Bibliografia

BIBLIOGRAFIA

La catastrofe del Vajont ha prodotto anche centinaia di pubblicazioni. Abbiamo elaborato la presente bibliografia in ordine cronologico per illustrarne l’evoluzione nel corso del tempo.

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Vajont Media Gallery

VAJONT MEDIA GALLERY

Le molte fotografie che compongono questa prima sezione fotografica sono state realizzate grazie al contributo dell’ENEL che ha dato accesso al coronamento della diga e alle strutture sottostanti.
Ricordiamo che non e’ possibile richiedere all’ENEL il permesso di visita al di fuori dell’apposito percorso guidato creato sul coronamento. L’impianto e’ tutt’ora considerato “industriale” e quindi non accessibile al pubblico.
E’ tuttavia nei progetti futuri il completamento delle strutture di sicurezza per renderlo conforme alle visite del pubblico in un percorso che comprendera’ sia la centrale del Colomber ed il ponte tubo, sia per il coronamento completo della diga.

Percorso Coronamento per Visite Guidate

Coronamento della Diga

Ponte Tubo e Dintorni

Visuali dal Ponte Tubo

Gallerie Interne e Centrale Colomber

Visite Studiosi


Giudizi e Sentenze

GIUDIZI E SENTENZE

9 ottobre 1963 (olio su tela)
Facchin Celestino

Tre giorni dopo il disastro, l’11 ottobre, il Ministro dei Lavori Pubblici, in accordo con il Presidente del Consiglio, nomina la Commissione di inchiesta sulla sciagura, che si insedia il 14 ottobre. Essa dispone di due mesi di tempo per presentare una relazione. Suo compito è quello di accertare le cause, prossime e remote, che hanno determinato la catastrofe. La Commissione finirà il suo lavoro tre mesi dopo.
Il 20 di febbraio 1968 il Giudice istruttore di Belluno, Mario Fabbri, deposita la sentenza del procedimento penale contro Alberico Biadene, Mario Pancini, Pietro Frosini, Francesco Sensidoni, Curzio Batini, Francesco Penta, Luigi Greco, Almo Violin, Dino Tonini, Roberto Marin e Augusto Ghetti. Due di questi, Penta e Greco, nel frattempo muoiono, mentre Pancini si toglie la vita il 28 novembre di quell’anno.
Il giorno dopo inizia il Processo di Primo Grado, che si tiene a L’Aquila, e che si conclude il 17 dicembre del 1969. L’accusa chiede 21 anni per tutti gli imputati (eccetto Violin, per il quale ne vengono richiesti 9) per disastro colposo di frana e disastro colposo d’inondazione, aggravati dalla previsione dell’evento e omicidi colposo plurimi aggravati. Biadene, Batini e Violin vengono condannati a sei anni, di cui due condonati, di reclusione per omicidio colposo, colpevoli di non aver avvertito e di non avere messo in moto lo sgombero; assolti tutti gli altri. La prevedibilità della frana non viene riconosciuta.
Il 26 luglio 1970 inizia all’Aquila il Processo d’Appello, con lo stralcio della posizione di Batini, gravemente ammalato di esaurimento nervoso.
Il 3 ottobre la sentenza riconosce la totale colpevolezza di Biadene e Sensidoni, che vengono riconosciuti colpevoli di frana, inondazione e degli omicidi. Essi vengono condannati a sei e a quattro anni e mezzo (entrambi con tre anni di condono). Frosini e Violin vengono assolti per insufficienza di prove; Marin e Tonini assolti perché il fatto non costituisce reato; Ghetti per non aver commesso il fatto.
Tra il 15 e il 25 marzo del 1971 si svolge, a Roma, il Processo di Cassazione, nel quale Biadene e Sensidoni vengono riconosciuti colpevoli di un unico disastro: inondazione aggravata dalla previsione dell’evento compresa la frana e gli omicidi. Biadene viene condannato a cinque anni, Sensidoni a tre e otto mesi, entrambi con tre anni di condono. Tonini viene assolto per non aver commesso il fatto; gli altri verdetti restano invariati. La sentenza avvenne quindici giorni prima della scadenza dei sette anni e mezzo dell’avvenimento, giorno nel quale sarebbe intervenuta la prescrizione.
Il 16 dicembre 1975 la Corte d’Appello dell’Aquila rigetta la richiesta del Comune di Longarone di rivalersi in solido contro la Montedison, società in cui è confluita la SADE, condannando l’ENEL al risarcimento dei danni subiti dalle pubbliche amministrazioni, condannate a pagare le spese processuali alla Montedison.
Sette anni dopo, il 3 dicembre 1982, la Corte d’Appello di Firenze ribalta la sentenza precedente, condannando in solido ENEL e Montedison al risarcimento dei danni sofferti dallo Stato e la Montedison per i danni subiti dal comune di Longarone. Il ricorso della Montedison non si fa attendere ma il 17 dicembre del 1986 la Corte Suprema di Cassazione rigetta il ricorso alla sentenza del 1982.
Infine il 15 febbraio 1997 il Tribunale Civile e Penale di Belluno condanna la Montedison a risarcire i danni subiti dal comune di Longarone per un ammontare di lire 55.645.758.500, comprensive dei danni patrimoniali, extra-patrimoniali e morali, oltre a lire 526.546.800 per spese di liti ed onorari e lire 160.325.530 per altre spese. La sentenza ha carattere immediatamente esecutivo. Nello stesso anno viene rigettato il ricorso dell’ENEL nei confronti del comune di Erto-Casso e del neonato comune di Vajont, obbligando così l’ENEL al risarcimento dei danni subiti, che verranno quantificati dal Tribunale Civile e Penale di Belluno in lire 480.990.500 per beni patrimoniali e demaniali perduti; lire 500.000.000 per danno patrimoniale conseguente alla perdita parziale della popolazione e conseguenti attività; lire 500.000.000 per danno ambientale ed ecologico. La rivalutazione delle cifre hanno raggiunto il valore di circa 22 miliardi di lire.


Dopo il Vajont

DOPO IL VAJONT

Dramma il giorno dopo (olio su tela)
Paolo D’Incà

LA RICOSTRUZIONE

Grande ed immediata fu l’azione di solidarietà che si manifestò in tutto il mondo: grazie ad essa, all’intervento delle autorità, dei vari Enti ed Associazioni e alla tenace volontà della popolazione locale, il paese fu ricostruito. Le case prefabbricate che servirono in un primo momento per i superstiti lasciarono il posto ai nuovi edifici, mentre in un paio d’anni le infrastrutture stradali, ferroviarie ed idrauliche furono realizzate in tempo record. Il sito, dopo una proposta iniziale che lo voleva spostato nelle vicinanze di Belluno, dopo le vigorose proteste dei superstiti, fu lasciato a Longarone.
Per queste necessità lo Stato ha stanziato complessivamente, attraverso provvedimenti successivi, circa 1.800 miliardi (in valori attuali). Si tenga però presente che buona parte è stata impegnata anche al di fuori delle aree colpite, consentendo la legge il trasferimento delle attività altrove. Il grosso (61%) è stato impiegato nella ricostruzione e nel successivo sviluppo industriale (aree industriali attrezzate e contributi alle aziende); il residuo per le opere pubbliche (24%), per la gestione dell’emergenza (6%), la ricostruzione delle abitazioni (5%), l’integrazione ai bilanci comunali (4%).
La riedificazione avvenne non solo sotto il profilo urbanistico ma anche sotto il punto di vista sociale ed economico.
L’economia di Longarone è vivace ed attiva, fondata sull’occhialeria, l’elettronica, il tessile, la lavorazione del legno, ed ospita, nei padiglioni del Palazzo delle Fiere, alcune mostre legate alle attività locali (Opto – Agrimont – Expomont – Expovino – Optimac – Expodolomiti – Arte in Fiera – Arredamont – Promotor) tra cui primeggia la Mostra Internazionale del Gelato, rassegna di attrezzature e di prodotti per la gelateria artigianale. La cittadina infatti è allo sbocco dello Zoldano e del Cadore, da alcuni decenni terre di bravi e rinomati gelatieri, le cui aziende hanno trovato collocazione soprattutto all’estero, specialmente in Germania.

Il primo matrimonio dopo il disastro
(30/06/1964- Foto Zanfron)

Nel campo delle istituzioni sociali e amministrative, ricordiamo a Longarone la presenza di numerose scuole, tra cui l’Istituto professionale statale alberghiero “Dolomieu”, ove si diplomano cuochi e camerieri d’albergo, un Istituto professionale per meccanici ed elettricisti: c’è la bella Casa di soggiorno per anziani, costruita con specifiche donazioni all’epoca del Vajont. Longarone è sede della Comunità Montana “Cadore – Longaronese – Zoldano”. Attivo e fecondo è l’associazionismo,
che fa capo all’Associazione Pro Loco di Longarone; numerose le associazioni giovanili, soprattutto nello sport, grazie ai moderni e funzionali impianti della zona sportiva.
Un’ampia varietà di manifestazioni, tra le quali possiamo inserire anche quelle collegate al 9 ottobre, anniversario della tragedia, contribuiscono a tener vive le tradizioni storiche di un territorio basato oggi su attività prevalentemente industriali.
Un cenno di particolare riguardo va dato al Centro di Protezione Civile; la sua istituzione dovrebbe contribuire alla formazione di una coscienza responsabile che sappia prevenire qualsiasi ordine di calamità. Sotto questo punto di vista essa rappresenta il modo migliore per rendere omaggio alle vittime del Vajont.

ASPETTI SOCIALI

Quando alla base di una catastrofe naturale v’è la responsabilità umana, come nel caso in questione, è indubbio che il danno sociale prodotto sia considerevolmente maggiore; un incidente di tipo tecnologico, e quindi gestito dall’uomo, comporta una chiara responsabilità umana rispetto ad un evento naturale. Conflitti sociali ed emotività hanno assunto, con l’accertamento dell’evitabilità della tragedia, aspetti gravi e drammatici, che si sono ulteriormente accentuati per via del lungo corso giudiziario.
Il fatto poi di aver perso quei riferimenti fisici e simbolici dell’ambiente di vita è una delle cause che ha comportato un maggior attaccamento alla comunità, soprattutto nei primi momenti di emergenza e di riabilitazione. La ricostruzione successiva, poi, diventa desiderio di riproporre come prima e nel luogo di prima quegli elementi fisici che diventano così simboli di storia e di vita del paese. Il senso di appartenenza territoriale, basato sulle esperienze di vita e quindi sui ricordi passati, è rimasto, per i primi tempi, l’unico collante vero dei sopravvissuti. Questi infatti, oltre a perdere familiari e parenti, case e terreni, hanno perso la maggior parte delle relazioni sociali, con la scomparsa degli amici, dei conoscenti, dei vicini, in una parola della “comunità”. La ricostruzione sociale dunque, certamente non meno importante di quella edilizia ed economica, è stata un processo che ha comportato tempi molto lunghi e la pianificazione di un nuovo paese, come in parte è stato per Longarone, senza prendere in considerazione la cultura ed il modo di vita degli abitanti locali, ha reso tutto più complicato. Il senso di appartenenza al luogo, dunque, si è rafforzato per coloro che vivevano in paese prima del 1963; per i cittadini nati successivamente e soprattutto per i nuovi immigrati l’attaccamento è minore sia per il fatto di non aver vissuto in prima persona la tragedia che per un generale disinteressamento all’identità locale che purtroppo, in questi anni, coinvolge le nuove generazioni.
Scriveva Giuseppe Capraro in un suo saggio Longarone 1963-1973 – Sociologia del disastro e della ricostruzione: “Non è facile ambientarsi a Longarone; dopo dieci anni dal Vajont non si ritrova più il clima dei primi tempi… Il centro è diventato terra di nessuno; gli incontri sono frettolosi; non ci si conosce più… ciascuno ha il suo programma e lo segue senza confrontarlo con gli altri… Quando ritornano a Longarone per due o tre giorni di ferie si sentono spaesati: l’hanno lasciata solo da qualche anno e a differenza di altri che l’hanno oramai dimenticata, essi provano per il paese ancora affetto ed interesse; vorrebbero comportarsi come prima; salutare quello, giocare a carte con l’altro, fermarsi a bere un bicchiere in compagnia, discutere dei problemi da risolvere… Essi però corrono il rischio di passare per gente che si interessa troppo degli affari altrui, oppure di essere sommersi da un mare di chiacchiere e di pettegolezzi sul tale o il talaltro, che puzzano di faziosità e di partigianeria… Ci si è forse tanto preoccupati tanto delle case, delle piazze, degli edifici pubblici, ed era giusto fare così, perché tutto era stato raso al suolo, ma non si è dato sufficiente peso alla ricomposizione delle relazioni sociali, a quell’intreccio di legami che si allacciano inevitabilmente tra persone e gruppi che abitano lo stesso luogo e lavorano negli stessi ambienti”.

