecnologico, e finalizzato alla produzione di una nuova forma di energia, quella idroelettrica.

Nel 1905 a Venezia venne costituita la SADE (Società Adriatica di Elettricità), “per la costruzione e l’esercizio di impianti per la generazione, trasmissione e la distribuzione di energia elettrica in Italia e all’estero” e tale società rappresentava la base tecnica indispensabile per la trasformazione sociale del Veneto da agricolo a industriale.

La SADE iniziava così a costruire degli impianti nella zona dolomitica ed era considerata all’avanguardia, in Italia e nel mondo, per il suo valido ufficio tecnico di progettazione e per le imprese collaudate per l’esecuzione dei lavori.

Il 30 gennaio 1929 venne presentato un progetto firmato dall’ingegnere Carlo Semenza per richiedere l’autorizzazione di derivare le acque del Vajont, in Comune di Erto-Casso, per 21 moduli medi, un salto di 217 metri e 6.076 cavalli vapore. Il serbatoio doveva avere una capacità di 46 milioni di metri cubi, lo scarico nel Piave e la centrale a Dogna.

La “Relazione geologica di massima su due sezioni della valle del Vajont prese in considerazione per progetti di sbarramento idraulico”, che accompagnava il progetto, fu firmata dal professor Giorgio Dal Piaz nel 1928. La Società idroelettrica Dolomiti, nel 1939, presentò una domanda più articolata, sempre su progetto del professor Semenza, e la stessa Società si fuse con la SADE che diventò titolare di tutte le domande.

Negli anni successivi vennero fatte numerose richieste dalla SADE agli enti di competenza; si iniziò a costruire la diga nell’agosto del 1958 ultimando i lavori nel settembre del 1960. Per la sola costruzione della diga ci vollero 2 anni, 250 operai e un totale di 750.000 ore di lavoro. Nel corpo della diga e nella roccia d’imposta furono installati oltre 350 strumenti di controllo: termometri per il calcestruzzo, estensimetri, termo-estensimetri, dilatometri per giunti, pressiometri, sismografi, clinografo, coordimetro per filo a piombo e collimatore verticale. Dal dicembre 1961, i dati delle osservazioni vennero inviati, ogni 15 giorni, al Genio Civile di Belluno.

Tuttavia, nel corso dei lavori, cominciarono a manifestarsi dei problemi e man mano che l’opera avanzava si intensificavano e si aggravavano, evidenziando la fragilità del progetto nel suo complesso, dovuta in particolare all’instabilità del fianco sinistro del bacino, in cui si stavano aprendo continue fenditure e cedimenti.

Ulteriori studi geologici, condotti dall’ing. Edoardo Semenza, figlio del progettista, individuarono in tale versante, su cui poggia la spalla sinistra della diga, un’enorme frana instabile, di oltre 200 milioni di metri cubi.

Si susseguirono gli avvertimenti: nel novembre 1960, 800 mila m3 si staccarono dal monte Toc e precipitarono nel lago. Venne allora effettuato uno studio di simulazione di una possibile frana, peraltro realizzata con materiale non idoneo, che portò alla conclusione che la quota di 700 m. del bacino era da considerarsi di assoluta sicurezza “anche nei riguardi del più catastrofico prevedibile evento di frana”.

Spinti dall’urgenza di consegnare all’appena istituito Ente Nazionale dell’Energia Elettrica (ENEL) il bacino in piena efficienza, si accelerò avventatamente e irresponsabilmente l’innalzamento del livello del lago portandolo oltre i 700 m., a quota 710 m. La situazione si aggravò rapidamente: si intensificarono cedimenti, piccole frane, scosse; brontolii provenienti dal sottosuolo; si allargò sulla montagna, giorno dopo giorno, la grande fessura ad M, lunga 2500 metri, già apparsa all’indomani della frana del 1960.

Si cominciò ad avere paura, ma i responsabili della conduzione dell’impianto – scomparso nel 1961 l’ing. Carlo Semenza, a cui subentrò l’ing. Alberico Biadene – non riuscirono a prendere i provvedimenti necessari per l’incolumità della popolazione. Il 1° ottobre 1963 si avviò subito e celermente lo svaso del lago che venne riportato a quota di ca. 700 m., ma ciò impresse alla frana un ancor più deciso movimento.

Il 9 ottobre ormai il terreno si muoveva a vista d’occhio, scoscendimenti e avvallamenti si susseguirono, gli alberi risultavano fortemente inclinati, cupi boati e brontolii si ripeterono. Era ormai evidente che il Toc stava per crollare, ma si decise solo di sgomberare gli abitati del fianco del monte e si chiuse un tratto di strada che nella valle del Piave da Longarone conduceva ad Erto.