LA POPOLAZIONE

Lo spopolamento di cui Longarone soffriva prima del disastro era sicuramente la conseguenza della carenza di lavoro, che quindi causava una seppur contenuta emigrazione. Con il disastro del Vajont la struttura della popolazione venne sconvolta.
L’anagrafe comunale, poco prima del 9 ottobre 1963, riportava l’iscrizione di 4.638 abitanti. Il totale delle vittime della tragedia del Vajont è di n°1909, di cui 111 residenti nel comune di Castellavazzo, n°158 nel comune di Erto-Casso, e circa 200 in altri comuni. Il resto delle vittime (1.452), appartenenti a 508 famiglie, delle quali 305 completamente scomparse, spetta dunque al comune di Longarone.
Il ripopolamento dell’area avvenne in poco più di dieci anni: fu certamente un processo lungo e travagliato, ma la popolazione si riportò quasi ai livelli precedenti la tragedia, con un incremento medio annuo, fino al 1973, di circa 100 persone. Se appena dopo il 1963 la popolazione era tendenzialmente più anziana di quella precedente, con gli anni si innestò un processo di rinnovamento che portò Longarone ad avere una percentuale di giovanissimi maggiore che non dieci anni prima. Il fenomeno sociale dell’espansione demografia nel periodo 1964-1965, tipico delle società che subiscono guerre o calamità, si presentò anche a Longarone.
Negli anni successivi, verso il 1970, si assistette ad un flusso immigratorio che aiutò la ricostruzione della popolazione. L’integrazione non sempre fu facile: tra i superstiti e i nuovi arrivati esiste da sempre, e non solo per il caso di Longarone, una profonda diversità di intenti. I primi, toccati dalla tragedia, hanno dovuto lottare per anni durante la ricostruzione, con la ovvia creazione di gruppi di interesse tra di loro in conflitto; gli immigrati invece pagano lo scotto di una naturale difficile integrazione, vuoi per le differenti mentalità che per una naturale opposizione al nuovo ambiente trovato. I nuovi immigrati giunsero in un paese che stava affrontando i problemi della ricostruzione fisica e che non era disposto a sostituire le relazioni sociali scomparse con nuove relazioni. Così nuovi flussi si alternarono a partenze consistenti: molti Longaronesi decisero di trasferirsi altrove, soprattutto verso Belluno.

ASPETTI ECONOMICI

La forte espansione economica avvenuta agli inizi degli anni 60 su base nazionale non ebbe, nel Bellunese ed in particolare nel Longaronese, l’impulso che ci si aspettava, e questo per via delle caratteristiche geografiche ed ambientali determinate dalla lontananza dalle grandi arterie di commercio e dal sistema viario stesso. Il reddito pro-capite era medio-basso, anche se buona parte della popolazione emigrata comportava un afflusso maggiore di moneta, consumata ed investita in provincia. Le aziende principali che costituivano la base di quel processo di industrializzazione e che rappresentavano la speranza di un futuro migliore furono completamente distrutte, e con loro la possibilità di dare lavoro ad oltre 600 persone, come si desume dalla relativa tabella:

Azienda

Filatura Vajont
Cartiera di Verona
M.E.C. Marmi
I.L.O.M.
Procond
Segherie Protti
Varie altre industrie

Posti di lavoro

156
93
66
120
100
20
50

Uno dei primi obiettivi previsti nella ricostruzione fu quello di riportare le attività industriali perlomeno ai livelli precedenti. Nei primi anni dopo la tragedia una legislazione speciale per il Vajont (chiamata “Legge Vajont”) comportò un processo di espansione nel settore industriale che verso la fine degli anni settanta, a consolidamento avvenuto, lasciò il posto ad una maggiore capacità imprenditoriale dovuta a gestioni autonome, senza cioè finanziamenti esterni che ne favorissero l’avviamento.
Lo sviluppo industriale non toccò solo l’area di Longarone ma si estese un po’ in tutta la provincia. Furono redatti dei piani di intervento che interessarono varie zone: accanto al Longaronese comparvero aree come l’Alpago, Sedico e Feltre.
Vennero quindi installati insediamenti produttivi di diverse dimensioni, con il supporto di imprenditoria pubblica e privata; quest’ultima ebbe altresì il merito di occuparsi di un riequilibrio territoriale, e quindi svolse anche una importante funzione sociale. Le favorevoli condizioni di occupazione favorirono il rientro di emigranti, soprattutto gelatieri. Il dato più evidente è che gli addetti all’industria passano, nel comprensorio del Vajont, da 79 del 1961 a 139 nel 1971 ogni 1000 abitanti, con un incremento del 76%. Tale flusso tenderà ancora verso un rialzo portando, alla fine del 1981, questo valore a 161/1000 (incremento del 16%). Dal punto di vista distributivo, le zone industriali nel territorio longaronese attualmente sono tre:

– Villanova: un’area estesa diventata un importante riferimento economico della provincia. Essa ha veramente assunto un aspetto imponente: oltre una trentina di medie-grandi aziende, con la presenza significativa dei maggiori gruppi ottici (Safilo, Marcolin, Dierre, …).

– Fortogna: in località San Martino, vicino al cimitero delle Vittime del Vajont, si estende la zona industriale con la presenza di importanti stabilimenti.

– Codissago: sulla sponda sinistra del Piave ove operano due stabilimenti, entrambi nel settore del legno.

Negli anni 90 le aziende si sono moltiplicate e con esse la presenza di manodopera, richiamata non solo dal Bellunese. Corriere colme di pendolari partono giornalmente dalla Provincia ed una discreta presenza di nuovi immigrati ha comportato un diverso assetto sociale. Ma ormai quasi 37 anni sono passati da quella tragedia e qualsiasi riferimento statistico al passato non avrebbe più senso. Anche Longarone ed il suo comprensorio sono lanciati ormai verso la sfida del nuovo millennio…

URBANISTICA

Plastico del progetto (Foto Zanfron)

Il progetto per la nuova Longarone, redatto da Giuseppe Samonà, con la consulenza dell’economista Nino Andreatta, del sociologo Alessandro Pizzorno e la collaborazione di altro personale tecnico, prevedeva la costruzione immediata delle residenze, il cui nucleo principale doveva nascere un po’ più in alto del vecchio centro, per poter favorire la realizzazione di case a schiera disposte a gradoni, con i tetti delle case sottostanti che diventavano terrazze per le case più alte.
I servizi, come le attività direzionali, la scuola, la chiesa, la stazione, l’ufficio postale, sarebbero sorte in una seconda fase, molto più in basso. Le industrie si sarebbero situate a Codissago e a Villanova, le attività artigianali a Fortogna e tutte avrebbero dato lavoro a circa 1.000 persone.
Questo piano che, sulla carta, poteva anche presentarsi all’avanguardia, in realtà fu stravolto non tanto nelle grandi linee, ma nella realizzazione pratica. I risultati di una disomogenea concezione architettonica sono ben visibili anche oggi: gruppi di case di mediocre fattura si alternano a tentativi, mal riusciti, di dare un tocco moderno alla costruzione. Davvero poche le costruzioni che possono essere additate come esempio: il paese è composto da una serie di edifici squadrati ed austeri affacciati su di un ampio viale rettilineo; così il “cuore del paese”, come molti cittadini nostalgici ricordano, è stato cancellato.
A tutto il 1995, nel solo Comune di Longarone sono state ricostruite 761 unità immobiliari (di cui 112 provenienti da altri Comuni, mentre127 sono state ricostruite fuori Longarone), attivate circa 40 aziende di grandi o medie dimensioni, con circa 2.500 posti di lavoro, realizzate opere pubbliche per circa 140 miliardi.
Il paese presenta oggi un aspetto moderno, nel quale risalta la chiesa parrocchiale realizzata, tra il 1975 ed il 1978, dal valente architetto Giovanni Michelucci (1891-1990), in memoria delle vittime del Vajont. Del passato sono rimasti i Murazzi, il Palazzo Mazzolà (1747), sede del municipio, e il campanile della chiesa di Pirago, del 1500.
A qualche chilometro di distanza, nella frazione di Fortogna, il Cimitero delle Vittime del Vajont viene sempre visto con profondo rispetto dalle persone locali e costituisce una tappa d’obbligo per chi voglia rendersi conto della tragedia consumata. Anche nel Comune di Erto si è provveduto ad una riedificazione pianificata, che ha portato alla nascita di un centro abitato sopra il vecchio nucleo del paese. Parte della popolazione ha comunque preferito risiedere nel nuovo Comune di Vajont, inaugurato nel 1971 presso Maniago, sorto dalla necessità di conferire un tetto sicuro ai senzatetto di Erto e Casso.

Panoramica della ricostruzione (Foto Zanfron)

- La Chiesa

Michelucci iniziò il progetto nel 1966 ma il suo non fu un percorso privo di polemiche, come egli stesso confessò: “Le opposizioni al progetto furono durissime. Dovetti spiegare cosa significa la
mia chiesa: il simbolo e l’embrione della resurrezione della città. C’erano dei gran costoni di roccia sul monte opposto alla diga della morte, dove erano state previste le aree per la nuova Longarone. La chiesa doveva nascere in continuità con questa natura, il cemento doveva continuare le rocce, quasi per redimere il senso della morte, rinchiuso nella natura, con un segno di speranza”. E tale è la chiesa di Longarone, perchè nelle sue forme dinamiche esprime la vittoria della vita sulla morte e la ricostruzione del paese dalle macerie del Vajont. Legare lo spazio architettonico alla storia del luogo fu una delle intuizioni più originali di Michelucci, che intendeva “realizzare una città in cui ogni edificio, perduta la fissità accademica del monumento, fosse frutto di un dialogo ed esprimesse un destino comune agli uomini e alla loro città”.
Il progetto divenne dunque tema di appassionato dibattito su tutti i “media” del paese, ma finì col venire realizzato sullo stesso sito sul quale era edificata la vecchia chiesa. L’edificio, con il percorso esterno ascendente verso la croce, presenta il motivo del Calvario con la via crucis e il venerdì santo, mentre il vano interno, lasciato nella penombra e nell’intimità della dimensione spirituale dell’esistenza, richiama la tomba vuota di Cristo risorto e la domenica di Pasqua. Come Cristo è morto e risorto, così Longarone è stata distrutta ed è tornata in vita. La distribuzione degli ambienti prevede quindi due aree che si sormontano: quella inferiore, la chiesa vera e propria, dove sono possibili le funzioni religiose, ed un anfiteatro a cielo aperto, raggiungibile anche con una ripida scala a chiocciola che dal piano sottostante in pochi gradini porta alla sommità.
Tutta la chiesa è in cemento armato rigorosamente “a vista”, nella cui composizione oltre al cemento bianco sono presenti una pezzatura fine di calcare metamorfico bianco a grana fine e compatta, estratto dalle cave di Mass di Sedico (Belluno) ed una pezzatura più grossa, costituita da marmo di Castellavazzo, di colorazione rosso bruno.
L’architettura di Michelucci esprime in quest’opera quello che Le Corbusier, a proposito della chiesa di Ronchamp chiamò “il sentimento del sacro”. La chiesa di Longarone, nella sua possente ma slanciata struttura in cemento bianco, facendo leva su un sentimento di intensa religiosità, porta il visitatore ad una sorta di emozione che rasenta la commozione. Oltre che una chiesa, quest’opera può considerarsi anche un monumento a perenne ricordo delle vittime, i cui nomi sono messi in evidenza a pochi metri dall’entrata principale, nelle vicinanze di un’area che espone interessanti reperti recuperati della vecchia chiesa.