9 ottobre 1963 – Il disastro del Vajont

Alle ore 22.39 del 9 ottobre 1963 il movimento franoso delle pendici del Toc, già in atto, da tempo, sulla sinistra del Vajont, assumeva un andamento precipite, irruento, irresistibile. L’acqua del lago artificiale, alla quota di 700.42 m. sul livello del mare, subiva una formidabile spinta: con andamento pauroso, si calcola di 50 chilometri all’ora, la frana avanzava, su di un fronte di circa 2 chilometri a monte della diga; raggiungeva, così, la sponda destra, urtava contro questa, vi scorreva sopra, superando, in alcuni punti, di 100 metri la quota iniziale. La tremenda pressione della massa, che aveva conservato la sua unità, spostava, con violenza mai vista, un volume di 50 milioni di metri cubi di acqua. Fenomeno apocalittico, un’onda si solleva fino a 200 metri, per ricadere, paurosa, irradiandosi in parte verso la diga, in parte verso il ramo interno del lago. Non più contenuta, la prima, con volume di circa 50 milioni di metri cubi, superava la diga, si lanciava nella gola, proiettandosi poi, tumultuosa, verso la valle del Piave. Irrompeva, così, sventagliandosi, flagellando, inesorabile, violenta, rapida – 1.600 metri in quattro minuti circa – sull’ampio scenario, che si schiude, di sotto. Le luci, palpiti di vita, d’industrie feconde, operose, di Longarone, di Pirago, della sponda di Fornace, di Villanova, di Faè, dei borghi di Castellavazzo e di Codissago, della cartiera, allo sbocco della gola, improvvisamente si spengono: con esse migliaia di vite umane. Il fiume, improvvisamente, ingrossato, assume aspetto di piena mai vista; danneggia Soverzene, Belluno; prosegue, poi, dopo 80 chilometri, placato, a trovar pace verso il mare.”

Il numero più attendibile delle vittime di quella tragica notte è stabilito a 1910. Ogni nome, una persona. La maggior parte delle vittime risiedeva nel Comune di Longarone (1450), le altre nei Comuni di Erto Casso (158) e Castellavazzo (111); altre stavano nei cantieri di lavoro della Sade (54) o in luoghi diversi (137). L’abitato di Longarone venne distrutto pressoché integralmente: in particolare vennero completamente distrutti gli abitati delle frazioni di Pirago, Villanova, Rivalta e Faè (in Comune di Longarone).

La frazione di Codissago venne parzialmente distrutta e con essa un altro nucleo abitato, Villa Malcolm (già Comune di Castellavazzo). Furono distrutte le case basse della frazione di Casso e gli abitati delle frazioni Le Spesse e S. Martino (in Comune di Erto) e anche alcune case presso Borgo Piave (in Comune di Belluno).

Gli interventi dei soccorritori avvennero già nel cuore della notte, i quali cercarono in primis di salvare chi era ancora in vita tra le macerie e di assistere e rincuorare i sopravvissuti. A questa prima fase seguirono le attività di concorso dei soccorritori che dovevano svolgere quanto segue: recupero delle salme; sgombero delle macerie e dei detriti; assistenza sanitaria e rifornimento dei viveri alla popolazione civile; trasporto dei profughi e dei loro beni ai centri appositamente costituiti; recupero del bestiame incustodito e delle masserizie abbandonate; risanamento e disinfezione delle zone sinistrate; riattamento delle viabilità; controllo delle condizioni geologiche delle pendici nord del Monte Toc.

Nella giornata del 10 ottobre operarono in zona circa 6.000 militari dell’Esercito e un migliaio di unità di altri Enti, con circa 600 automezzi; furono impiegati 25 elicotteri con 170 missioni; vennero recuperati 83 feriti; fu fornita assistenza a una cinquantina di senza-tetto e alcune centinaia di sinistrati; furono ritrovate e trasportate circa 600 salme.

Questa straordinaria, eroica opera di soccorso di militari e civili a partire sin dalle prime ore successive al disastro non è mai stata dimenticata dalla comunità longaronese, ed è tuttora viva nel cuore e nella mente di ogni superstite.

Cittadinanze onorarie, riconoscimenti alla memoria, commemorazioni, eventi artistici e musicali e altro ancora si sono più volte ripetuti per iniziativa del Comune, della chiesa locale e di associazioni che hanno a cuore la Memoria verso Istituzioni e persone che si distinsero in quell’opera, la quale rimane una delle più vive testimonianze di solidarietà del nostro Paese.

Accanto a quella dei soccorsi va sottolineata un’altra magnifica azione di solidarietà che si espresse in mille modi: singole persone, istituzioni, associazioni, scuole, enti civili e religiosi, organi di stampa, la Tv nazionale ecc., in Italia e all’estero, si profusero in donazioni, che ebbero un peso rilevante nella ricostruzione materiale e morale delle comunità.

È stato giustamente detto che alla micidiale onda del Vajont è subentrata una benefica e indimenticabile onda di solidarietà. Se Longarone, nelle sue strutture materiali, è potuta risorgere, ciò è avvenuto perché la volontà, la determinazione e la tenacia dei sopravvissuti sono state sorrette dalla generosità di centinaia e centinaia di benefattori che sono stati loro vicini con il sostegno economico.