- Il Cimitero delle Vittime

Il sito nel quale sorge l’attuale cimitero delle Vittime del Vajont non è nato per caso. Già dalle prime ore della tragedia era necessario trovare un’area adeguata che permettesse una catalogazione dei cadaveri ritrovati e fu quindi individuato questo sito, a poca distanza dal paese di Fortogna – frazione di Longarone – sul quale è sorto in poco tempo uno dei luoghi più tristi della storia del Vajont.
Il Vescovo di Belluno Muccin, che tanto aveva sofferto per la tragedia e che tanto si era adoperato per allegerire il dolore dei superstiti, è oggi sepolto qui, per sua volontà, accanto all’Arciprete di Longarone mons. Bortolo Larese, al cooperatore don Lorenzo Larese e insieme ai morti che anche per merito del Presule hanno ottenuto una sepoltura “dignitosa e cristiana”.
Il cimitero di Fortogna è stato ed è un importante luogo di ritrovo per le varie manifestazioni periodiche che ricordano la tragedia e, tra non molto, sarà parte integrante di un progetto di ristrutturazione promosso della Amministrazione di Longarone.

(Foto Arcivescovado di Belluno)

Bare in attesa di sepoltura
(Foto Zanfron)

- Il Comune di Vajont

Il sito nel quale sorge l’attuale cimitero delle Vittime del Vajont non è nato per caso. Già dalle prime ore della tragedia era necessario trovare un’area adeguata che permettesse una catalogazione dei cadaveri ritrovati e fu quindi individuato questo sito, a poca distanza dal paese di Fortogna – frazione di Longarone – sul quale è sorto in poco tempo uno dei luoghi più tristi della storia del Vajont.
Il Vescovo di Belluno Muccin, che tanto aveva sofferto per la tragedia e che tanto si era adoperato per allegerire il dolore dei superstiti, è oggi sepolto qui, per sua volontà, accanto all’Arciprete di Longarone mons. Bortolo Larese, al cooperatore don Lorenzo Larese e insieme ai morti che anche per merito del Presule hanno ottenuto una sepoltura “dignitosa e cristiana”.
Il cimitero di Fortogna è stato ed è un importante luogo di ritrovo per le varie manifestazioni periodiche che ricordano la tragedia e, tra non molto, sarà parte integrante di un progetto di ristrutturazione promosso della Amministrazione di Longarone.

RICORRENZE E MANIFESTAZIONI

A Longarone l’anniversario del 9 ottobre viene ogni anno celebrato con particolare solennità. E’ giornata di lutto cittadino : fabbriche, uffici, scuole, negozi rimangono chiusi e il tempo è dedicato alla preghiera, al ricordo, alla riflessione.
In Municipio viene tenuta la commemorazione civile, presenti autorità, superstiti, popolazione, con un richiamo alla “lezione” del Vajont, “a non dimenticare”, ed anche – soprattutto nel periodo della ricostruzione – con un resoconto dei risultati conseguiti nell’anno trascorso ed una panoramica sulle prospettive future.
In corteo ci si porta poi alla Chiesa di Longarone, ove una corona viene deposta nella cripta sui ruderi del vecchio tempio, e quindi celebrata una messa per le vittime e per la comunità risorta. Un’altra messa si tiene al pomeriggio, al cimitero di Fortogna, concelebrata dal Vescovo di Belluno – Feltre e dai sacerdoti dei paesi che furono coinvolti nel disastro, presenti i Sindaci dei quattro Comuni sinistrati. II rito è a suffragio di tutte le vittime innocenti, “a perenne memoria del loro sacrificio e in attesa della risurrezione alla fine dei tempi”.
La giornata si conclude a notte, nella Chiesa di Longarone, con una cerimonia religiosa, ogni anno con modalità diverse, che si chiude con il suono della campana alle 22.42, ora del disastro, seguito dalla lettura alla radio locale dei nomi delle 1.909 vittime.
La partecipazione a queste cerimonie è sempre rilevante; la ricorrenza è infatti occasione di aggregazione per la comunità e di meditazione sulla sua identità e sulla sua stori, nonché di richiamo per i superstiti emigrati altrove e per quanti vissero la tragedia come protagonisti e testimoni nei soccorsi e nella ricostruzione. Non mancano delegazioni di paesi con cui Longarone ha avuto e ha rapporti nati a seguito della tragedia, come quella di Tesero (Trento), il Comune che nel 1985 fu colpito da un disastro simile, in cui pure determinanti furono le responsabilità dell’uomo, che provocò 269 vittime (una stele nel cimitero di Fortogna ricorda la singolare tragica analogia tra i due avvenimenti).
Simili cerimonie si tengono anche negli altri Comuni del Vajont; particolarmente significativa quella che, al mattino del 9 ottobre, ha luogo sulla frana, nella chiesetta costruita a ricordo delle vittime del luogo.
La ricorrenza del 9 ottobre è anche occasione di significative manifestazioni culturali, sempre ispirate ai valori tratti dall’avvenimento: in particolare concerti, mostre d’arte, rappresentazioni teatrali, manifestazioni sportive. Notevole rilievo vi hanno convegni, dibattiti, presentazione di pubblicazioni sulle cause, la dinamica, le conseguenze del disastro e la ricostruzione, oppure su temi di solidarietà, di prevenzione di calamità, di protezione civile, di ricostruzione urbanistica, economica e sociale di paesi distrutti da disastri. Vengono concesse onorificenze e cittadinanze onorarie a chi si distinse nell’opera di soccorso o nella ricostruzione materiale o morale del paese. Le scuole locali vengono coinvolte ampiamente ed espongono attraverso mostre e/o spettacoli i risultati di lavori di conoscenza e di studio dei fatti del Vajont.

Foto d’Archivio (Comune di Longarone)

Cerimonia religiosa sui resti della chiesa
(Foto Zanfron)

La ricorrenza del 9 ottobre è stata anche l’occasione per l’inaugurazione di importanti opere pubbliche significative per la ricostruzione: ad es. nel 1971 la Casa di Riposo e l’Asilo “Angelina Lauro”, nel 1973 la Scuola media; il 9 ottobre 1983 ebbe luogo la consacrazione della chiesa del Michelucci e nel 1986 la Scuola elementare fu dedicata ai “Bambini del Vajont”.
In particolari circostanze le manifestazioni assumono uno spessore eccezionale ed un rilievo di carattere nazionale: così nel 1973 ebbe luogo la “marcia della ricostruzione” che vide la partecipazione di oltre 3000 persone, snodandosi dal cimitero di Fortogna al centro di Longarone. Nel 1983 fu celebrata, alla presenza del Presidente della Repubblica Pertini, “la giornata della solidarietà” verso tutti coloro che aiutarono la rinascita del paese. Nel 1997 l’attore Marco Paolini vi tenne la sua celebre “orazione civile” sul Vajont, uno straordinario spettacolo teatrale, che ebbe suggestivo e coinvolgente svolgimento sulla frana del Toc, fu trasmesso sulla rete televisiva nazionale e seguito da quasi 4 milioni di spettatori. Nel 1998 fu indetta dai quattro Comuni la “giornata dei soccorritori”, che vide riunite a Longarone oltre 4000 persone che avevano partecipato alle operazioni di soccorso alle popolazioni superstiti e soprattutto si erano adoperate fino allo stremo per recuperare le salme e dare loro sepoltura.
A conclusione la ricorrenza del 9 ottobre è il segno più evidente di come le comunità locali non dimentichino il disastro e come essa sia non solo occasione di ricordo e di commemorazione ma manifestazione della rinascita e di rinnovato impegno per il futuro.


Prima del Vajont

PRIMA DEL VAJONT

Longarone prima del disastro

IL LONGARONESE E LA VALLE DEL VAJONT

La differente natura del territorio nelle due vallate – la valle del Vajont caratterizzata da dirupi rocciosi a picco sul fiume, con terrazzamenti scoscesi di difficile accesso; la valle del Piave aperta, ampia, con territorio pianeggiante e la presenza di estensioni boschive d’alto fusto come risorsa da sfruttare, facilmente raggiungibili dal bellunese, dalla Marca trevigiana e dal Cadore – ha determinato uno sviluppo socio-economico diverso fra le due realtà geografiche.
Le maggiori risorse esistenti nel territorio del longaronese hanno richiesto la realizzazione di infrastrutture viarie (strade rotabili e ferrate) moderne ed efficienti rendendo in questo modo il capoluogo un centro particolarmente fecondo di fermenti imprenditoriali, culturali ed economici di primaria importanza se paragonato alla media nazionale. I paesi limitrofi della valle del Vajont gravitavano sul longaronese con i loro prodotti e le loro attività in uno scambio che mitigava le diversità fra le due vallate, fin dai primordi della storia.

- Aspetti Socio-Economici e Storia Recente

L’economia del passato rispecchiava quella di parecchie valli limitrofe ed interessava le lavorazioni dei prodotti di prima necessità, gli unici che al tempo costituivano una vera forma di commercio.
La produzione di carbone proveniva in gran parte dalla Val Zemola, attraverso il sentiero che confluiva nel “troi de Sant’ Antoni”, una mulattiera che da Casso conduceva a Codissago. Attraverso questa passarono i Patriarchi di Aquileia per visitare i territori del Cadore sotto la loro giurisdizione.
Il legname, elemento costruttivo di prim’ordine, veniva trasportato lungo la “Via del Piave” fino a Venezia, dando origine ad un mestiere a carattere ereditario, quello dello “zattiere” che, fino ad una cinquantina di anni fa, contraddistinse il longaronese.
Pregiati marmi, come la pietra di Castellavazzo, conosciuta per la sua ottima lavorabilità nonché per le sue tonalità calde dovuti ai rosa soffusi, o la meno conosciuta ma quasi altrettanto pregiata pietra di Erto, sarebbero andati ad arricchire le architetture delle case venete. La lavorazione, eseguita dalle mani esperte degli scalpellini di Castellavazzo, diventava anche espressione artistica. Due esempi possono testimoniare l’arte di questi maestri: la vecchia fontana di Castellavazzo e le decorazioni artistiche del Palazzo Mazzolà, a Longarone, oggi sede municipale. Un ampio resoconto di questa storia passata possiamo oggi riviverla negli importanti musei degli Zattieri, a Codissago, e della Pietra e Scalpellini, a Castellavazzo, esempi forse unici nel contesto nazionale.
Alcune produzioni, anche se non praticate intensamente, come ad esempio la lavorazione del ferro (con manufatti provenienti soprattutto dalla valle di Zoldo), interessavano comunque il commercio, con spedizioni che avvenivano “via zattera”, attraverso le preziose acque del Piave.