Non va dimenticato neppure l’apporto dello Stato che da subito (la prima legge organica sulla ricostruzione è del 4 novembre 1963) intervenne con risarcimenti, contributi e incentivi.

Nella ricostruzione non va infine dimenticato il contributo degli emigranti, che, rientrati dall’estero, furono tra i protagonisti nella rinascita del paese.

L'Alluvione del 1966

L’ondata alluvionale del 4 novembre del 1966 infierì danni gravissimi a Longarone, a causa della rottura degli argini del torrente Maè, che lambiva assieme al Piave la zona industriale.

Un simbolo per tutti, il nuovo ponte sul Maè destinato a sostituire l’anziano manufatto che pure aveva valorosamente resistito al colpo di maglio del 1963. Verso sera, il 4 novembre, quel ponte di nuova generazione non regge l’impeto del torrente che irrompe nel Piave carico di massi e di schianti. Lascia un varco al buio, sotto pioggia battente, diventa arma letale. Una vittima per tutte, il dottor Gianfranco Trevisan, medico condotto di Longarone e medaglia d’argento al valore civile dopo la catastrofe del Vajont […] Sta recandosi a visitare un paziente, con la consueta disponibilità ha appena dato un passaggio a un giovane di Castellavazzo. Non si accorge dell’insidia, scompare nella corrente. Sarà sepolto nel cimitero delle Vittime del Vajont.”

La ricostruzione: urbanistica e industrializzazione

Al tempo del Vajont l’urbanistica italiana si era avvicinata alle esperienze straniere, come le new towns inglesi, individuando nel “comprensorio” e nelle “città-regioni” l’unità di base della pianificazione territoriale. Il disastro del Vajont, che fece del territorio longaronese una tabula rasa, costituì un’occasione per sperimentare modelli e metodi della pianificazione integrata (economico-territoriale) “comprensoriale”.

La ricostruzione fu avocata dallo Stato centrale a una commissione ministeriale, nel 1964, presieduta da uno dei massimi esponenti di quella cultura urbanistica, l’architetto Giuseppe Samonà. Il gruppo Samonà aveva l’incarico di redigere il piano regolatore generale dei Comuni di Longarone e Castellavazzo, ma il cosiddetto Piano Samonà venne solo parzialmente realizzato.

Se uno dei primi obiettivi da fissare era riedificare Longarone sulle proprie macerie, in quanto aveva da sempre avuto un ruolo d’eccellenza sotto il profilo storico, geografico ed economico, è anche vero che si ribadiva che proprio l’industria potesse innescare il processo di rinascita.

Di rilevante importanza fu la ricostruzione economica promossa dal Conib (Consorzio per il nucleo di industrializzazione della provincia di Belluno) nell’intento di preservare e tramandare la memoria di un’esperienza collettiva, l’industrializzazione, che ha inciso profondamente sul territorio bellunese e longaronese.

La Chiesa del Michelucci rappresenta il “simbolo urbano” della ricostruzione di Longarone, indubbiamente un’opera dalle molteplici vicissitudini, che ha però dato ai cittadini un luogo di preghiera e aggregazione, grazie anche ai due anfiteatri ad uso promiscuo: quello interno destinato al culto e alle liturgie religiose e quello esterno per manifestazioni culturali e civili.

Realizzata tra il 1975 e il 1977, la parte muraria è stata realizzata integralmente da calcestruzzo armato, con una selva di barre d’acciaio. Nell’aula inferiore della chiesa è invece possibile visitare il “museo-reliquiario” che conserva come “reliquie” le poche testimonianze rimaste della vecchia chiesa distrutta.

Il Cimitero Monumentale delle Vittime del Vajont venne costruito nei giorni successivi alla catastrofe a Fortogna, frazione del Comune di Longarone. Qui vi riposano le spoglie martoriate di 1464 Vittime sulle 1910 accertate, con croci allineate che danno l’idea delle apocalittiche conseguenze della tragedia del 9 ottobre 1963.

Nel 2003 sono stati realizzati i lavori di ristrutturazione del Sacro Luogo, aggiungendo 14 fosse per un totale di 1910 cippi in marmo bianco per dare una sepoltura, seppur virtuale, alle Vittime che non sono state mai ritrovate. Il Cimitero delle Vittime del Vajont è diventato Monumento Nazionale il 2 ottobre 2003 con Decreto del Presidente della Repubblica.

Per coloro che volessero approfondire la storia di Longarone e della tragedia del Vajont, è possibile visitare a Longarone il museo “LONGARONE VAJONT, attimi di storia” gestito dall’Associazione Pro Loco di Longarone.


Ottocento

Ottocento

Caduta la Repubblica di Venezia (1797), Longarone, dopo la parentesi napoleonica, fu soggetto all’Austria fino al 1866. Con Napoleone il paese venne eretto in Comune (1806), staccandosi da Castellavazzo.