Segantini e Falegnami

L’ambiente della valle del Vajont, invece, ha sempre avuto qualcosa che lo distingueva dalle valli limitrofe, compreso il longaronese. L’isolamento territoriale, con paesi situati ad una altitudine media di circa 800 metri e le caratteristiche climatologiche ben più dure (famose le storiche e copiose nevicate), avevano da sempre indotto i propri abitanti ad emigrare in tutta Italia e nel mondo.
Il collegamento tra le due vallate avveniva, fino al 1912, attraverso una mulattiera che da Casso giungeva fino al ponte sul Piave, a Codissago, naturale prolungamento del “sentiero del Carbone” (Casso – S. Martino). Solo in seguito fu completata la carrozzabile, continuazione di quella realizzata alla fine del 1889 che, dal Cellina, arrivava ad Erto.
Il longaronese, favorito certamente da una posizione più previlegiata, dovuta essenzialmente alla vicinanza del fiume Piave ricevette, attorno al XVIII° secolo, un impulso legato ad espressioni artistiche di gran rilievo, alimentate soprattutto dal grande ritmo commerciale intrecciato da secoli con la Serenissima Repubblica di Venezia.
Il XIX° secolo richiamò, da paesi lontani, personaggi importanti: Sir Alessandro Malcolm, inglese innamoratosi di questi luoghi, creò una villa-giardino contornata di piante esotiche e statue stupende di autori prestigiosi (ad esempio Urbano Nono). La villa ospitò a più riprese persone di alto rango; l’imperatrice Federica, sorella della Regina Vittoria, e l’etnologo Henry Layard, scopritore di Ninive e Babilonia. Le segherie Malcolm andarono inoltre a potenziare il commercio della vallata, dando lavoro a decine di famiglie. Per la maggior parte della popolazione, date le caratteristiche morfologiche del territorio, la sopravvivenza era a malapena assicurata dalla coltivazione degli scarsi e limitati terreni coltivabili.

Gruppo Orchestrale

L’allevamento e la silvicultura presero piede contribuendo ad un contenuto arricchimento di poche persone. Queste attività non potevano però far fronte al crescente bisogno di una popolazione in forte crescita e così, verso la fine dell’800, si sviluppò una intensa emigrazione. In contemporanea molte cose stavano cambiando: il sopraggiungere delle prime linee elettriche, il completamento della tratta ferroviaria Ponte nelle Alpi-Longarone e della strada per la Val Cellina, la nascita di nuovi stabilimenti quali la birreria di Roggia ed il cartonificio del Vajont. Stava prendendo corpo una fisionomia aziendale che portava sempre più alla realizzazione di nuovi stabilimenti industriali ed artigianali; questi si sarebbero affiancati alla miriade di piccole attività commerciali che da sempre richiamavano gente dalle altre vallate.
Quando tutto sembrò bene avviato arrivò la guerra del 1915-18 a riaggravare la situazione. Ma nel frattempo nulla poteva più fermare la creazione di ulteriori aziende, neanche il secondo conflitto bellico, scoppiato una ventina d’anni dopo. Dopo il 1945 si assistette ad una seconda ondata di
emigrazione, anche se meno drammatica, ed un contributo importante lo diedero i gelatieri. Dalle loro esperienze nacque il desiderio di creare una “Mostra Internazionale del Gelato”, che ad oggi rappresenta la manifestazione mondiale più importante nel settore. Le nuove condizioni economiche dunque portarono ad una rivoluzione del modo di intendere il lavoro. Ritmi e sistemi operativi operarono una profonda conversione nel modo di vita delle persone, e nel 1963 il sistema era ancora in forte espansione, ben lungi ad aver raggiunto il suo culmine.
Il disastro del Vajont sembrò cancellare, in pochi attimi, la storia di un intero territorio…

Lo stabilimento della Faesite

- Realtà Geografiche

Le due valli appartengono a province e regioni differenti. La valle del Piave (nella quale è situato il longaronese) spetta alla provincia di Belluno e quindi alla Regione Veneto; la valle del Vajont alla provincia di Pordenone che rientra nei confini della Regione Autonoma del Friuli Venezia Giulia.
Sono oggi collegate dalla S.S. n°251 Zoldano-Cellina attraverso gallerie scavate nella roccia che oltrepassano il confine proprio in corrispondenza del corso inferiore del Vajont.

Il longaronese e la valle del Piave
Nella valle del Piave le cime più alte (Talvena e Pelf) sono nascoste da montagne di altezza inferiore, ma che, data la loro conformazione, incombono con rude asprezza sui paesi sottostanti, compresi altimetricamente tra i 400 e gli 800 metri.
Questa è solcata longitudinalmente dal fiume Piave, le cui acque assumono, a partire da Castellavazzo, un carattere meno nervoso rispetto al tratto precedente.
A valle dell’abitato di Longarone il fiume riceve, quasi in contemporanea, gli affluenti Maè, proveniente dalla valle di Zoldo, e Vajont. Più a sud viene alimentato dal torrente Desedan, che nasce nella valle di Cajada.
A nord il corso del Piave si restringe in corrispondenza dell’abitato di Castellavazzo, dal quale spicca l’antica Chiesa che, dalle balze di uno sperone roccioso sovrastante il greto del fiume, domina la valle. Il paese viene attraversato dalla S.S. n°51 di Alemagna che collega la Val Belluna al Cadore. Il Castello della Gardona, tra Castellavazzo e Termine, si erge su un costone ripidissimo, a ridosso di un corso d’acqua che in passato rappresentava il confine naturale tra Cadore e Bellunese. Ancor oggi può considerarsi il punto geografico più a nord della vallata longaronese.
La S.S. n°251 Zoldano-Cellina, trasversale alla strada di Alemagna, collega la Val di Zoldo alla Val Cellina, passando per i centri di Longarone (destra orografica del fiume Piave) e Codissago (sinistra).

La valle del Vajont
La vallata del Vajont è dominata, a sud, dal M. Col Nudo e dal M. Toc, la cui parete inclinata e spoglia di vegetazione è testimonianza perenne dell’immane tragedia. A nord è chiusa dalle pendici del M. Borgà e dal M. Porgeit. Il Passo di S. Osvaldo collega, ad est, la Valle del Vajont alla Val Cellina e da qui a Montereale, Maniago, fino al nuovo Comune di Vajont, distante 50 chilometri ed istituito nel 1971. Ad ovest la vallata si restringe (forra del Vajont) per andare ad intersecare, ad angolo retto, la valle del Piave.
Il torrente Vajont, affluente di sinistra del Piave, nel quale sfocia dopo un percorso di 13 chilometri, ha origine dal versante settentrionale del M. Col Nudo, nelle Prealpi Carniche Occidentali. Alimentato inizialmente dalle acque del torrente di Val di Tuora, in prossimità del Passo di San Osvaldo, dopo un primo tratto tortuoso si distende nella conca di Erto. In questo punto viene investito dalle acque dei torrenti Zemola e Mesazzo.
Il Vajont non finisce la sua corsa nell’attuale lago formatosi a seguito del movimento franoso che investì il bacino omonimo. Le acque sono convogliate a valle attraverso una galleria artificiale che attraversa tutto il corpo franoso esistente. Nell’ultimo tratto del corso, prima di confluire nel Piave, il torrente ha dato origine ad un’altra forra, profonda 300 metri, proprio in corrispondenza del punto interessato dalla diga.
Dal punto di vista naturalistico le valli del Piave e del Vajont fanno parte rispettivamente del Parco Naturale delle Dolomiti Bellunesi e del Parco Naturale delle Dolomiti Friulane che include, oltre al M. Toc, anche tutto il bacino interessato dalla frana.

- Storia

I primi insediamenti umani nel territorio del longaronese e della valle del Vajont risalgono ad epoche lontanissime, come testimoniano i ritrovamenti di un utensile da punta e taglio dell’età della pietra, trovato negli immediati dintorni di Erto, a valle dell’antro del M. Porgeit, e di frammenti fittili, di sicura epoca pre-romana. Il castello della Gardona, estrema propaggine del territorio di Castellavazzo probabilmente risale al tempo delle popolazioni barbare, quando queste erano solite, nel territorio bellunese, erigere castelli, forti di difesa e torri di osservazioni. Castellavazzo infatti era considerato un luogo ottimo per la difesa ed il controllo del territorio. Ma i ritrovamenti maggiori, concentrati soprattutto nella valle del Piave, riguardano proprio il periodo di dominazione romana. A Fortogna sono state portate alla luce alcune tombe; altre, di periodo imprecisato, sono state rinvenute presso Pirago; Dogna ha dato un sepolcreto con monete, armille, anelli, vasi di terracotta scura, mentre Longarone una lapide dedicata ad Asclepio. Resti di via romana, accertati a Roggia, testimoniano il passaggio per la valle di una arteria di traffico, probabile variante alla Claudia Augusta Altinate. Un altro manufatto di indubbia valenza storica è il vecchio ponte di Muda Maè.
Ad Erto invece sono state rinvenute diverse anfore, vasi, bracciali, orecchini, spille, anelli e monete romane grandi e piccole degli imperatori Massimo e Lucio Vero. In località S. Martino i romani edificarono un tempio dedicato a Giove.
Attorno al 1000 la posizione geografica privilegiata del longaronese portò il suo territorio a diventare una delle dieci Pievi sotto la giurisdizione del Vescovo Conte di Belluno. L’area comprendeva, più o meno, il territorio interessato del longaronese attuale, ma era conosciuta con il nome di “Pieve di Lavazzo”, a testimoniare la maggiore importanza di questo centro.
Da quel momento la storia del longaronese si legò a doppio filo con quella di Belluno. Sopportò dapprima la dominazione dei vescovi, nel 1250 di Ezzelino da Romano; nel 1300 subentrarono gli Scaligeri, poi i Da Carrara e i Visconti. Col 1420 passò sotto il dominio della Serenissima Repubblica Veneta.
Il paese di Longarone nacque probabilmente intorno al 1300, centrato sulla chiesa di S. Cristoforo. Singolarmente interessante ed importante un’iscrizione che ricordava l’edificazione del luogo
sacro: scolpita a carattere gotico maiuscolo capitale era una delle prime testimonianze del volgare bellunese.
Longarone divenne poi sede di Regola. Il 7 giugno 1623 la Repubblica di Venezia investì del bosco di Cajada la Regola di “Longarone-Igne-Pirago”, elevata a “Magnifica” nel 1712.
Il secolo XVIII portò famiglie facoltose che esercitarono soprattutto il commercio del legname, elevando il piccolo centro a ben alti fastigi economici. Contemporaneamente la cittadinanza era onorata dell’opera di valenti artisti. Sorsero signorili palazzi, e, sulla fine del secolo, la famiglia Sartori iniziava la costruzione dei Murazzi, alle spalle del paese, per costipare i franamenti del M. Zucco. Max Reinhardt, il grande regista teatrale germanico, avrebbe voluto allestire, tra gli spiazzi della scalea, le tragedie greche.
La storia municipale si rende autonoma solo con la costituzione del Comune, avvenuta per opera di Napoleone nel 1806.
Durante la campagna del 1848 Longarone diede largo contributo di uomini alla causa italiana.
Fra tutti spicca il nome dell’avvocato Jacopo Tasso, nato nel 1801, fucilato a Treviso il 10 aprile 1849 dagli austriaci perchè accusato di reclutare volontari per la difesa di Venezia assediata.
Nella storia del longaronese si distinsero nel campo delle arti l’incisore Niccolò Cavalli (1730 – 1822), maestro del bulino, e il pittore e litografo Pietro Marchi (1810 – 186?), ma più di ogni altro si segnalò Pietro Gonzaga (1751 – 1831) figlio del pittore bellunese Francesco. Pietro Gonzaga, nato a Perarolo, si trasferì a Longarone, richiamato dalla fervente attività commerciale ed industriale che permetteva un intenso sviluppo socio-culturale. Scenografo fra i più grandi del ‘700 italiano, fu promosso pittore di corte da Caterina II, imperatrice di tutte le Russie. Importante fu anche Catterino Mazzola, nato anch’esso nel XVIII° secolo, librettista del grande Mozart.


La Diga

LA DIGA

La diga (Foto Zanfron)

AVANZAMENTO LAVORI

Gli scavi, iniziati nel settembre 1956 senza autorizzazione, misero in luce alcune caratteristiche della stratigrafia geologica che in sede di previsione non erano state rilevate. Durante la creazione delle “spalle” della diga, aperte a forza di martelli pneumatici e cariche esplosive, la roccia non si presentò compatta; ad ogni colpo la massa si sbriciolava in mille pezzi mettendo in luce strati differenti di composizione geologica. Durante il consolidamento erano sempre necessari enormi quantità di cemento, in quanto questo veniva assorbito dalla roccia in maniera spropositata. Sicuramente questa fu la prima indagine “vera” condotta sul posto e che doveva far riflettere una volta di più sull’incompatibilità di quell’opera. Furono prese decisioni contraddittorie, come il dilazionare nel tempo le esplosioni diminuendone il carico esplosivo, al fine di non alterare l’elasticità della roccia stessa.
Si riconobbe comunque di aver raggiunto il limite estremo di sicurezza in quanto la roccia, da sola, non poteva fungere da forza resistente e andava aiutata con misure protettive artificiali. Il 22 aprile 1958 il Genio Civile di Belluno concesse alla SADE l’autorizzazione per l’inizio dei getti in calcestruzzo: i lavori sarebbero stati ultimati nell’agosto 1960. Durante questo periodo di intenso lavoro che confermava le capacità tecniche delle maestranze italiane, avvennero due episodi che scossero l’opinione pubblica e gli stessi addetti ai lavori: la frana di Pontesei (22 marzo 1959) e il crollo della diga del Frejus (2 dicembre 1959).

Avanzamento lavori (Foto Zanfron)

BUROCRAZIA E POTERE

Il Presidente della IV Sezione del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici designò, il 16 gennaio 1959, i componenti della Commissione di Collaudo che erano anche incaricati di visionare l’avanzamento dell’opera. In particolare la Commissione doveva rilevare eventuali difformità esecutive rispetto al progetto o perlomeno suggerire soluzioni alternative più sicure, ma niente di tutto questo avvenne. Durante la prima visita (19 – 21 luglio 1959), vennero attenuate alcune problematiche sollevate dall’ing. Semenza, considerate “sproporzionate al reale bisogno”, come ad esempio l’inserimento tra le rocce di un puntone in cemento armato che avesse funzione di trattenimento per i grossi lastroni di roccia. Di questo e dei successivi quattro controlli avvenuti entro il 17 ottobre del 1961, il Semenza non restò molto soddisfatto ed alcuni suoi scritti lo testimoniano in modo abbastanza eloquente. D’altronde il risultato non poteva essere diverso: tre dei membri della Commissione avevano partecipato all’assemblea deliberante sul progetto del Vajont e quindi non potevano di fatto opporre resistenze ad un qualcosa che avevano precedentemente approvato.
Resta comunque interessante un resoconto scritto del prof. Penta, uno dei membri della Commissione, nel quale si legge: “Una tra le maggiori fenditure, lunga circa 2.500 metri, ha fatto sorgere i maggiori timori, in quanto può essere interpretata come l’intersezione con il terreno di una superficie di rottura profonda e che arriverebbe praticamente fino al fondo valle, separando dalla montagna una enorme massa di materiale (…) ma non si hanno elementi per giudicare se il fenomeno si estenda in profondità e se sia in atto veramente un movimento di massa (…) Il movimento potrebbe essere limitato al massimo da una coltre dello spessore di 10-20 metri, con velocità molto basse, e comunque non coinvolgerebbe masse di materiali tali da decidere non solo della vita del serbatoio, ma anche del pericolo di sollecitazioni anomale sulla diga (…) Nell’altro caso, si dovrebbe ammettere la possibilità di un improvviso distacco di una massa enorme di terreno (suolo e sottosuolo)”. La commistione politica, unita al potere pubblico e privato, stava manifestandosi in tutta la sua forza. I funzionari della Pubblica Amministrazione adottavano ormai differenti atteggiamenti a seconda delle problematiche da affrontare: contrastavano i problemi che intralciavano la normale esecuzione del piano e diventavano permissivi quando intravedevano condizioni economiche favorevoli al progetto.
Il 12 dicembre 1962 una legge dello Stato stabilì che tutte le attività relative ai processi di trasformazione dell’energia elettrica, dalla produzione alla vendita, passassero dalla SADE all’ENEL, il nuovo Ente Nazionale Italiano per la produzione dell’energia elettrica.

Silenzioso ossequio (acrilico su legno) De Rocco Giuliano

LE RELAZIONI GEOLOGICHE

Approssimazione e accademicità furono le caratteristiche che contraddistinsero i primi studi geologici. E ciò appare veramente incredibile considerando che da queste indicazioni, imprescindibili, poteva venire o meno rilasciata la concessione per l’esecuzione dell’opera. Il prof. Giorgio Dal Piaz, al quale il Semenza aveva in prima istanza affidato il compito delle rilevazioni, nonostante l’alta reputazione che godeva da tempo, non era più in grado, per via dell’età avanzata, di affrontare con la dovuta energia l’impegno assunto. Invece di effettuare le impegnative rilevazioni, così come sarebbe stato doveroso, il professore si rimetteva alla sua personale esperienza passata, con esposizioni alquanto generiche che non toccavano il problema, fino al punto di approvare le opinioni del Semenza, che geologo non era. Ma un altro particolare va considerato per capire la superficialità nella redazione del progetto: le indagini geologiche rappresentarono solo una piccola percentuale del budget previsto, con un importo fortemente inferiore alla media normale richiesta. In questo particolare dunque, oggettivamente può essere ravvisata una sottovalutazione, o per meglio dire una “incoscienza”, dell’importanza del problema geologico.
Quando, iniziati i lavori, sorsero i primi problemi tecnici, dipendenti quasi unicamente dalla caratteristica della roccia trovata, si cercò di porre riparo a questa lacuna, ma malgrado le successive indagini geologiche, più approfondite e serie, rivelassero la vera natura del terreno e conseguentemente verità preoccupanti, ormai era già tardi per tornare indietro.
In quest’ultimo lasso di tempo la SADE si impegnò ad intensificare gli studi necessari per i quali, oltre al prof. Dal Piaz, vennero consultati anche il prof. Caloi ed il geologo austriaco, esperto in geomeccanica, Leopold Muller, che alla fine stenderà più di una relazione e si farà aiutare anche da altri due geologi, certamente di non grossa esperienza, ma sicuramente diligenti nell’esecuzione del loro lavoro: il dott. Franco Giudici ed il figlio del progettista della diga, Edoardo Semenza, che giunsero ad interessanti risultati.

- Le Indagini del prof. Caloi

Alta valle del Vajont
(Foto G. Acerbi)

La punta del Toc, vista dal fianco destro
(Foto E. Semenza)

Nell’ottobre 1959 la SADE commissionò al prof. Caloi, uno specialista geosismico, di condurre un’indagine geofisica sul versante sinistro a monte della diga. Il prof. Caloi non era nuovo a questi resoconti in quanto già dal 1953 stava studiando la zona interessata dalla diga ed aveva previsto con “sconcertante esattezza” quanto poi successe a Pontesei nel marzo 1959; ma anche in quel caso le previsioni catastrofiche non furono mai rivelate all’opinione pubblica. Nel caso del Vajont avrebbe dovuto chiarire se l’ammasso roccioso esistente sulla sponda sinistra del bacino dovesse o non essere considerato come una massa scivolata dalla montagna sovrastante. Il 4 febbraio 1960 il prof. Caloi consegnò alla SADE la sua relazione, nella quale individuava un importante “supporto roccioso autoctono”. La roccia si presentava per il prof. Caloi come solida e compatta, con uno spessore detritico superficiale di circa 12 metri ed un modulo elastico molto elevato. Sempre secondo le sue considerazioni la roccia si era formata in loco.
Nel dicembre del 1960 iniziò una seconda campagna geofisica del prof. Caloi, che si concluse nell’aprile dell’anno dopo. Venne sempre commissionata dalla SADE al fine di individuare la profondità della massa instabile rivelatasi con la frana del 4 novembre di quell’anno.
I risultati furono profondamente diversi dai primi: la roccia si presentava compatta e solida solo ad una certa profondità. Al di sopra di essa, per uno spessore variabile tra i 100 e 150 metri dalla superficie, si estendeva un’ampia area di materiale sciolto o roccia frantumata, con ovvie caratteristiche anelastiche. La motivazione di questo cambiamento geologico veniva attribuito ad un inconsiderato aumento di pressioni interne, dovute a cedimenti di roccia compatta posti a quota maggiore, e ciò in conseguenza delle scosse sismiche che si erano verificate nei primi mesi del 1960 e fino a metà novembre dello stesso anno. Un resoconto che andava a stridere con quanto redatto da Giudici e Semenza, in una indagine parallela.

- Le Indagini del prof. Leopold Muller

Il Versante Settentrionale del Monte Toc
(Foto E. Semenza)

Il 15° rapporto del prof. Muller (1961) funge da definitiva condanna per l’intero impianto, ma esso non verrà mai inviato agli organi di controllo. Le misure cautelative non rispondono ormai più alla sicurezza assoluta e l’unica possibilità è l’abbandono del progetto. I franamenti non potevano più essere arrestati e a nulla potevano valere misure di protezione artificiale, che sarebbero non solo risultate esose dal punto di vista economico, ma vicine alla soglia di irrealizzabilità, umana e pratica. In un momento in cui erano in atto continui svasi ed invasi il Muller dichiara: “…Quando aumenta il livello del lago una più grande zona di roccia viene plastificata dalla presenza d’acqua; la roccia milonitizzata si rammollisce e l’argilla entro le fessure diventa lubrificante. La mobilità della montagna viene in conseguenza ancora una volta aumentata. La parte di massa di frana che si trova nella falda d’acqua è soggetta ad una spinta verso l’alto. Questa sottospinta corrisponde ad una diminuzione di peso ed influenza l’equilibrio delle masse in un senso sfavorevole. La pressione dell’acqua entro le fessure tende ad allontanare le parti in cui è suddivisa la roccia ed ha un effetto di allentamento.
Questo effetto è tanto più grande quanto più alto è il livello della falda d’acqua. (…) Poiché la falda d’acqua viene influenzata dal livello nel serbatoio e dalle oscillazioni di esso, anche tutti i fattori sopracitati (…) vengono influenzati direttamente dal livello del serbatoio. (…) Da ciò risulta che l’influenza di precipitazioni sarà tanto più grande quanto più grande sarà il livello del lago”. La sentenza finale era stata emessa: “A mio parere non possono esistere dubbi su questa profonda giacitura del piano di slittamento o della zona limite. Il volume della massa di frana deve essere quindi considerato di circa 200 milioni di metri cubi”.