L’attuale tendenza ad unificare i Comuni ha certamente permesso al Comune di Longarone di recuperare la storia più che millenaria che si era interrotta proprio in questo periodo storico.

A fine secolo Longarone e Castellavazzo videro intensificarsi un fenomeno già manifestatosi nei periodi precedenti e che avrà un rilevante seguito anche nel ‘900 (e che in parte continua tuttora): quello dell’emigrazione, sia in Europa sia in America.

Da ricordare in particolare quella verso il sud del Brasile, dove, nel 1878, emigranti longaronesi fondarono il paese di Urussanga, dal 1991 gemellato con Longarone.

In questo periodo storico l’importanza di Longarone continuò a crescere grazie alla sua posizione strategica e grazie alla mercatura e lavorazione del legname, in particolare mediante lo sfruttamento dei boschi del proprio territorio e quelli del Cadore.

Le famiglie che commerciavano il suddetto legname con Venezia, grazie alla ricchezza raggiunta, poterono costruire bellissimi palazzi, vanto del paese fino al 1963. Molto prestigio ebbero le famiglie Campelli, Sartori, Mazzolà, i Malcolm, i Tallachini e molte altre ancora.

Personaggi illustri del Longaronese

Particolarmente vivace fu la presenza della gente di Longarone (insieme a quella di Castellavazzo) nelle cospirazioni e nei moti rivoluzionari per l’indipendenza dall’Austria, culminati nel biennio 1848-49 e che videro protagonista l’avvocato Jacopo Tasso (1808-1849), fucilato dagli austriaci a Treviso il 10 aprile 1849 (ricordato nel capoluogo da una piazza che gli è stata dedicata con un monumento).

Accanto a lui brillarono patrioti di rilievo, quali don Luigi Protti (1823-1892), Gaetano Tallachini (1826-1891), nipote di Antonio Tallachini, i fratelli Pietro Ettore e Rosa Celotta (1827-1851; 1825-1889) e altri ancora.

Il tecnico e impresario edile Agostino Cappellari costruì a Roggia una delle prime centrali idroelettriche presenti sul territorio bellunese ed eresse il suo palazzo, oggi casa Bonato. Il Cappellari partecipò alla costruzione della Galleria Vittorio Emanuele di Milano insieme all’ing. Giuseppe Mengoni.

Antonio Tallachini, costruttore edile di provenienza lombarda, si occupò in particolare di opere pubbliche di rilievo, come ad esempio la strada d’Alemagna (1827-1830) e il ponte in muratura sul Piave a Longarone (1837-1841), oltre a diversi lavori ferroviari, ed aprì un’agenzia nel centro di Longarone.

La famiglia Tallachini ospitò presso la propria villa nella tenuta di Faè, anche se solo per una colazione ristoratrice, la regina Margherita di Savoia e il figlio Vittorio Emanuele.

Teleferiche

Le teleferiche, per lo scalo dei tronchi dalle alte montagne a valle, sono ideate, progettate e costruite da teleferisti locali, in particolare dagli uomini di Igne e Soffranco, i quali costruirono centinaia di questi manufatti: uno dei primi impianti datato con certezza è quello del 1893.

Le loro competenze specializzate e la loro ricca esperienza e abilità gli permisero di essere richiesti ovunque, in Italia e all’estero.

Il Teatro di Longarone

La vivacità di Longarone si manifestava anche attraverso il Teatro, costruito ex-novo nel 1878 per intervento di Giovanni Teza.

Il Teatro aveva un proprio statuto che regolamentava entrate e uscite, la gestione delle spese e le richieste di contributi straordinari a carico dei soci.

Il Teatro può essere considerato spia dei comportamenti pubblici, delle preferenze dei ceti dirigenti, dell’uso del tempo libero e delle mode della società ottocentesca. L’edificio era addossato sul versante montuoso nei pressi dell’attuale municipio ed è stato successivamente trasformato in cinematografo, fino al rovinoso incendio dell’ottobre 1962 che lo rese inagibile, per poi essere distrutto con il disastro del Vajont l’anno dopo. Il Teatro aveva tre file di palchi, era stato dipinto dal Sommavilla e il telone con scena campestre, scomparso nel 1919, era opera del Moek. La storia del Teatro è fatta di stagioni di musica e prosa, veglioni carnevaleschi e numerosi eventi politici.

Da ricordare, il veglione al Teatro tenutosi nel periodo carnevalesco del 1896 per solennizzare l’arrivo della corrente elettrica, in quanto Longarone fu, in provincia di Belluno, il capoluogo di distretto servito per primo dal nuovo sistema d’illuminazione realizzato dall’impresario Cappellari che introdusse l’utilizzo delle lampadine elettriche al posto dei fanali a petrolio. L’accensione simultanea di tutte le lampadine, che illuminò la valle, fu annunciata da un colpo di cannone sparato dalla Villa Cappellari, cui seguirono fuochi d’artificio.

In tale eccezionale occasione il Teatro ospitò numerosi personaggi illustri.

La foresta di Cajada

Già nel XVI secolo la foresta di Cajada e il Cansiglio furono incamerati dal governo veneziano per le necessità della Serenissima, la quale tutelava, così, la risorsa “legname” là dove vi erano maggiori possibilità di trarne giovamento. Ricordiamo inoltre che già nei secoli scorsi Cajada e, in particolare, il monte Cajada furono oggetto di contese, dispute, affitti e compromessi tra la Regola di Longarone, Igne e Pirago e le monache del convento dei Ss. Gervasio e Protasio, le quali avevano ricevuto Cajada dal vescovo di Belluno (1233).

Soltanto durante il regno sabaudo si decise di privatizzare Cajada (1871). Tale decisione non venne ben accolta per diversi motivi, evidenziati in alcuni articoli anonimi pubblicati dal giornale “La Provincia di Belluno”, tra i quali il timore di un peggioramento della produzione boschiva.

La campagna di stampa del giornale non servì a molto; infatti si procedette con le aste pubbliche e, in questo periodo, diverse famiglie di Fortogna maturarono l’idea di acquistare parte di Cajada. Erano persone che conoscevano bene il territorio e il suo valore, ma il problema per loro era trovare il capitale necessario all’operazione (si trattava prevalentemente di famiglie di piccoli proprietari); interessante il fatto che scelsero di rivolgersi non a un istituto bancario, ma piuttosto alle famiglie notabili longaronesi.

Fu così che nel marzo 1889 venne stipulato il contratto per l’acquisto di Cajada che venne firmato presso le scuole elementari di Fortogna e successivamente venne costituita una società di fatto, capeggiata dai Protti.

Cartonificio

Nel 1899 iniziarono i lavori per la costruzione dello stabilimento del Cartonificio del cav. Gustavo Protti e per il cui funzionamento si costruirono uno sbarramento sul Vajont e un canale di derivazione dell’acqua, lungo alcuni chilometri, per poter disporre così di energia in modo continuativo e autonomo.

Il Cartonificio venne aperto nel 1900 con 150 operai e dette avvio così all’industrializzazione del Longaronese.

Altre attività ed avvenimenti

Il territorio longaronese diventa centro fiorente dell’industria bellunese con diverse segherie attive, la fornace a Castellavazzo (un grande forno a calce) che occupava ben 48 dipendenti e la nascita della fabbrica di birra a Longarone dei fratelli Pra Baldi.

Prosperò, in questi anni, anche il mercato di bestiame e di grande rilevanza fu la latteria cooperativa sociale che lavorava grazie al bestiame di proprietari provenienti da Longarone e Castellavazzo.

Le piene disastrose del 1851 e del 1882 colpirono duramente la popolazione bellunese e quindi anche quella longaronese, abbattendo il ponte sul Piave del Tallachini e danneggiando fortemente la tenuta di Faè.


Seicento e Settecento

Seicento e Settecento

Palazzo Mazzolà

Intorno alla prima metà del Settecento, la famiglia Mazzolà, di origine veneziana (Murano), aveva in affitto alcuni boschi della Regola di Longarone, Igne e Pirago e decise di costruire un proprio palazzo dignitoso ed elegante a Longarone, così da poter “figurare” al pari delle altre famiglie nobili e notabili dell’epoca.

La costruzione del palazzo ebbe inizio nel 1736 ed era già abitato dalla famiglia nel 1741. Durante la prima metà dell’Ottocento, il Comune acquistò in due tranche il palazzo, sede attuale del municipio e ad oggi uno dei pochi edifici di pregio storico-artistico rimasti dopo la tragedia del Vajont, assieme alle ville Cappellari-Bonato e Cappellari-Tasso.

Il Settecento fu per Longarone un periodo splendido anche per la cultura.

Appartengono proprio a quest’epoca le figure di Longaronesi che eccelsero, in Italia e all’estero, nell’arte e nella musica; tra queste ricordiamo Pietro Gonzaga (1751-1831) pittore e scenografo, Caterino Tommaso Mazzolà (1745-1806) librettista di opere musicali, tra cui ricordiamo un lavoro di Mozart, Niccolò Cavalli (1730 -1822) celebre incisore.

A fine Settecento fu creata la parrocchia di Longarone e nel giugno del 1799 il vescovo Alcaini decretò che, assieme a Longarone, la parrocchia fosse costituita dai fedeli di Igne, Pirago, Fortogna, Dogna, Provagna e Soverzene, separandosi da Lavazzo.

Boschi e legname

Già nella seconda metà del XVII secolo vi erano numerosi contratti di affitto dei boschi da parte delle Regole; spesso, prima di stipulare tali contratti si stimavano il bosco e il quid che spettava alle Regole, includendo la condizione delle piante e il momento in cui si sarebbero potute commercializzare.