Tratto della fessura perimetrale
(Foto E. Semenza)

Profili geologici delle valli Vajont e Gallina
(Foto M. Besio – E. Semenza)

- Le Indagini dei Geologi Franco Giudici e Edoardo Semenza

L’incarico commissionato ai due geologi prevedeva:
1) Un rilievo geologico di tutta la zona dell’invaso fino all’incirca all’altezza della strada che circondava il serbatoio (quota 850 metri) senza entrare in eccessivi dettagli.
2) Un rilievo di geologia strutturale di dettaglio delle zone che a seguito dello studio generale fossero risultate in potenziale pericolo di instabilità.
3) Eventuali successive indagini in profondità delle zone sospette mediante perforazioni e scavi di esplorazione.
Già nei primi mesi dello studio era stata individuata l’esistenza di numerose fratture profonde diversi metri con riempimento di materiale sciolto e a blocchi. Altri indizi, primo fra tutti la presenza di corpi di masse rocciose con giacitura anormali, permisero di formulare due ipotesi:
A) Che il materiale fosse il residuo di una massa scivolata per gravità in epoche remote, dovuto probabilmente al ritiro di un ghiacciaio. Tale massa sarebbe stata tagliata, successivamente, dall’erosione del torrente.
B) Che la frana non avesse ostruito completamente la valle, se non in maniera ininfluente.
In entrambi i casi la massa era stimata di qualche decina di milioni di metri cubi. Di conseguenza tutta la zona doveva ritenersi potenzialmente instabile. La certezza ormai di trovarsi di fronte ad una montagna mobile portò all’ubicazione dei primi profili geosismici, all’esecuzione delle prime perforazioni geognostiche e al posizionamento di capisaldi. Una decina di questi ultimi vennero installati sul terreno e controllati periodicamente mediante rilievi topografici al fine di accertarne eventuali spostamenti. Per quanto riguarda i sondaggi questi dovettero fermarsi ad una certa quota perché i franamenti continui rendevano difficile lo scavo. I campioni estratti dal terreno riguardavano roccia minutamente fratturata in frammenti di modeste dimensioni, mentre l’acqua di perforazione non risaliva in superficie, andando frequentemente a disperdersi nelle viscere non compatte del terreno.

Strada Erto-Val Zemola (Foto E. Semenza)

Le perforazioni non giunsero mai al piano di scivolamento ricercato. Le indagini continuarono fino all’estate del 1961, quando fu definitivamente confermata la grandezza della massa in movimento (200 milioni di metri cubi), anche se la più pessimistica delle ipotesi prevedeva un primo crollo del
fronte della frana, seguito da successivi che, adagiandosi sul fondo valle, avrebbero stabilizzato il resto della massa. Questa fu certamente l’ipotesi attorno alla quale la SADE ormai si aggrappava, mentre sarebbe stato necessario riflettere correttamente sul resoconto scritto, nel quale si puntualizzava che: “…Più grave sarebbe il fenomeno che potrebbe verificarsi qualora il piano di appoggio della intera massa, o della sua parte più vicina al lago, fosse inclinato (anche debolmente) o presentasse un’apprezzabile componente di inclinazione verso il lago stesso. In questo caso il movimento potrebbe essere riattivato dalla presenza dell’acqua, con conseguenze difficilmente valutabili attualmente, e variabili tra l’altro a seconda dell’andamento complessivo del piano di appoggio…”. Questa relazione non venne mai inviata agli organi di controllo.

Panorama (Foto R. Cavazzana)

Profilo Schematico

IPOTESI DI CATASTROFE

L’ing. C. Semenza, preoccupato dagli eventi succedutesi dopo la frana del novembre 1960, ordinò uno studio che portasse alla determinazione degli effetti della frana sul circondario. Si trattava di riprodurre in scala adeguatamente ridotta le valli del Vajont e del Piave per un tratto interessato di diversi chilometri. Il modello poteva quindi essere di dimensione enormi (lungo fino a quaranta metri) e non facilmente riproducibile senza sollevare interessamento dell’opinione pubblica. Il tutto doveva quindi essere fatto con il massimo riserbo nei riguardi delle fonti di informazione per evitare strumentalizzazioni tecniche o politiche di quanto si andava sperimentando. Il compito venne affidato all’Istituto di Idraulica e Costruzioni Idrauliche dell’Università di Padova. I proff. Ghetti e Marzolo, docenti universitari, sotto il finanziamento e il controllo dell’ufficio studi della società SADE, operarono al Centro Modelli Idraulici (C.I.M.) di Nove di Vittorio Veneto, considerato luogo ideale per il fatto di essere un po’ fuori dalle grandi arterie di comunicazione. In una prima riunione si decise di approfondire i seguenti effetti: 1) Azioni dinamiche sulla diga. 2) Effetti d’onda nel serbatoio ed eventuali pericoli per le località vicine, con particolare attenzione al paese di Erto. 3) Ipotesi di una parziale rottura della diga e conseguente esame dell’onda di rotta e della sua propagazione lungo l’ultimo tratto del Vajont e lungo il Piave, fino a Soverzene ed oltre. Lo studio del punto 1 venne comunque eseguito in un laboratorio di Bergamo, mentre per gli altri fu costruito un modello in scala 1:200. Tale modello però si presentò alquanto approssimativo nelle sue fattezze. Non comparivano né i paesi rivieraschi del comune di Erto e Casso; addirittura la montagna di destra venne ricostruita fino a quota 750 m., appena una trentina di metri al di sopra del livello di massimo invaso, avvalorando di fatto l’ipotesi che l’onda non potesse interessare quote superiori. Per il materiale usato, dopo un primo fallimentare uso della sabbia che si impastava facilmente arrestandosi durante lo scorrimento a valle, si scelse la ghiaia, ingabbiata in reti di canapa mosse da un trattore.
Il volume riprodotto in scala risultò essere relativo a circa 40 milioni di metri cubi reali (circa 1/6 della frana effettiva), ma non tutta la massa venne fatta cadere: né alla presenza del presidente del Consiglio superiore dei Lavori Pubblici, in visita al laboratorio, né durante le prove successive, basate sempre su empiriche considerazioni di ordine teorico. La relazione che accompagnò gli esperimenti non venne mai inoltrata alla Commissione di Collaudo e agli organi di controllo. L’unico risultato prodotto fu di rassicurare la SADE sulla possibilità che l’invaso, alla quota di 700 m., non aveva nulla da temere dalla previsione più catastrofica.

- "Riassunto e conclusioni" della Relazione del prof. Ghetti - 4 luglio 1962

“Con le esperienze riferite, svolte su un modello in scala 1:200 del lago-serbatoio del Vajont, si è cercato di fornire una valutazione degli effetti che verranno provocati da una frana, che è possibile abbia a verificarsi sulla sponda sinistra a monte della diga. Premesso che il limite estremo a valle dell’ammasso franoso dista oltre 75 m. dall’imposta della diga, e che la formazione di questa imposta è di roccia compatta e consistente e ben distinta, anche geologicamente, dall’ammasso
predetto, non è assolutamente da temersi alcuna perturbazione di ordine statico alla diga col verificarsi della frana, e sono perciò da riguardarsi solo gli effetti del rialzo ondoso nel lago e nello sfioro sulla cresta della diga in conseguenza della caduta.
Le previsioni sulle modalità dell’evento di frana sono quanto mai incerte dal punto di vista geologico. Scoscendimenti parziali di limitata entità ebbero a verificarsi negli ultimi mesi del 1960 nella parte più bassa della sponda in movimento in concomitanza coll’iniziale, ed ancora parziale, riempimento dell’invaso. La formazione franosa si estende su una fronte complessiva di 1,8 km., dalla quota 600 alla quota 1.200 m.s.m. (quota di massimo invaso del lago-serbatoio 722,50 m.s.m.). L’esame geologico porta a riconoscere una presumibile superficie concoide di scorrimento, sulla quale l’ammasso franoso, costituito da materiale incoerente e detriti di falda in prevalenza, raggiunge nella parte centrale (a cavallo dell’asta del torrente Massalezza) lo spessore di 200 m. L’andamento della scarpata è più ripido nella parte inferiore che sovrasta il lago; ad un cedimento di questa parte sarebbe probabilmente seguito lo scoscendimento dell’ammasso superiore. E’ da ritenersi che l’eventuale discesa della frana difficilmente potrà manifestarsi contemporaneamente su tutta la fronte; è più fondata invece l’ipotesi che scenderà per prima l’una o l’altra delle due zone poste a monte o a valle del torrente Massalezza, e che questo scoscendimento sarà seguito, a più o meno breve intervallo, da quello della restante zona. (…) Questi dati sembrano sufficientemente indicativi dell’entità che il fenomeno ondoso può presentare pur nelle più sfavorevoli previsioni di caduta dell’ammasso franoso.

L’orizzonte degli eventi (olio su tela) Graff Attilio

Si fa osservare che il sovralzo riscontrato in prossimità della diga è sempre superiore a quello che si manifesta nelle zone più distanti lungo le sponde del lago. Passando a considerare gli effetti della frana che sopravvenga a lago non completamente invasato, si ha dalle prove che già con l’invaso portato a quota 700 m.s.m. l’evento più sfavorevole, e cioè la caduta della zona a valle in 1 min. a seguito di precedente caduta della zona a monte, provoca appena, con sovralzo di 27 m. presso la diga (e massimo di 31 m. a 430 m. da essa) uno sfioro poco superiore a 2.000 mc/s. Partendo dalla quota d’invaso 670 m.s.m. anche con la frana più rapida il sovralzo è assai limitato e ben al disotto della cresta di sfioro.
Sembra pertanto potersi concludere che, partendo dal serbatoio al massimo invaso, la discesa del previsto ammasso franoso solo in condizioni catastrofiche, e cioè verificandosi nel tempo eccezionalmente ridotto di 1-1.30 minuti, potrebbe arrivare a produrre una punta di sfioro dell’ordine di 30.000 mc/s., ed un sovralzo ondoso di 27,5 m. Appena raddoppiando questo tempo il fenomeno si attenua al disotto di 14.000 mc/s di sfioro e di 14 m. di sovralzo.
Diminuendo la quota dell’invaso iniziale, questi effetti di sovralzo e di sfioro si riducono rapidamente, e già la quota di 700 m.s.m. può considerarsi di assoluta certezza nei riguardi anche del più catastrofico prevedibile evento di frana.
Sarà comunque opportuno, nel previsto prosieguo della ricerca, esaminare sul modello convenientemente prolungato gli effetti nell’alveo del Vajont ed alla confluenza nel Piave del passaggio di onde di piena di entità pari a quella sopra indicata per i possibili sfiori sulla diga. In tal modo si avranno più certe indicazioni sulla possibilità di consentire anche maggiori invasi nel lago-serbatoio, senza pericolo di danni a valle della diga in caso di frana”.
Ma in una nota finale il prof. Ghetti puntualizza che: “…la fase conclusiva sulla quota di sicurezza è come un corpo estraneo nel contesto della relazione. Le esperienze sono state condotte con dati di partenza non aderenti alla realtà, dati forniti dalla SADE; anche i dati di taratura sono da considerare contraddittori per quanto riguarda la velocità delle frane. E’ mancata agli sperimentatori l’assistenza di un geologo o di un geomeccanico, donde la sorprendente richiesta della granulometria della frana, la respinta giustificata della proposta di usare dei cubetti di dimensioni non precisate, l’impiego di una superficie di scorrimento non razionale, la mancata ricerca bibliografica nella letteratura geologica”.