Il legname veniva marchiato con dei contrassegni che distinguevano la proprietà di ogni mercante, anche se ciò non risolveva sempre le liti in merito alla legittima proprietà del legname suddetto. Il dinamismo di Longarone e dei suoi “porti” era dovuto, soprattutto, alla lavorazione del legname che poteva essere segato, legando le zattere; di rilevante importanza fu lo sbarramento artificiale a Vajont, detto cidolo, che tratteneva periodicamente le taglie e le faceva defluire da Perarolo fino a Faè, lungo il cui percorso operai e zattieri lavoravano per il taglio dei tronchi.

Significativo, in tal senso, è un documento datato 1739 della Regola di Dogna e Provagna che riporta il progetto di costruzione di un ponte sul Vajont, destinato al passaggio di carri e pedoni, da collocare proprio poco sopra il cidolo.

Un punto sensibilissimo per il sistema commerciale e fiscale era la Muda Maè, di pertinenza della Regola di Longarone, Igne e Pirago; qui si controllavano le mercanzie che scendevano dallo zoldano, come il ferro lavorato nelle fucine.

Anche la Regola di Fortogna era coinvolta nel settore, in particolare per gli affitti dei boschi.

Altre attività lavorative

La Pieve non viveva di solo legname, ma si coltivavano orti, piccoli campi e i terrazzamenti; tra questi ultimi, degni di nota sono i Murazzi, opera di sistemazione dei pendii sopra Longarone, volti anche a proteggere il territorio dalle frane del monte Zuc, oltre all’indubbia funzione sociale, atta a contrastare la carestia.

I Murazzi sono attualmente sito di interesse storico. Faè era una delle migliori aree coltivabili. Già nel XVIII secolo, nella Regola di Longarone, Igne e Pirago si ha testimonianza dell’esistenza della pastorizia e “dell’affitto delle erbe”.

Nella Pieve non mancavano i mulini per macinare i cereali: ad esempio, Roggia di Longarone era un centro dove vi erano gli edifici artigiani, comprese le segherie, e i mulini.

Per concludere, possiamo affermare che sono molto numerosi i rogiti notarili nei quali appaiono i nomi dei falegnami della Pieve, i tessari, i fabbri, i lapicidi, gli addetti alle fucine, i sarti, i ciabattini e i cercoleri (coloro che usavano i rami di legno flessibile per costruire contenitori).


Cinquecento

Cinquecento

La battaglia della Gardona

Tra il 9 e l’11 dicembre del 1511 il capitano degli imperiali Guglielmo de Rogendorf, inviato dall’imperatore Massimiliano I d’Asburgo, dopo aver conquistato il castello di Botestagno (Cortina d’Ampezzo), si diresse verso la Gardona presidiata da quasi duemila soldati bellunesi.

I tedeschi divisero in due le loro forze, un gruppo attaccò frontalmente e l’altro aggirò la Gardona, attaccando i bellunesi alle spalle.

Questi ultimi risposero con valore, ma molti caddero in battaglia e la Gardona rimase diroccata. Il de Rogendorf, insieme alle sue truppe, proseguì poi verso Belluno.

Mercanti

Numerosi sono i documenti, in particolare carte notarili, che nel Cinquecento riportano i nomi dei mercanti, i quali facevano investimenti nei boschi per ottenere il legname necessario alla Repubblica di San Marco.

Le famiglie coinvolte nel settore, inizialmente, erano quelle di patrizi veneti, come la casata veneziana dei Venier e dei Contarini.

Soltanto dal secolo successivo si stanziarono a Longarone mercanti di legname privi di stemmi nobiliari, come i Campelli. Questi ultimi, in particolare, acquisirono la nobiltà attraverso le imprese commerciali e finanziarie, divenendo i “banchieri” della Pieve di Lavazzo e, successivamente, anche giudici e arbitri.


Epoca Medievale

Epoca Medievale

FORTILITIUM GARDONAE - LA GARDONA

Le prime citazioni della Gardona risalgono al 550 d.C., probabilmente sorta come avamposto del Castello Lavazzo al tempo della guerra gotica (535-553 d.C.).
La torre di forma triangolare, ubicata su un dirupo a strapiombo sul Piave, ha da sempre suscitato interesse e stupore.

Le tre punte sono rivolte in direzione delle possibili vie di accesso del nemico, da dove potevano arrivare i colpi degli assalitori; altra interessante ipotesi, in merito alla particolare pianta triangolare, può essere dovuta alla necessità di deviare eventuali massi fatti cadere dalle
quote superiori e dalle eventuali slavine.

La Gardona viene anche indicata come torre, fortilitium o passo. Il significato del termine, di origine longobarda, è “luogo di osservazione, di guardia” e la cui toponomastica si è modificata nel tempo, passando da warda, varda, garda, guarda, gardona.

È da sempre monumento importante di Castellavazzo, divenuto poi, a seguito della fusione con Longarone nel 2014, parte dello stemma araldico del nuovo Comune e suo simbolo. È stata restaurata con il contributo economico del Fondo Letta 2012 per le aree di confine, tornando agli
splendori di un tempo.

La Pieve e le Regole

Tra il IX e XI secolo, i territori delle diocesi erano suddivisi in circoscrizioni territoriali chiamate “Pievi”.
La Pieve di Lavazzo era costituita da comunità regoliere, ognuna con confini propri.
Importante testimonianza è il documento risalente al 3 agosto 1444, nel quale si descrive l’intreccio dei paesi attraverso strade e ponti.
Castello, insieme a Olantreghe e Podenzoi, era una delle principali Regole, sede della chiesa parrocchiale e, inizialmente, anche della Pieve civile. Sulla sponda destra del Piave, vi era poi la Regola di Longarone, Igne (con Soffranco) e Pirago ed essa comprendeva anche Roggia, che fu un centro vivo di attività artigiana; procedendo lungo la sponda destra del Piave si poteva incontrare la Regola di Fortogna con Faè.
Sull’altra sponda del fiume vi era la Regola di Dogna e Provagna che operavano assieme; risalendo il Piave, si giungeva al territorio della Regola di Codissago.


Epoca Romana

Epoca Romana

Iscrizioni

Da un’iscrizione trovata a Castellavazzo si apprende dell’esistenza del pagus (distretto territoriale)
dei Laebactes (tribù di probabile origine venetica o celtica). Il toponimo attuale “Castellavazzo”
deriva da Castellum Laebactium, ossia il Castello dei Laebactes.

L’iscrizione onoraria, usata nel secolo XVI come altare nella chiesa di Sant’Elena di Castellavazzo, è nota come “Stele neroniana” che verosimilmente doveva svolgere la funzione di orologio solare, come era in uso nell’antica
Roma, e riporta il seguente testo:


In honorem […] Claudi Caesaris Augusti Germanici Sex. Paeticus Q.F. Tertius et C. Paeticus Sex. Firmus horilogium cum sedibus paganis Laebactibus dederunt


In onore di Nerone Claudio Cesare Augusto Germanico, Sesto Petico Terzo, figlio di Quinto, e Gaio Petico Firmo, figlio di Sesto (probabilmente i due magistri che reggevano il pagus) donarono ai pagani Laebactes un orologio solare (meridiana) con sedili (o sede per riunioni)”.

Il nome dell’imperatore Nerone (54-68 d.C.) è stato scalpellato per la damnatio memoriae, ordinata dal Senato dopo la sua morte.

Tale iscrizione venne realizzata su pietra di Castellavazzo, ciò a testimonianza che l’estrazione della pietra dalle cave cominciò già in epoca romana.

Un altro importante reperto, ben documentato, è una lastra in pietra rossa di Castellavazzo con una dedica votiva ad Asclepio, anche conosciuto come Esculapio (divinità romana della salute).

La lapide subì numerosi spostamenti e venne travolta dall’acqua nel disastro del 9 ottobre 1963; grazie al bellunese Francesco Monaco, incisore, ne rimane oggi una riproduzione grafica.

Fortezze

Grazie a fonti indirette, è possibile conoscere l’esistenza di un castello presso il distretto di Lavazzo, già in epoca romana. Lo storico Giorgio Piloni (1539-1611) riferisce che il vescovo di Belluno Ottone, nel 1227, fece restaurare dei castelli rovinati e tra essi nomina “il Castello di Castellione […] e quello di Lavazzo” e, a sostegno di ciò, vi è anche la testimonianza di Pierio Valeriano nella sua opera Antiquitatum Bellunensium Sermones quattuor del XVI secolo.

Inoltre, nel I secolo d.C. è accertata la presenza di un vicus a Castellavazzo (aggregato di case e terreni), la quale fa supporre che vi fosse affiancato un Castellum.

Tombe e corredi funerari

Un ritrovamento di grande rilevanza storica fu lo scavo del “Fondo dei fratelli Facca”, avvenuto negli anni 1995-1996 presso Crosta, a ovest di Castellavazzo, durante il quale vennero scoperte due tombe a incinerazione.

Furono portate alla luce due anfore prive di collo, ma contenenti due corredi:

–  uno era formato da un anello d’oro, uno stilo in ferro verosimilmente utilizzato per scrivere sulle tavolette cerate, una bottiglietta per profumi, molti chiodi e una moneta dell’imperatore Nerva (96-98 d.C.);

– il secondo comprendeva un anello d’argento, frammenti di braccialetti d’argento, ganci bronzei per secchielli in legno e monete dell’imperatore Traiano (98-117 d.C.).

Probabilmente, si tratta dei resti di sepoltura di due sorelle morte giovani.

Altri gentilizi romani, presenti nel territorio longaronese, sono documentati dalla toponomastica: Cotisius (Codissago), Pudentius (Podenzoi), Pirrius (Pirago), Fortunius (Fortogna) e Ignius (Igne).