(Foto M. Marmai)

Profilo Schematico

PRIMO INVASO: QUOTA 650

La prima richiesta di invaso avvenne nell’ottobre del 1959: la SADE inoltrò al Servizio dighe domanda di autorizzazione per un primo invaso sperimentale fino a quota 600 e non aspettò la risposta: l’invaso iniziò il 2 febbraio 1960; solo 7 giorni dopo arrivò il permesso scritto delle autorità competenti che, riconosciuto il parere favorevole della Commissione di Collaudo, autorizzò il riempimento fino a quota 595. Nel frattempo venne installata, presso i comandi centralizzati della diga, una sofisticata stazione sismica. Nel maggio di quell’anno ci fu la successiva richiesta di elevare l’invaso fino a quota 660. Ma nella domanda non veniva fatta affiorare l’ipotesi di un eventuale crollo della sponda sinistra.
Fu proprio durante questa fase che, il 4 novembre, si staccò una frana di circa 700 mila metri cubi che fortunatamente non fece danno alcuno e comparve sulla montagna la famosa “M” indice del preannunciato distacco della ben più grande massa franosa. A seguito di un’ispezione della Commissione di Collaudo, avvenuta alla fine di novembre, si constatò come in virtù di un possibile movimento franoso successivo, il bacino potesse essere diviso in due, creando quindi delle difficoltà
per lo smaltimento delle piene. Si riteneva comunque che per il livello raggiunto, di 650 metri, non sussistessero particolari problemi da indurre a pericoli immediati, anche perché i movimenti superficiali del fianco sinistro della valle si stavano attenuandosi come rilevato dagli spostamenti più limitati che avevano subito i capisaldi. Il resoconto della Commissione era abbastanza ottimistico, ma non così le preoccupazioni dell’ing. Carlo Semenza, che in una lettera all’ing. Ferniani di Bologna riconobbe che: “…dopo tanti lavori fortunati e tante costruzioni, anche imponenti, mi trovo veramente di fronte ad una cosa che per le sue dimensioni mi sembra sfuggire dalle nostre mani” e intravede un possibile pericolo per l’abitato di Erto, situato solo 50 metri più in alto rispetto al livello di massimo invaso. I dubbi assalirono il progettista al punto da fargli formulare una domanda: “Cosa succederà con il nuovo invaso?”. La riunione dei tecnici SADE, avvenuta nel mese di novembre, decise per lo svaso, in quanto si riconobbe il comportamento anelastico della roccia che, invece di respingere, “beveva” come una spugna l’acqua del bacino.

INVASI E SVASI

Effettuato lo svaso venne creato un by-pass, una galleria di sorpasso scavata sul fondo della valle che assicurava il collegamento tra le punte estreme del lago, anche nel caso di una frana, consentendone l’esercizio. Una volta ultimata la galleria si propose di elevare l’invaso fino a quota 660, abbastanza speditamente per il primo tratto (70 centimetri al giorno da quota 635 a quota 650), più lentamente in seguito (circa 30 centimetri al giorno). A seguito di questa richiesta la
Commissione di Collaudo effettuò un sopralluogo nell’ottobre del 1961 dando parere positivo. L’invaso, come al solito, era già iniziato da qualche giorno e, secondo il parere del Presidente della IV Sezione del Consiglio superiore, doveva fermarsi a quota 640. Alcune prescrizioni prevedevano l’invio di una documentazione quindicinale relativa al comportamento statico della diga, delle misure dei capisaldi di controllo, della stabilità delle sponde e delle quote dei livelli delle acque sotterranee rilevate dai piezometri installati. Questi dati vennero inviati regolarmente agli organi di competenza fintanto che il livello non raggiunse quota 640. Partì allora una successiva richiesta di portare il livello del serbatoio a quota 680, con un riempimento giornaliero pari a 30 centimetri al giorno, da effettuarsi nell’arco di quattro mesi (dicembre 1961 – aprile 1962). Nel frattempo, il 31 ottobre 1961, muore l’ing. Carlo Semenza e viene sostituito da Alberico Biadene.
Il 23 dicembre il Servizio dighe acconsentì per un invaso fino a quota 655, che venne raggiunta il successivo 28 gennaio. Tre giorni dopo venne inoltrata un’altra richiesta per elevare l’invaso a quota 680 e quindi a quota 700. La richiesta era motivata dal fatto che: “…….per quanto riguarda il movimento franoso in zona Toc resta confermato, come dimostrano i diagrammi inviati negli ultimi quattro mesi, che il movimento stesso è sempre in fase di arresto e che la situazione è del tutto tranquillizzante, essendosi riscontrati soltanto degli spostamenti assolutamente irrilevanti”. L’acqua dunque ricominciò a salire e fino a 690 metri non ci furono sostanziali accelerazioni del corpo franoso. Nell’ottobre del 1962, le accelerazioni ripresero con vigore, anche se erano al di sotto delle medie riscontrate nel novembre del 1960. L’effetto fu quello di riportare l’invaso a quote più basse, fin tanto che i movimenti si fossero arrestati. A quota 650 i movimenti si erano quasi annullati, ma restavano presenti gravi dissesti visibili ad occhio nudo.
Il 6 dicembre nasce l’ENEL, al quale viene trasferita la Sade con il Decreto del Presidente della Repubblica del 14 marzo 1963. Di fatto l’ENEL prende in consegna l’impianto del Vajont il 27 luglio successivo, poco più di 2 mesi prima del disastro, ma non ha saldato ancora per intero il costo finanziario dell’operazione, che prevedeva la sua rateizzazione in quote dilazionate nel tempo.
Il 20 marzo 1963 venne fatta richiesta di un successivo invaso, dando per assodato che l’acqua partisse da quota 700, e che avrebbe dovuto portare il livello del bacino a quota 715, pochi metri sotto la sua capacità massima.
L’11 aprile 1963 Alberico Biadene, mantenuto dall’Enel-Sade alla guida del bacino idrogeologico, fa iniziare il terzo e ultimo invaso.

ULTIMO INVASO: QUOTA 710

Il livello di 710 metri, dieci oltre il limite di sicurezza, fu raggiunto il 4 settembre e si sarebbe dovuto mantenere per tutto il mese. In questa occasione ripresero i movimenti della massa franosa e la falda freatica riprese a risalire, benché questo fosse attribuito alle precipitazioni meteorologiche e che comunque: “…i movimenti rilevati nella zona del Toc non destano per il momento preoccupazione, pur mostrando che il fenomeno d’assestamento della sponda sinistra è sempre in atto e si acutizza quando si sottopongono ad invaso nuove zone di sponda.” Nella riunione tecnica tenutasi il 18 di settembre, l’ing. Biadene, subentrato allo scomparso Semenza, fece presente che se i movimenti non si fossero arrestati prima della fine del mese, avrebbe proceduto ad uno svuotamento parziale del bacino fino a quota 695, ritenuta da tutti come quota di sicurezza per eventuali imprevisti.
Nell’ultimo mese precedente la tragedia i cittadini della valle del Vajont erano certamente impressionati da quanto succedeva: i boati che scuotevano continuamente il terreno non inducevano di certo all’ottimismo. In un’ultima lettera accorata, indirizzata all’ENEL-SADE, al Genio Civile, alla Prefettura di Udine, al Ministero dei Lavori Pubblici, l’assessore Martinelli, a nome del Sindaco di Erto, riassume le angosce sue e dei propri concittadini: “…le popolazioni di Erto e Casso stanno vivendo in continua apprensione e in continuo allarme; considerato anche il fatto che altri queste cose minimizzano, ma che anche per la gente di Erto comportano la sicurezza della vita e degli averi, questa amministrazione fa nuovamente presente le proprie preoccupazioni per la sicurezza della popolazione e del paese (…) pertanto esige da codesto Spett. Ente la sicurezza, la certezza che il paese non vivrà nell’incubo del pericolo prossimo o remoto, non subirà danni né nelle persone, né nelle cose… E pertanto se tale sicurezza codesto Ente per ora non può dare, con atto formale si avverte codesto Ente di provvedere a togliere dal Comune di Erto e Casso lo stato di pericolo pubblico, prima che succedano, come in altri comuni, danni riparabili o non riparabili; quindi mettere la popolazione di Erto in stato di tranquillità e sicurezza, solo dopo rimettere in attività il bacino del lago di Erto”.

Il 27 settembre iniziò l’ultimo svaso, dapprima lento, quindi sempre più veloce. Purtroppo questo ultimo estremo intervento non riuscì ad evitare il peggio.
La corsa alla realizzazione pratica di un sicuro guadagno aveva fatto dimenticare, ai tecnici della SADE e allo stessa Commissione di Collaudo, le precauzioni necessarie. Limitare di qualche metro la capacità del bacino voleva dire ammortizzare in un tempo più lungo il costo del lavoro svolto, che per giunta era anche lievitato dalle varianti in corso d’opera necessarie per il rinforzo delle spalle della diga e soprattutto della galleria di sorpasso, scavata su roccia compatta: tutte opere non preventivate e con alti costi sostenuti. L’orgoglio di poter vantare la più alta diga del mondo, realizzata da specializzati tecnici italiani, unito ad una malaugurata corsa al profitto, offuscò le menti al punto da essere considerato più importante della vita di duemila persone.


9 Ottobre 1963

9 OTTOBRE 1963

La frana che si staccò alle ore 22.39 dalle pendici settentrionali del monte Toc precipitando nel bacino artificiale sottostante aveva dimensioni gigantesche. Una massa compatta di oltre 270 milioni di metri cubi di rocce e detriti furono trasportati a valle in un attimo, accompagnati da un’enorme boato. Tutta la costa del Toc, larga quasi tre chilometri, costituita da boschi, campi coltivati ed abitazioni, affondò nel bacino sottostante, provocando una gran scossa di terremoto. Il lago sembrò sparire, e al suo posto comparve una enorme nuvola bianca, una massa d’acqua dinamica alta più di 100 metri, contenente massi dal peso di diverse tonnellate. Gli elettrodotti austriaci, in corto-circuito, prima di esser divelti dai tralicci illuminarono a giorno la valle e quindi lasciarono nella più completa oscurità i paesi vicini.
La forza d’urto della massa franata creò due ondate. La prima, a monte, fu spinta ad est verso il centro della vallata del Vajont che in quel punto si allarga. Questo consentì all’onda di abbassare il suo livello e di risparmiare, per pochi metri, l’abitato di Erto. Purtroppo spazzò via le frazioni più basse lungo le rive del lago, quali Frasègn, Le Spesse, Cristo, Pineda, Ceva, Prada, Marzana e San Martino.
La seconda ondata si riversò verso valle superando lo sbarramento artificiale, innalzandosi sopra di esso fino ad investire, ma senza grosse conseguenze, le case più basse del paese di Casso. Il collegamento viario eseguito sul coronamento della diga venne divelto, così come la palazzina di cemento, a due piani, della centrale di controllo ed il cantiere degli operai. L’ondata, forte di più di 50 milioni di metri cubi, scavalcò la diga precipitando a piombo nella vallata sottostante con una velocità impressionante. La stretta gola del Vajont la compresse ulteriormente, facendole acquisire maggior energia.
Allo sbocco della valle l’onda era alta 70 metri e produsse un vento sempre più intenso, che portava con se, in leggera sospensione, una nuvola nebulizzata di goccioline. Tra un crescendo di rumori e sensazioni che diventavano certezze terribili, le persone si resero conto di ciò che stava per accadere, ma non poterono più scappare. Il greto del Piave fu raschiato dall’onda che si abbatté con inaudita violenza su Longarone. Case, chiese, porticati, alberghi, osterie, monumenti, statue, piazze e strade furono sommerse dall’acqua, che le sradicò fino alle fondamenta. Della stazione ferroviaria non rimasero che lunghi tratti di binari piegati come fuscelli. Quando l’onda perse il suo slancio andandosi ad infrangere contro la montagna, iniziò un lento riflusso verso valle: una azione non meno distruttiva, che scavò in senso opposto alla direzione di spinta.
Altre frazioni del circondario furono distrutte, totalmente o parzialmente: Rivalta, Pirago, Faè e Villanova nel comune di Longarone, Codissago nel comune di Castellavazzo. A Pirago restò miracolosamente in piedi solo il campanile della chiesa; la villa Malcolm venne spazzata via con le sue segherie. Il Piave, diventato una enorme massa d’acqua silenziosa, tornò al suo flusso normale solo dopo una decina di ore.
Alle prime luci dell’alba l’incubo, che aveva ossessionato da parecchi anni la gente del posto, divenne realtà. Gli occhi dei sopravvissuti poterono contemplare quanto l’imprevedibilità della natura, unita alla piccolezza umana, seppe produrre. La perdita di quasi duemila vittime stabilì un nefasto primato nella storia italiana e mondiale… si era consumata una tragedia tra le più grandi che l’umanità potrà mai ricordare.