La zona era popolata con dei piccoli insediamenti, come confermato dalle necropoli rinvenute nelle suddette località.

Nel 1966 fu messa in luce una tomba a cremazione con elementi lapidei: una grande lastra in pietra di Castellavazzo rossa e due coperchi d’urna in pietra di Castellavazzo grigia.

Per coloro che volessero approfondire l’argomento, è possibile visitare presso la frazione di Castellavazzo il “Museo della Pietra e degli Scalpellini di Castellavazzo” gestito dall’Associazione Pietra e Scalpellini di Castellavazzo in convenzione con il Comune di Longarone.

Le vie romane

È piuttosto verosimile che i Romani realizzassero due “vie del ferro”, che dalle miniere di Arsiera di Zoldo e quelle di Cibiana, si congiungevano con la via militare principale, collegandosi con la frazione di Pirago e con Ospitale di Cadore.

I minerali di ferro venivano fusi in lingotti sul posto e portati a fondo valle verso la frazione di Igne, che per quanto concerne l’origine del suo nome è stata a lungo “pomo della discordia” tra autorevoli storici.

C’è chi vuole che Igne derivi da “ignis”, cioè dal tipo di roccia che si trova in loco, mentre altri rimandano al termine latino “ignis”, fuoco, per i segnali di fuoco effettuati dai Romani in direzione dei paesi di Dogna e Provagna che, trovandosi in linea retta dallo sperone roccioso di Igne, permettevano di scorgere con facilità i segnali luminosi e quelli fumogeni.

La posizione di Castellavazzo era strategica per il commercio e per la difesa, con due importanti strade che risalivano il Piave, lungo la riva destra e quella sinistra.

Quest’ultima strada, che proveniva dal Cansiglio, toccava l’attuale Comune di Soverzene e le attuali frazioni di Provagna, Dogna e Codissago, lungo il cui percorso vennero rinvenute delle tombe romane.

Le vie fluviali

L’uomo sapeva sfruttare la corsa dell’acqua per trasportare persone, materiali e merci fin dai tempi antichi e la via fluviale del Piave veniva utilizzata già in epoca romana, verosimilmente come descritto dall’umanista Pierio Valeriano nella sua Antiquitatum.

Nella storia della navigazione sul Piave, gli zattieri o “ligadori” di Codissago hanno sempre avuto un ruolo primario: partivano nelle prime ore del mattino per giungere al cidolo di Perarolo e lì, con le taglie fluitate dai menadàs cadorini, costruivano le zattere.

Il primo tratto, da Perarolo al porto di Codissago, era il più pericoloso e le zattere erano condotte proprio dagli zattieri di Codissago; essi proseguivano poi fino a Borgo Piave (Belluno), lasciando guidare poi le zattere da altri zattieri, in una sorta di staffetta.

Per coloro che volessero approfondire l’argomento è possibile visitare, presso la frazione di Codissago, il “Museo etnografico degli Zattieri del Piave” gestito dall’Associazione Fameja dei Zatèr e Menedàs de la Piave di Codissago.


Epoca celtica

Epoca Celtica

Qualche anno dopo, nel dicembre del 1984, a Castellavazzo venne rinvenuta una statuetta di bronzo denominata “il bronzetto” di circa 8/10 centimetri, insieme ad altri reperti e monete.

Essa raffigura un uomo barbuto sul cui capo vi è un elmo che potrebbe essere di fattura celtica, come ipotizzato dal professor Moosleitner del museo di Salisburgo, profondo conoscitore dei Celti. 

È incerto se attribuire alle popolazioni venete o celtiche la denominazione Laebactium della tribù indigena che abitava il territorio di Castellavazzo. Invece, è documentata la presenza di gruppi celtici che si sono sovrapposti al substrato veneto nel Cadore e nella parte orientale della Valbelluna.


Preistoria

PREISTORIA

Il primo ritrovamento di presenza umana nella zona è stato individuato nel 1979 durante i lavori di costruzione della strada di Cajada ed era una sepoltura circolare, forse di un cacciatore.

La quota era sui 700 metri, al limite del ghiacciaio del Piave e la sepoltura poteva forse risalire a circa 10.000 anni fa. Rimangono le notizie avute oralmente dagli operai al termine della giornata di lavoro e la foto di un osso, che lasciano spazio per altre ricerche e approfondimenti.

Le prime testimonianze storiche documentate risalgono al VI secolo a.C., grazie al ritrovamento di quattro urne tombali cubiche presso la frazione di Podenzoi, a 800 metri di altitudine sulla sponda destra del Piave.

Si tratta del più antico insediamento di cui si ha testimonianza, fino ad ora, sul territorio longaronese. Il ritrovamento, risalente agli anni ‘70 del secolo scorso, ha permesso di riportare alla luce dei reperti, oggi esposti nel Museo Civico di Belluno, come la fibula con pendenti, una tazza bronzea e un frammento di ambra, preziosa merce di scambio proveniente dai paesi del Nord Europa.