I GIORNI DELLA VIGILIA

Le problematiche relative allo scivolamento di un corpo franoso sul bacino della diga erano note da tempo, ma presero consistenza nei primi mesi del 1960. I controlli rivelarono la presenza di profonde fessure che si accentuarono con il tempo. Inizialmente si pensava che settori di frana potessero precipitare nel bacino senza provocare grosse conseguenze ambientali; anzi, a parte un parziale riempimento del lago stesso, il restante corpo franoso si sarebbe consolidato definitivamente. In realtà i diversi collaudi, che consistevano in continui svasi e invasi, furono tra le principali cause del peggioramento della situazione. A ciò va aggiunto le precaria costituzione geologica e morfologica del versante nord del monte Toc, soggetto a frana, e le precipitazioni piovose che si erano abbattute, in modo piuttosto intenso, proprio nei due mesi precedenti il disastro. Le conseguenze di questi fenomeni comportarono uno scivolamento costante del corpo franoso, con cedimenti sempre più evidenti. Negli ultimi giorni la situazione si fece drammatica: questi furono gli ultimi resoconti delle ore precedenti la tragedia.

La Valle del Vajont, prima della tragedia (foto Zanfron)

La Valle di Longarone, prima del Vajont (foto Zanfron)

Domenica 6 ottobre
L’ing. Beghelli, funzionario del Genio Civile di Belluno, tra i primi a svolgere l’incarico di Assistente governativo al cantiere della diga, passando per la strada che portava in località Pineda, riporta un resoconto preciso di quanto stava accadendo. La sede stradale era completamente sconvolta, fessurata in più punti, talvolta traslata rispetto alla sua sede originale, con avvallamenti tali da compromettere il transito, al punto che “…sembrava di andare su di un campo”.

Lunedì 7 ottobre
Le proteste del Comune di Erto raggiungono il Genio Civile di Udine, ma l’ingegnere capo, in una risposta alla Prefettura, sulla base di una relazione geologica del 1937 del Prof. Dal Piaz, dichiara che la conca rocciosa sulla quale sorge Erto è sicuramente solida e che “…quanto sopra (…) è sufficiente per togliere alla popolazione di Erto ogni preoccupazione”.
Corona Pietro Matteo su incarico del maestro Martinelli, risalì il M. Toc, notando notevoli cedimenti nel piano in località Pausa e lungo la strada. Visivamente si notavano, in corrispondenza della vecchia frana, dei sassi che rotolavano nel lago, per effetto del movimento sottostante descritto come “…boati con conseguenti tremolii (…) colpi sordi molto profondi come di qualcosa che crepasse e contemporaneamente il terreno scosso in senso verticale”.
Il sorvegliante della frana, Filippin Felice, lo stesso giorno notò, in una zona boscosa a ridosso del bacino, l’apparire di diverse fessure nel terreno che correvano parallele alla sponda del lago, lunghe una decina di metri e larghe un metro. Qualche ora più tardi, in compagnia dell’assistente De Prà, su incarico del geom. Rossi, fu perlustrata tutta la zona della frana, dalla quale numerose fenditure, di varia dimensione, si riproducevano di ora in ora. Fu a seguito di questo controllo che si decise lo sgombero del Toc, e la sera stessa iniziò il piano di evacuazione delle casere stagionali, su ordine dell’assistente Corona Marco, ordine limitato alla zona del Toc, ad esclusione delle frazioni di Pineda, Prada e Liron. La motivazione data era: “…per precauzione…”.
Dal paese di Casso, intanto, si potevano osservare a vista d’occhio i mutamenti della frana, che interessava sia la strada sia i prati sovrastanti il piano stradale. Fenditure e spaccature non si contavano più.

Martedì 8 ottobre
L’ing. Caruso parla a Violin, Capo del Genio Civile, dicendogli che l’accellerarsi degli spostamenti della frana non sono eccessivamente preoccupanti: un esperimento ha dimostrato che una eventuale onda potrebbe essere contenuta all’interno della diga ed uno svaso della diga comprometterebbe la stabilità della frana ma però… “Non c’è niente di allarmante (…) la pregherei di non spargere voci allarmistiche perché per quello che c’è di pericoloso abbiamo già provveduto”, intendendo per questo lo sfollamento delle casere relative al M. Toc.
Durante una rilevazione compiuta con i geometri in località Pineda, Corona Felice, notò che la frana si muoveva a vista d’occhio e che la preoccupazione toccava anche i tecnici addetti alla misurazione. Il terreno ormai continuava ad abbassarsi.

Mercoledì 9 ottobre
L’ing. Biadene scrisse una lettera all’ing. Pancini nella quale si descrivevano, in modo sommario ma preoccupante, gli eventi degli ultimi giorni e si consigliava un rientro anticipato a Venezia, dalla vacanza a New York, per prendere decisioni importanti con il Presidente e il Direttore Generale. La lettera si concludeva con un fatidico “Che Iddio ce la mandi buona”.
Poco dopo l’ing. Biadene parlò telefonicamente con il geologo dello Stato, Penta, che messo al corrente di quanto stava accadendo raccomandò la calma e “…non medicarci la testa prima di essersela rotta”.
Alle 17.00 ai Carabinieri fu ordinato di interdire il traffico per la diga.
Nel frattempo altre testimonianze si aggiungevano alle precedenti. Filippin Felice, ricorda di aver visto alberi che si inclinavano e che cadevano, sollevando zolle di terreno e radici, mentre De Marta Giuseppe notò che una crepa, intravista tre ore e mezza prima, si era mossa di quasi mezzo metro.
La sera del 9 ottobre l’autista che fece l’ultimo carico di legname dalla zona sgomberata confessò a Martinelli che non credeva di “…farcela a tornare a Casso, dato lo stato della strada di sinistra”.
Savi Antonio, anch’esso autista, lavorò fino alle 21.00, quando per le ormai impossibili condizioni stradali, decise di smettere.
Chi rimase al suo posto di lavoro fu la centralinista della Telve Maria Capraro. Smise come al solito il suo turno serale alle ore 22, quindi abbassò la saracinesca dell’ufficio che si trovava duecento metri sotto il municipio. Tornò a casa, in via Roma 44, poco distante da esso giusto in tempo per salvarsi.
Alle 22.30 alcuni tecnici ed operai erano ancora impegnati in servizio straordinario ad ispezionare la frana con i riflettori… furono gliultimi bagliori di una notte cupa, di un disastro annunciato che si manifestò in tutte le sue drammatiche conseguenze.

IL GIORNO DOPO (TESTIMONIANZE)

Questi sono i resoconti più toccanti raccolti nei giorni seguenti la tragedia.

Una madre: “Avevo spento da poco la luce quando avvertii la terra tremare; mi portai dietro le imposte e sentii un forte vento e vidi le luci e le strade emanare un intenso bagliore e poi spegnersi. Mi precipitai verso il letto e afferrai i due bambini che dormivano, (…) li avvinsi a me. Sentii l’acqua irrompere, sballottarmi e mi trovai sola al campo sportivo su un pino ove l’acqua mi aveva scagliato. Il piccolo è stato ritrovato nei pressi della Rossa di Belluno, mentre la bambina nei pressi di casa mia. I miei genitori abitavano con me e sono stati trovati: mia madre al campo sportivo e mio padre a Trichiana”.

Un ragazzo: “Il primo fenomeno che si verificò la notte del disastro fù l’improvvisa interruzione della illuminazione (…) il boato che sentii era il fragore dell’acqua che irrompeva sotto la mia casa. Contemporaneamente una violenta corrente d’aria ruppe i vetri e le finestre, spazzando via tutti gli oggetti anche pesanti che si trovavano nella casa (…) mi rifugiai con mia madre in una cameretta dove rimasi finché la casa fu travolta e sbriciolata dalle acque. Non ricordo come mi separai da mia madre (…) fui colpito dalle macerie che cadevano, svenni e mi ripresi mentre le acque mi trascinavano in un forte gorgo”

Un uomo: “…ero giunto al bivio all’inizio di Erto (…) quando improvvisamente sentii la macchina traballare e mi accorsi che stavo volando verso l’alto. Mi ritrovai sulla circonvallazione, dopo un volo di 80, 100 metri”

Un dottore: “Era cessato il vento e persistevano violenti scuotimenti della terra, un rumore indefinibile molto forte, come di un tuono estivo, moltiplicato per cento (…) non appena si è verificato il colpo di vento ho sentito venire dal paese un urlo prolungato di più voci…”

La Valle del Vajont, il giorno dopo (foto Zanfron)

La Valle di Longarone, il giorno dopo (foto Zanfron)

Un prete: “…io quella sera, verso le 10 e mezza, sento questo rumore di frana, apro la finestra e questo rumore aumentava in modo straordinario, contemporaneamente a questo bagliore che credevo fosse il riflettore, invece poi ho saputo, era il corto circuito dei trasformatori che ha illuminato quasi a giorno la valle. C’era poi una colonna d’acqua molto alta, che ha poi distrutto molte case, e il terremoto, con un boato tremendo, spaventoso, e poi tutto il resto. L’onda, più o meno, arrivava alla sommità del mio campanile. Dunque se Casso, nel punto più alto , è 250 metri dalla diga, senza esagerazione (l’onda) è stata verso i 300 metri”

Un professore: “Siamo arrivati a Longarone… che soltanto da un’ora il Toc era calato nel lago al di la della diga… Poca la gente e gli automezzi… Dei vigili del fuoco con qualche ambulanza, una jeep dei carabinieri, il furgone della polizia stradale. Su questo un milite gridava ostinato, nel microfono, l’identico messaggio: che suonassero le campane di tutti gli abitati, che accorressero tutti, presto, presto, per l’amor di Dio. Di Longarone non erano rimaste che macerie e i feriti dovevano contarsi a centinaia. Furono lo sgomento e il concitato esprimersi di quell’agente ad offrirci l’intuizione della tragedia… Ci accorgemmo allora del biancore che vagolava entro la conca oscura del Piave, del vento che tirava, come impedito da nessun ostacolo, del buio nel quale stava immerso lo spazio per solito animato dalle luci del paese (…) ci accodammo a due
della stradale… Procedevamo sul legname, la melma, i calcinacci… Entravamo ogni tanto nelle abitazioni alzando grida acute. Nessuno rispondeva. Lo scorrere del faro svelava stanze vuote, spogliate da ogni masserizia. Tutte coi pavimenti colmi di terra limacciosa, le pareti schizzate d’acqua e fango nero… Intanto, qualcuno che si avvicinava, ci urlò che nelle case era inutile cercare. Che si corresse avanti, avanti, dove i feriti aspettavano d’essere aiutati… Oltrepassato l’immobile del cinema, di botto cessarono le file delle costruzioni. E ci trovammo davanti il vuoto: un vuoto oscuro ed irreale. Fu un attimo percepire che bisognava credere nella sparizione del paese…”